Fabriano – Ilaria Ferretti e “Italia in-attesa”, il racconto fotografico del lockdown

Ilaria Ferretti cresce, come lei stessa racconta, spendendo molti pomeriggi della sua infanzia appollaiata sopra la lavastoviglie nella cucina del ristorante di famiglia a Fabriano. Classe 1980, ha frequentato l’Istituto d’Arte di Fabriano e si è diplomata in Fotografia all’Istituto Europeo di Design di Torino. Ha esposto in mostre personali e collettive in Italia e all’estero. E’ rappresentata da Ares Contemporary (Lugano, CH), co-fondatrice di PHOS Centro Fotografia Torino dal 2011, insegnante ed esperta di Tecniche di stampa fotografiche Fine Art analogiche e digitali. Attualmente vive e lavora tra le Marche e Torino ed è stata selezionata, con altri undici fotografi, per il progetto “Italia in-attesa”, un racconto fotografico che con un forte impatto emozionale ripercorre l’Italia nel periodo del lockdown nazionale, attraverso scatti fotografici. L’abbiamo raggiunta per scoprire qualche dettaglio in più di questa iniziativa che si è poi sostanziata in una mostra fotografica a Roma a Palazzo Barberini.

Ilaria, come nasce il progetto “Italia in-attesa” e chi sono i promotori?

L’iniziativa Italia in-attesa è promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo. I fotografi sono stati selezionati da un Comitato Scientifico presieduto da Margherita Guccione (Direttore MAXXI Architettura) e composto da Simona Antonacci (Collezioni fotografia MAXXI), Carlo Birrozzi (Direttore dell’ICCD), Pippo Ciorra (Senior Curator MAXXI Architettura), Fabio De Chirico (Dirigente DGCC), Matteo Piccioni (Storico dell’arte DGCC).

Quanti fotografi sono stati inseriti nell’iniziativa e con quale mission?

Siamo dodici fotografi italiani di diversa generazione: Olivo Barbieri, Antonio Biasiucci, Silvia Camporesi, Mario Cresci, Paola De Pietri, Ilaria Ferretti, Guido Guidi, Andrea Jemolo, Francesco Jodice, Allegra Martin, Walter Niedermayr, George Tatge. Ad aprile 2020, mentre era in corso il lockdown nazionale, siamo stati chiamati a realizzare un racconto fotografico, composto da minimo tre e massimo dieci immagini più un testo che raccontasse il lavoro svolto. Ciascuno ha lavorato secondo la propria sensibilità e poetica, con assoluta libertà espressiva e narrativa. Riguardo la mission, l’iniziativa “Italia in-attesa” è stata realizzata nell’ambito del progetto 2020FermoImmagine, dedicato alla creazione di un archivio visivo dell’Italia durante l’emergenza sanitaria. I dodici progetti fotografici sono destinati all’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del MiBACT.

Su quali aspetti, luoghi e spazi fisici ed interiori hai focalizzato il tuo obiettivo?

Quando è arrivato il lockdown ero nelle Marche, in un piccolo borgo del comune di Arcevia dove vivo attualmente quando non sono a Torino. Con l’incarico ricevuto avevo la libertà di andare ovunque, per raccontare qualunque luogo d’Italia, ma ho scelto di muovermi tra le Marche e l’Umbria, in un vasto territorio in cui Fabriano (città in cui sono nata) si pone idealmente al centro. Il tempo a nostra disposizione per realizzare il lavoro era poco e, come mia consuetudine, volevo realizzare opere che non fossero di superficie ma che andassero in profondità nel tema. Ho visitato quindi alcuni piccoli centri urbani e territori che conosco e mi appartengono, sia visivamente che emotivamente. Ho scelto di raccontare il “mio lockdown”, di tradurre in immagini i pensieri che nelle settimane precedenti avevo maturato. Ho mostrato le nostre campagne, luoghi già di per se svuotati dalla vivacità di un tempo, quella che caratterizzava il mondo rurale. Ho registrato l’esplosione della natura, sia fotograficamente che soprattutto dal punto di vista sonoro, grazie al silenzio inconsueto che si avvertiva per l’assenza di traffico (per le strade e nel cielo).

Come si intitola il tuo personale racconto fotografico del lockdown?

Il mio racconto si intitola “Primavera 2020” e, oltre alle immagini, ho realizzato delle tracce audio che raccontano il paesaggio sonoro di quei giorni e degli avvenimenti a cui ho assistito. Come la registrazione del Campanone a Gubbio, suonato anche nel 2020 come ogni anno nel giorno di Sant’Ubaldo, il 15 maggio, ma sopra una Piazza Grande eccezionalmente vuota, alla quale ho dedicato ben tre delle undici immagini consegnate al MiBACT. Infine, ma non ultima, il mio racconto fotografico inizia con un’immagine della piazza storica di Visso terremotata. Il sisma del 2016 l’ha svuotata completamente, ancor prima del lockdown imposto dalla pandemia che ha colpito l’Italia e il mondo intero. In quei mesi, ascoltando il clamore mediatico e il ripetersi ossessivo nei telegiornali delle immagini di note piazze svuotate e private della loro funzione sociale, non ho potuto non pensare a questa piccola, bellissima piazza dimenticata da troppo tempo. Ho voluto riaccendere i riflettori su questo tema (che nel nostro territorio conosciamo bene) e lasciare a futura memoria l’immagine di questo luogo che mostra quanto c’è ancora di irrisolto nei nostri meravigliosi territori appenninici. Sempre nelle Marche, a Urbino e Corinaldo, ho fotografato le “presenze/assenze” che ho trovato.

Che emozioni e sensazioni hai provato, mentre lavoravi a questi scatti, che hanno poi raccontato l’Italia in lockdown?

Il tempo sembrava fermo, sospeso, i luoghi urbani erano completamente vuoti e silenziosi. Ero sola ed era al tempo stesso affascinate e desolante. La natura era l’unica presenza consolante: i versi e il volo di rondini e rondoni insieme al sole, che muoveva le ombre di statue ed edifici come fossero meridiane, mi hanno suggerito la vita e lo scorrere del tempo. L’emozione più intensa l’ho provata sulla rampa che conduce alla basilica dedicata a Francesco ad Assisi, mentre osservavo e fotografavo il sole nascosto da un velo di nubi, in assoluto silenzio.

Quali luoghi hai privilegiato del nostro territorio e secondo quale filo emozionale hai meditato la tua scelta?

Nel nostro territorio ho fotografato la natura, le campagne e il mondo rurale. Dal punto di vista emozionale ho voluto ripercorrere idealmente la vita dei miei antenati, fotografando le tracce della mezzadria ormai estinta: un vecchio casolare abbandonato a se stesso in mezzo alla campagna, come ce ne sono molti; uno spaventapasseri fatto come lo avrebbero fatto i miei nonni. Poi, ho fotografato l’arrivo della primavera: una strada imbiancata dai pioppi; un nido vuoto, intrecciato con fili di plastica e altri scarti dell’uomo moderno, sul quale un insetto stecco se ne stava in posa mimetizzato.

L’iniziativa si è poi sostanziata in una mostra fotografica “Italia in-attesa. 12 racconti fotografici”. Chi sono i promotori e curatori della mostra e come hanno strutturato il percorso espositivo in base alle opere fotografiche a disposizione?

La mostra ha aperto al pubblico il 24 febbraio scorso a Roma, a Palazzo Barberini, e rimarrà visitabile fino al 13 giugno p.v. E’ promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo e realizzata dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea e dall’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, in collaborazione con le Gallerie Nazionali di Arte Antica Barberini Corsini. I curatori sono Margherita Guccione, Carlo Birrozzi, Flaminia Gennari Santori. Più di cento le fotografie esposte lungo un percorso che si snoda tra cinque diversi ambienti di Palazzo Barberini (Sala delle Colonne, Cucine Novecentesche, Sala Ovale, Sala Paesaggi, Serra) – tre dei quali aperti al pubblico per la prima volta in questa occasione – creando un dialogo suggestivo tra presente e passato, storia e attualità, architettura e immagine.

Gigliola Marinelli

Foto 1 Ilaria Ferretti

Foto 2 Piazza di Visso 

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