COMPIMENTO DI UN’ATTESA

di monsignor Stefano Russo, vescovo di Fabriano-Matelica e Segretario Generale della Cei 

Sono giorni nei quali, più che in altri periodi, si moltiplicano gli incontri con persone, comunità, realtà del mondo del lavoro e istituzioni. Gli auguri per il Natale e il nuovo Anno diventano così motivo per un momento di confronto. Spesso, quando ci si dà la possibilità di andare oltre uno scambio superficiale, emerge subito prepotente l’attesa di qualcosa che dia sostanza alle parole, alle strette di mano, ai doni scambiati sotto l’albero. Del resto, quando in alcuni casi tocchiamo l’assenza di questa attesa, non stentiamoci a fermarci pensosi, come davanti a una sorta di malattia dell’anima: infatti, forse non c’è nulla di più pesante che arrivare a non attendersi più nulla dalla vita, quasi i giochi fossero ormai fatti, senza che sia data possibilità di cambiamento.

Ben vengano, dunque, le attese. In molti casi, riguardano noi stessi ed esprimono l’esigenza di essere migliori. A volte, presumiamo di poter soddisfare questa domanda con degli interventi “esterni”: penso alla ricerca della bellezza ad ogni costo attraverso l’intervento di un chirurgo o alla trasformazione del nostro corpo tramite l’apposizione di disegni tatuati. In realtà, spesso senza che ce ne accorgiamo, queste forme sono il segnale di una non piena accettazione di quello che siamo e possono corrispondere all’illusione di poter cambiare semplicemente imboccando scorciatoie a portata di mano.

Allo stesso modo, l’aspettativa che non raramente ci ritroviamo nel profondo del cuore è che nella nostra vita accada qualcosa che la renda meno faticosa, che renda meno problematici i rapporti con le persone con cui viviamo e che ci permetta di trovare quella serenità a cui aneliamo con tutte le nostre forze. Può capitare così di vivere in un’attesa speranzosa che le situazioni cambino, che l’altro modifichi il suo atteggiamento nei nostri confronti, che una buona notizia finalmente intervenga a risolvere i problemi che ci affliggono.

Più in generale, guardando alla scena socio-culturale del nostro Paese, viviamo nell’attesa che finalmente si trovino le formule per affrontare la crisi lavorativa che da troppo tempo condiziona il vissuto di tantissime famiglie; così, auspichiamo che le manovre economiche elaborate da chi ci governa possano finalmente “sbloccare” la situazione, come pure speriamo che “l’invasione” di genti provenienti da altre latitudini possa essere gestita in modo tale da “salvaguardare” il nostro spazio di vita.

A ben guardare, sono in effetti tante le “attese” che condizionano la nostra vita e che in questo periodo di feste trovano una nuova speranza di realizzazione.

Proprio perché questo dinamismo di vita non si risolva di fatto in una nuova delusione, la Chiesa ci soccorre aiutandoci ad andare al cuore dell’attesa, compimento del tempo d’Avvento. Lo fa riconsegnandoci la buona notizia del Natale: in Cristo trovano soddisfazione le nostre aspettative più profonde; se Lui abita la nostra vita, è già accaduto qualcosa che dà il senso pieno al tempo, ad ogni tempo e situazione della vita. Scopriamo allora che il tesoro lo portiamo già in noi, perché in questo Bambino risalta l’immagine di Dio di cui ogni essere umano è portatore fin dalla creazione del mondo. Con Lui ci è data la possibilità di ritrovare una bellezza che non avremmo mai pensato di possedere.

Dalla Grotta di Betlemme si torna davvero trasformati. Infatti, se riconosciamo veramente la presenza del Signore, non stiamo più ad attendere qualcuno che arrivi a cambiare la nostra vita, ma facciamo l’esperienza che possiamo renderci prossimi all’altro (Lc 10,25-37), chiunque esso sia: Lui, fattosi prossimo a noi con il dono della Sua vita, ci permette ogni giorno di compiere lo stesso straordinario percorso di misericordia.

Possiamo comprendere allora perché San Paolo chiamava “santi” i componenti delle prime comunità cristiane (Fil 1,1). E, di conseguenza, sentirci partecipi di quella comunione dei Santi che attraversa la storia, incamminata verso il compimento.

Certo, da parte nostra è necessario accettare ogni giorno la sfida del Vangelo che ci richiede un investimento che coinvolge l’intera esistenza. Ne vale la pena: in tal modo, sperimentiamo che l’Opera di Dio si compie prima di tutto in noi stessi perché Lui, il Santo può renderci costruttori del Suo Regno e di conseguenza di una società rinnovata (1 Cor 3,16-17).

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