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STORIE DI GUERRA: IL RACCONTO DI OLGA, DALL’UCRAINA RIFUGIATA A FABRIANO

Quali sono le parole giuste per raccontare una guerra? Se è vero che la prima vittima di ogni guerra è la verità, nella storia di Olga Chornovil, rifugiata di origine ucraina a Fabriano, si racchiude tutta la più cruda verità di chi è dovuto fuggire di corsa dalla propria casa, tenendo per mano un bambino di otto anni, forse inconsapevole del dramma che stava vivendo con la sua famiglia. Il dolore di lasciare in una città devastata dai bombardamenti i genitori e la casa, la lacerazione di vedere il proprio compagno di vita raggiungere con lei ed il figlio la frontiera per metterli in salvo per poi fare ritorno a Voznesens’k, a combattere come volontario. Ascoltare il racconto di Olga, vivere con lei l’emozione di questo dolore che non potrà mai rimarginarsi, entrare nei suoi pensieri e far proprie le sue ferite rende meno arido il nostro mestiere di narratori di fatti che poi, altro non sono, che storie di vita di chi, seppur in salvo, nel cuore e nella testa sente ancora quelle sirene, gli allarmi ed il terrore che solo la vigliaccheria della guerra rende così tragicamente vivo ed insanabile.

Olga, da quale città dell’Ucraina vieni?

Vengo da Voznesens’k, una città di circa 36 mila abitanti situata nell’oblast’di Mykolaiw.

Come era la tua vita prima della guerra, avevi un’attività?

Ho studiato all’Università di Mykolaiw, mi sono laureata in ingegneria energetica. In Ucraina ho aperto la mia attività commerciale con due negozi di abbigliamento, tessile ed articoli per la casa.

Nei primi giorni di guerra, dove ti sei rifugiata con la tua famiglia e come avete vissuto quei momenti?

E’ stato terribile, ogni volta che sentivamo le sirene correvamo nei rifugi sotterranei mentre nelle altre ore della giornata in cui non c’era l’allarme rimanevamo in casa con la famiglia. Il ricordo che ho del primo giorno di guerra risale ad un sms dell’insegnante di mio figlio che consigliava di non mandarlo a scuola perché la situazione non era tranquilla. Ha cominciato a battermi forte il cuore, siamo rimasti in casa e dalla TV abbiamo iniziato ad apprendere notizie angoscianti. Ho cercato di non andare nel panico, ho chiamato i miei genitori e poi mia sorella in Italia, non sapendo come reagire. Poi gli allarmi, le sirene, la prima volta che siamo scesi in un rifugio… ricordo il freddo della notte, circondati da pareti gelide di cemento. La mattina successiva non riuscivamo a riscaldare le gambe intirizzite, nemmeno con impacchi in acqua calda. La nostra vita è cambiata in un attimo, con nuove regole. L’unico pensiero era sopravvivere, cercare di fare la spesa per non rimanere senza cibo. Fuori dal rifugio in strada solo soldati, mezzi militari e negli occhi delle persone dolore, lacrime e paura. E’ iniziata così la primavera più triste della mia vita.

Quando hai deciso di fuggire dalla tua città e come sei arrivata al confine con la Polonia?

Ho deciso di fuggire dalla città quando è stata bombardata la parte sud e sono saltati tre ponti, compreso quello della ferrovia, che collegavano le due parti di Voznesens’k. E’ stata una decisione immediata, non c’era tempo per pensare, la mia vicina di casa mi ha detto: “Ora o mai più!” Siamo riusciti a prendere poche cose, indumenti caldi e del cibo per sopravvivere, visto che i supermercati che si trovavano lungo il viaggio erano vuoti o bombardati. Era più opportuno viaggiare di giorno, di notte non si potevano accendere i fanali, abbiamo cercato di evitare le vie di comunicazione principali, meno sicure. Tante erano le macchine che sulle strade si disponevano su tre file, anche su percorsi sterrati e spesso interrotti a causa di ponti e collegamenti saltati per i bombardamenti. Fortunatamente, abbiamo dormito presso i nostri parenti e conoscenti lungo il viaggio, spostandoci con cautela dall’uno all’altro alloggio verso la frontiera, sono stati tutti molto gentili e disponibili ad accoglierci. La destinazione era ovviamente l’Italia, ho qui una mia sorella più grande, che abita in Italia già da 25 anni. Inizialmente eravamo un gruppo di tredici persone, con l’unico obbiettivo di raggiungere la frontiera, non sapendo cosa poteva accadere da un momento all’altro. Poi ci siamo divisi e siamo riusciti ad arrivare alla frontiera di notte, dopo una fila di tante ore.

Il tuo bambino ha compreso questa tragedia, come lo hai rassicurato?

Il mio bambino ha otto anni, mi chiedeva cosa stesse accadendo ma ho cercato di tranquillizzarlo per non aumentare la paura che comunque tutti avevamo.

Hai dei familiari ancora in Ucraina? Come stanno?

Ho i miei genitori e mio marito che è operativo come volontario. Ci ha accompagnato fino alla frontiera poi è tornato indietro. Ci sentiamo ogni giorno, quando la connessione è possibile, con messaggi whatsapp ma l’ansia e la paura sono tante perché i bombardamenti sono continui e siamo molto spaventati.

In che modo sei arrivata a Fabriano e grazie all’aiuto di chi?

Abbiamo trovato grande accoglienza alla frontiera. L’Unione Europea ci ha permesso di viaggiare in treno gratuitamente, così siamo stati condotti a Vienna, dove abbiamo dormito in hotel per due notti, prima di riprendere il nostro viaggio verso l’Italia, diretti a Fabriano. Qualcuno del gruppo ha contattato conoscenti e parenti ed ha continuato il viaggio in altri direzioni. Alle fine, stanchi fisicamente e moralmente, siamo finalmente arrivati a Fabriano.

Come siete stati accolti a Fabriano? Avete sentito la solidarietà dei nostri concittadini?

Il sindaco di Fabriano Santarelli è stato molto disponibile, ci è venuto a prendere con mia sorella Lyudmyla Chornovil e mio nipote Vladyslav Raggi, abbiamo dormito a casa dei miei parenti e successivamente siamo stati ospitati, con altri rifugiati, nel convento di San Luca dove Madre Laura ha preparato per noi stanze calde ed una buonissima cena. Dopo due giorni siamo stati trasferiti in una casa di prima accoglienza e, viaggiando senza nessun cambio di abiti, mia sorella ha procurato con l’aiuto delle sue amiche tutto il necessario per noi, anche dei giocattoli per i bambini. Ora siamo stati affidati all’Associazione “Pace in Terra”.

Quando si vivono esperienze così traumatiche ci si chiede il perché di tanta violenza e di così tanto dolore. Cosa provi dentro di te, pensando anche ai tuoi cari ancora sotto i bombardamenti?

La nostra speranza è di riprendere la serenità e di ritornare a casa per riabbracciare i nostri cari. Abitiamo a più di mille chilometri dalla frontiera con la Polonia. E’ stato un viaggio lungo e pericoloso. Alle 4:20 del mattino del 24 febbraio 2022 l’Ucraina è stata invasa dalla Russia. Da non credere, è stato un giorno di grande paura, ho provato anche tanta rabbia, mai mi sono sentita così impotente nella mia vita.

Gigliola Marinelli

 

     

Crollo del ponte ferroviario di Voznesens’k      Olga Chornovil