IN MORTE DI GIACOMO BECATTINI – di Manfredi Mangano

Se ne è andato sabato notte, Giacomo Becattini: aveva un’età veneranda, 90 anni, ma fino all’ultimo aveva tenuto allenata una mente fertile, protagonista per decenni del nostro dibattito economico.

Docente a Siena e a Firenze, per tre anni a capo della Società Italiana degli Economisti, Becattini era stato uno dei massimi studiosi assieme a Giorgio Fuà del fenomeno dei “distretti produttivi”, quell’unicità italiana in cui un’azienda e un territorio, per usare le sue parole, si compenetrano.

Becattini aveva usato per i distretti italiani la famosa metafora del calabrone, che vola anche se non sarebbe in grado di farlo.

Per tutti i manuali di management, il caso italiano avrebbe dovuto essere semplicemente non esistente: uno sviluppo economico concentrato in piccoli centri, con aziende a bassa tecnologia, bassi investimenti e piccoli fatturati, è qualcosa di impensabile in una mentalità aziendale anglosassone.

Il contrappasso è che, in un dibattito economico fortemente condizionato dalle idee provenienti da Oltreoceano, anche molte Scuole di Management e Facoltà di Economia italiane, negli anni, hanno sfornato aspiranti manager educati a considerare quella italiana una anomalia da correggere in ogni modo: keynesiani o liberisti che fossero, la chiave per loro era meno aziende, più grandi.

Una aspirazione, probabilmente, utopica in un Paese segnato da un tasso di imprenditorialità così diffuso, nonostante il modello dei distretti non andasse certamente santificato: secondo Becattini, a fare l’humus necessario per la crescita di un distretto erano una comunità di persone dai valori condivisi e abbastanza omogenei, incarnati in regole e istituzioni condivise e in un senso di orgoglio, di “bastarsi da sè”, importanti per il successo stesso del distretto.

Questo orgoglio conviveva necessariamente con flussi migratori e con l’integrazione di nuovi cittadini, per assicurare un ricambio, in un processo non sempre lineare o facile: da non fabrianese di origine, con alcuni amici a loro volta non fabrianesi di origine, ne ho potuto vedere i limiti in alcune occasioni, e i meriti in altre.

Le imprese del distretto industriale non appartengono, di solito, a un solo settore: ma attorno a più settori si sviluppano sistemi di aziende coinvolte in tutte le fasi di un processo produttivo, e di solito specializzate in prodotti con una domanda flessibile e personalizzata.

La crisi ha falcidiato tanti distretti, e ne ha messi a dura prova molti altri, come il nostro: eppure,  ci sono realtà che a partire da aziende di 15-30 persone oggi esprimono una leadership mondiale, magari in settori che i settimanali patinati non considerano interessanti, come le macchine farmaceutiche o il packaging, ma che continuano a dare lavoro a decine di migliaia di persone, lavoratori altamente qualificati in piccole realtà a misura d’uomo.

E allora, se c’è qualcosa che possiamo tenere con noi del lavoro incessante e curioso del professor Becattini, è proprio questo spunto pragmatico: siamo così, abbiamo fatto tanto, possiamo ancora fare tanto. Cambiando quel che serve per aggiornarci alle necessità, senza perdere quello siamo.

Buon viaggio professore, continueremo a cercare!

Manfredi Mangano

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