QUELLO CHE RIMANE

Ho appena finito di leggere una raccolta di racconti di Alice Munro dal titolo “Una cosa che volevo dirti da un po’” e credo che sia uno di quei libri di cui non si può fare a meno. Ma non volevo parlare di questo, la Munro mi serve solo a introdurre la questione di quello che rimane. In una presentazione a Civitanova di questo inverno ad una obiezione del pubblico che trovava nei racconti di “Dove ballano le ragazze” una certa dose di misoginia, mi sono difeso dichiarando che “alla fine quando è tutto consumato almeno rimane l’amore”. Ero stato spericolato e improvvido? A casa ho ripensato a questa affermazione. Avevo detto la verità? Potevo dire di credere a quello che avevo dichiarato?

E’ evidente che se costruisci un testo lirico o una storia è praticamente impossibile evitarlo, l’amore, perché è uno di quei sentimenti umani con cui si ha a che fare tutti i giorni dentro come fuori di sé. Eppure quando si tratta di se stessi e della vita reale dire che crediamo nell’amore è un azzardo che costa forti responsabilità. La cosa più sensata sulla questione, nella sua follia, sembra averla detta Jacopo Ortis dopo aver baciato Teresa. All’amico Lorenzo scrive : “Dopo quel bacio io sono fatto divino (…)non fuggo più gli uomini, e tutta la Natura mi sembra mia. Il mio ingegno è tutto bellezza e armonia. Se dovessi scolpire o dipingere la Beltà , io sdegnando ogni modello terreno la troverei nella mia immaginazione”

Dunque Jacopo ha scoperto che la radice dell’amore è tutta nell’immaginazione, senza quella capacità di creare aloni intorno alle cose, alle persone, alle situazioni e ai prodotti dell’uomo saremmo ridotti a bestie compulsive o a macchine funzionali. Lo sapeva Herbert Marcuse che nella desublimazione repressiva identificava appunto la radice del dominio contemporaneo. Quindi l’amore non è un sentimento individuale, è piuttosto la sostanza stessa che permea l’intenzionalità dei sentimenti e delle cose che riguardano l’uomo.

Per questo è così difficile dire qualcosa agli adolescenti che chiedono, indirettamente, lumi sull’amore. Ogni tanto assisto al grottesco tentativo delle istituzioni, o di qualche zelante insegnante di religione di “ortopedizzare” l’amore, cioè fornire una bussola morale all’uso dei sentimenti amorosi. Ovvio che la cosa ha come obiettivo  convincere gli adolescenti che non bisogna avere rapporti sessuali prima del matrimonio o della maggiore età. Come si vede lo scopo di tanto zelo è piuttosto pragmatico. Eppure non c’è cosa altrettanto priva di senso che l’ortopedia morale dell’amore. Perché moralizzare l’energia vivente dentro la quale si muove l’essere umano significa eterodirigerlo e farlo passare attraverso l’edificante, che per sua essenza è la negazione stessa dell’amore. L’amore potremmo dire citando Sartre “ha sempre ragione nella sua maniera di aver torto”. L’amore è quello che rimane dopo che tutto è stato consumato, anche dopo che la civiltà ha perduto i suo dei. E’ ciò per cui l’avventura umana è ancora degna di essere vissuta, è la radice stessa dell’umanesimo, perché come scriveva Georges Bataille “la trasgressione non è la negazione del divieto, bensì il suo superamento e il suo completamento”

Alessandro Cartoni