‘ALDE’ MAREE EUROPEE E SPY-STORY ALLA VACCINARA: LIBERATECI DAL MALWARE (AMEN)

Spassandocela in un lezioso mix di titoli, catenacci e giustezze dei giornali di oggi, ci assale un dubbio di quelli che l’Amleto shakespeariano potrebbe tranquillamente spicciarci casa: ma i fratelli Occhionero (nomen omen), che per un lustro hanno ficcanasato calmi e placidi in mail, account, chattine, chattucce e cellulari di mezza Italia (quella che conta), non potevano dare nelle ultime 72 ore una sbirciatina anche alla cronologia WhatsApp di Grillo? Chissà, magari presi da pietà carmelitana lo avrebbero potuto riportare a più miti consigli. Dissuadendolo dalla trovata di far fare armi e bagagli a tutto il plotoncino dei 17 eurodeputati pentastellati per sbatterli in “Alde”, frangia ultras liberale capitanata da un uomo dal cognome simile a un brand di insetticidi (Vehrofstadt) e composta da gente che la sera recita passi del trattato di Maastricht a memoria manco fosse il “Gloria al padre” (davanti a due gigantografie degli spirati Goldman e Sachs). Il tutto solo per farsi poi tirare un “pacco” epocale, e dover cantare davanti a Nigel Farage la hit morandiana “ritornerò, in ginocchio da te” con tanto di “giurin giurello” su un bel referendum sull’euro da imbastire a breve.

Curiosando magari da tempo addietro, diciamo dal 4 dicembre, i due cyber-fratellini avrebbero potuto persino convincere il “saltimblogger” genovese che dopo il successo al referendum, darsi la ramazza sulle parti care con boiate come quella del tribunale del popolo per i giornali poteva tutto sommato essere un esercizio sadomaso evitabile, alla luce anche dell’extra-gettito di consenso che ogni sondaggio alle pendici del Santo Natale attribuiva a lui e al M5S. Invece no: mentre il comico emulava la divinità greca Crono prendendo a morsi la sua creatura, gli “Occhionero’s” preferivano sorbirsi le iper-ottimistiche emoticon di Renzi, le anestetiche mail di Draghi o gli episcopali sms del cardinal Ravasi. Oppure, peggio ancora, le chat “gutturali” di Ignazio La Russa (suvvia) o le note vocali sibilate di Piero Fassino (ri-suvvia). Povero Grillo: proprio lui, l’uomo per il quale la Rete è tutto e che si è infilato nell’eurofiguraccia al fine di contare di più proprio su norme e direttive continentali inerenti il web, resta fuori dalla spy-story fumettistica che nei prossimi giorni sarà il romanzo a puntate che ci cuccheremo a ogni istante della giornata.

Ritornando un attimino sulla carreggiata della serietà, il caotico universo internettiano che tanto piace ai pasdaran M5S in questa settimana ripropone in modo dirompente tutta la sua fallacità e pericolosità. Ricapitoliamo un attimino la faccenda con attori e diegesi. Giulio e Francesca Maria Occhionero, i due fratelli residenti a Londra ma domiciliati in riva al Tevere, sono indubbiamente due traffichini, “smanettoni” in materia informatica e abili nel capire dove nei meandri di un software c’è “polpa” e materiale che scotta. Inoltre sono bravi anche a nascondere e conservare con minuzia “hackeristica” la refurtiva telematica, attraverso una rete di server tra Londra, il Minnesota e altre location estere (ma in nessuna località off-shore digitale, come è stato rimarcato). Però una cosa va detta: immaginarseli come due criminali alla Bonnie&Clyde pronti a sovvertire i poteri forti e meno forti del nostro paese, beh, significa farla un po’ fuori dal vaso. Il metodo utilizzato per addentrarsi in pc e telefoni, in fondo, è di quelli banali: attraverso un semplice malware. Uno di quei trojan che arrivano ogni giorno a frotte nei nostri computer, magari attraverso una semplice mail che si è portati ad aprire (nell’oggetto di quelle degli Occhionero c’era scritto “Studio Legale”) e che, una volta entrati, ci installa il softwarino malevolo e spione.

Scaltrissimi, per carità, ma non serve Edward Snowden per fare una roba del genere. Del resto i due, benestanti e in vista nei salotti dell’Urbe, hanno archiviato materiale di tipo finanziario, lobbistico e soprattutto di marca massonica. A quanto risulta però, almeno direttamente, non avrebbero ricattato nessuno e ancora non è chiaro se fossero al soldo di qualcuno o se agissero così, giusto per ammazzare il tempo, stufi delle serie tv di Netflix o del solito tran tran capitolino. Insomma, a prima impressione, ci troviamo di fronte alla solita spy-story alla vaccinara, che ha sì i suoi lati oscuri e criminogeni, ma che rimanda alla P3 e a Bisignani oltreché a Mafia Capitale e a Buzzi, vicende rese più grandi di quello che in realtà sono dal grammofono mediatico.

Quello che ci si chiede è: è normale che due signori di mezza età, peraltro frequentatori della Roma bene, si insinuino senza colpo ferire nei telefoni di due premier (Monti e Renzi) di uno dei paesi del G8? Oppure nel tablet del numero uno della Banca Centrale Europea? O nel pc di un ex titolare del Tesoro come Fabrizio Saccomanni? No, non è affatto normale. Aspettiamo di saperne di più e di capire quanto l’opera illegale del tandem Occhionero sia stata davvero criminale o meno. Di certo però la faccenda pone un problema di vulnerabilità non da poco, in questa era dove siamo costretti a fastidiose spremute di meningi per ricordarci decine di username e relative password ogni dì. Inoltre veniamo tediati ogni ora con la cantilena sull’importanza dell’intelligence e della sofisticazione dei sistemi di sicurezza, poi ci ritroviamo pc di presidenti del Consiglio e caselle di posta elettronica di ministri violate da due fratelli in pantofole adagiati su un divano. Attraverso “bug” semplicissimi che si possono attivare con software disponibili in Rete anche per qualsiasi ragazzo sveglio del quarto Ragioneria. E’ il caso di interrogarsi ormai su quanto proteggersi in Rete sia impossibile, anche (e soprattutto) per noi che non siamo generali della guardia di Finanza, né senatori, né funzionari del Viminale, ma “semplici” utenti. “Il popolo della Rete”, direbbe il leader della compagine politica con più seguito nella settima economia del mondo. Chiaro no? Ecco, correte a cambiare la password alla vostra mail. E visto che ci siete anche quella di Facebook.

Valerio Mingarelli

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