ROSATELLUM: EMICICLI POCO ROSA E SITUAZIONE PER NIENTE ROSEA. VA BOH, QUINDI?
Cronaca di una sbornia annunciata. Una sbornia violenta, e per certi versi anche maleducata: che la parola “Rosatellum” rimandasse a un vino per pasteggiare con formaggi e carni bianche lo scorso autunno lo abbiamo pensato tutti. Che sembrasse un marchingegno ideato da un manipolo di avvinazzati cronici e non da vecchie faine dell’emiciclo, idem. Che potesse creare un tale delirio, molto vicino appunto a quelle scalmane collettive che si scatenano solo nelle più movimentate balere, non avrebbe potuto ipotizzarlo neanche il più ebbro stregone munito di talismani e palle di vetro. Questo perché ci si è presi in giro sin da ottobre, da quelle otto scellerate fiducie con le quali si è messa sul fuoco la padella per cucinare la ripugnante frittata: spacciare quel 30% e spiccioli di eletti coi collegi uninominali come trave portante di un sistema all’insegna della governabilità, del quieto vivere e del “va tutto bene madama la marchesa”, a ripensarci era (anzi è) roba da infermieri e camicie di forza. Un sistema elettorale o è maggioritario o è proporzionale, con tutto ciò che ne consegue. O, in alternativa, è misto come lo era il Mattarellum, che però fu cucito con minuzia dal sarto (l’attuale inquilino del Colle) per un sistema bipolare. Qui invece si è creato un puffo tanto informe quanto vorace, che ha finito per ingoiare due su tre delle compagini che lo hanno tanto bramato e incensato: se Saturno divorava i suoi figli, si può dire che il Rosatellum ha sbranato i suoi genitori.
Ma tant’è: la casseruola bollente del 4 marzo piano piano si va raffreddando. Come sono andate le elezioni ormai lo sappiamo tutti, grazie al Niagara di dirette e dirette liquide, differite e differite criptate, maratone e mezze maratone, piogge di retroscena e grandinate di analisi, passate senza soluzione di continuità per giorni in tv. E anche agli stalker che, non paghi della cantilena del tubo catodico, si sono lanciati in massa nella corsa allo “spiegone” su Facebook, Twitter ed affini diavolerie. Ognuno con un punto di vista (spesso annebbiato da cataratta partigiana) e con una soporifera concione alla Marchese del Grillo, del tipo: “Io so io, e voi non siete (e non capite) un c…” (ci siamo capiti). Tutti ganzi, tutti lì a sentirsela “calla”, come si dice dalle nostre parti. Ovviamente tutti a posteriori. Perché in realtà nessuno, dal più navigato corsivista politico fino all’ultimo degli invasati che proferisce latrati al bar, c’aveva capito una mazza la sera del 3 marzo. Gli impavidi che oggi ci somministrano pipponi assurdi come fossero vangelo, sono gli stessi che venti giorni fa sputavano sentenze inscalfibili e non obbiettabili. “Vedrete, Rimborsopoli taglierà le gambe al M5S”. “Salvini con più voti di Berlusconi? Ahahaha, che oppiacei usi?”. “Suvvia, il Pd sotto il 20% è un film fantasy, solo uno che non capisce una mazza di politica può dire minchiate tali”. “LeU? Quelli hanno pacchetti di voti, il 5% lo fanno sicuro. Lisci come l’olio”. “La Bonino? Le tv la amano ed è il refugium peccatorum di chi si è rotto le palle di Renzi e vuole comunque votare il centrosinistra, farà un botto che vedi”. E giù a cascata con altre astruse amenità e sproloqui di pura eccitazione da urna.
Pronostici, congetture e fanfaronate, in un enorme Totip da Transatlantico “sfanculato” con sadica allegria dalla realtà. Se ora Mattarella è costretto a girare il cubo di Rubic con fare iracondo, se trovare un abbozzo di maggioranza è più complicato che sbrogliare un nodo gordiano, se anche solo per immaginare chi saranno i presidenti di Camera e Senato tocca dare il via a un partitone a Cluedo, è perché nessuno (oh, ma proprio nessuno) ci ha capito un cazzo (stavolta perdonate il francese). Dapprima i bomber del codicillo e i feticisti dello scorporo della commissione Affari Costituzionali: quando Rosato vergò su carta le brutte copie (rimaste ahimè tali) del rivoltante accrocco elettorale, lui per primo non si immaginava cotanto terrificante tonfo da parte del suo partito. E Berlusconi, col suo solito sorrisone a molari smaltati, fece danzare la Haka ai suoi in commissione, certo che un centrodestra garrulo potesse agilmente fare cappotto nei collegi lasciando a Salvini gloria soltanto al di sopra del Po. Poi, una volta arrivato il responso dai seggi, non ci ha azzeccato chi ha subito pronosticato Di Maio e Salvini eccitati e intenti a limonare ai piedi dell’obelisco antistante Palazzo Chigi. O chi ha prefigurato in un amen un Pd de-renzizzato: il gigliato si è solo tolto la fascia da capitano, ma in campo continua a starci come prima e più querulo di prima. Soprattutto, è pagliaccesca e fuori dal mondo la tesi secondo la quale “chi ha vinto deve governare”. Abbiamo avuto per 45 anni un sistema proporzionale e tutti sappiamo che in esso nessuno vince. C’è chi piglia più voti, chi meno. Nella prima repubblica il PCI raggranellava milionate di voti, mai è sceso sotto il 20% e in svariate tornate elettorali ha scollinato il 30, eppure non ha praticamente mai varcato i tornelli “chigiani”. Il Partito Liberale invece, giusto per citarne uno, aveva più dirigenti che elettori. Nonostante questo però, da Pella a Ciampi fece parte di una gragnola di esecutivi. Quindi, tornando all’oggi, inutile arrovellarsi in farneticanti letture e parlare di eventuali maggioranze come si discute di meteo (“Oggi piove, magari domani arriva il sole”). Ci sono tre poli e per fare un governo ne servono almeno un paio. Oppure, che uno dei tre si apra in due come una cozza, così da diversificare la selva emiciclica. In caso di stallo reiterato, o si tira a campare come hanno fatto i tedeschi per quasi otto mesi, o si rivota subito come hanno fatto (tre volte in un anno e mezzo) gli spagnoli.
L’unica certezza, dunque, è che non ci sono certezze. Anzi, una ce n’è, e se vi rileggete questa rubrica nelle uscite di ottobre, ve l’avevamo preannunciata: c’è da rifare sta diavolo di legge elettorale. La quale, oltretutto, era chiamata a garantire almeno una decente presenza femminile tra gli scranni. Invece, nomen (non) omen: le quote rosa col Rosatellum sono andate a farsi benedire e le parlamentari saranno in totale meno di un terzo, con pernacchia gigante all’alternanza di genere nelle pastrocchiate liste. Che poi, al dilà del sesso, l’importante è avere onorevoli che davvero tali siano. Ma va beh: in mezzo a tanto casino, viene solo da chiedere. “Famo che basta o rivincita?”
Valerio Mingarelli

