BALLOTTAGGIO: BALLO O… TACCIO?

“Le Limpiadi? Io ho la psoriasi e basta quella a non famme dormì”. Così Carmela, vecchietta-furetto che sgattaiola ogni mattina tra melanzane, puntarelle e albicocche intorno ai bancali ortofrutticoli del Pigneto. La sua laconica risposta fornisce un termometro perfetto di quanto sia grande il cavolo (per rimanere in tema di verdure) che gliene freghi ai romani della candidatura olimpica della città fondata da Romolo 2 mila e 769 primavere fa. L’alterco a cinque cerchi, che da dieci estenuanti giorni vede protagonisti i duellanti per la fascia tricolore dell’Urbe Virginia Raggi e Roberto Giachetti, è la cartina di tornasole più lampante di una campagna elettorale (un po’ ovunque nello Stivale) livida e scialba, già dimenticabile nei mesi che hanno preceduto il primo round del 5 giugno, ed ora vittima di un crollo dell’ottavo grado della scala Mercalli. Tra sparate col fischio, confronti tv alla camomilla, ripicche stile scuola materna e uso dei social network da neurodeliri, l’unica certezza per spompati candidati e cittadini molestati è che domenica questa tribolata arrampicata sul Calvario sarà finita. Così, mentre parte il countdown, non resta che giocarci un po’ su, lanciandosi in pronostici alla Maurizio Mosca con annessa analisi di strategie (quasi tutte bolse nella sostanza e farneticanti nella forma) e stato di salute degli “spadaccini” chiamati alla “final tenzone”.

TORINO: FASSINO Vs APPENDINO. Nel confronto in tv dalla Annunziata, di fronte alla registrazione di “donna Boschi” che, con fare da capomandamento di Brancaccio, annunciava “se vincono i 5S addio 250 milioni per i gianduiotti”, il volto del flebitico Fassino per un attimo è divenuto luciferino. Come a dire: questa non poteva andare dall’estetista o ad un corso intensivo di punto croce invece di venire a frantumarci i genitali qui? L’uscita della “femme fatale” di Palazzo Chigi c’entrava come una caponata a colazione: mancava soltanto un avvertimento modello famiglia Savastano, del tipo “se votate 5 Stelle state attenti: sappiamo dove vanno a scuola i vostri figli”. Nonostante i tafazziani proclami della miss del giglio magico, Fassino ce la farà. Per carità, le “remuntade” sotto la Mole sono storia: nel derby delle sinistre del ’93 il bomber dei ballottaggi Valentino Castellani rimontò al “compagno” Diego Novelli un solco di 16 punti. Fassino però, al contrario della Boschi, è uno che succhia latte di volpe da quel dì: la working class torinese lo ha abbandonato in favore della Appendino (assai più tonica e fiorifera di argomenti rispetto alla “gemella” romana Raggi) e ora va con un filo di gas. Sa di avere un’avversaria ostinata, che vuol rosicchiagli molti dei 10 punti di vantaggio con denti da castoro, e intelligentemente lui va per sottrazione, evitando polemiche sterili come si fa coi malati di pellagra e limitandosi a sporadici e innocui pizzicotti alla rivale. Pescherà qua e là: di misura, ma sarà ancora lui il guardiano delle sponde del Po.

NAPOLI: DE MAGISTRIS Vs LETTIERI. Qui la Boschi è stata chiara, e con lei la Serracchiani: nessuna indicazione per gli elettori del PD. Ma una bella banconota da 5 euro per chi manderà al Nazareno un selfie dalla spiaggia di Castelvolturno, beh, quella non verrà negata a nessuno. Dopo il mancato endorsement delle due dioscure renzine, c’è chi giura di aver visto entrambi gli sfidanti sfilare al Vomero a colpi di clacson per la gioia. Qui non c’è gara: Gigione verrà confermato in scioltezza. Lettieri è poco più di uno sparring partner: sarà un pic-nic in ciabatte per l’ex pubblico ministero.

MILANO: SALA Vs PARISI. I gemelli diversi cominciano ad accusare il latte alle ginocchia e l’arsura al palato dopo una volata spaccagambe lunga da Quarto Oggiaro fino a Lambrate. Ascoltarli ormai è avvincente come leggere il libretto delle istruzioni di un tostapane: anche Parisi (fin qui il meno soporifero e cantilenato in tv dei due) ieri dalla Gruber è andato fuori giri. Poco male: venti minuti dopo, in collegamento a Ballarò, Sala ha fatto addormentare persino la signorina Boccasana durante il rullo pubblicitario. Parisi, ogni volta che gli viene nominato Salvini, è colto da cefalee a grappolo. Sala invece ha chiuso tutti gli ex assessori di Pisapia dentro i giardini di piazza Vetra e ha gettato la chiave dal ponte della Ghisolfa. Già, Pisapia: i malanni della sinistra meneghina sono cominciati in autunno, quando l’avvocato ha detto “basta così” annunciando il ritorno agli estenuanti tornei di ramino al circolo Arci “Bellezza”. Da lì Renzi ha incoronato Mr Expo e il pollo tandoori, i battibecchi si sono sprecati e fuori dai bastioni i voti che Pisapia raccattò con la mietitrebbia 5 anni fa si sono volatilizzati. Addio rivoluzione dolce, in nome dell’aspro “lime” della Milano che fu da bere. Dunque il pronostico è semplice: vincerà Parisi. Che tra l’altro non deve nemmeno parare gaffe e cazzate col botto dei big forzisti, tutti con sguardo e anima rivolti al San Raffaele e ai ventricoli del sommo Cavaliere. Le lacrime piddine, ad harakiri compiuto, faranno esondare la darsena.

ROMA: RAGGI Vs GIACHETTI. Chi non ricorda le elezioni del 2008: mentre Rutelli aveva già il Pommery in ghiaccio, Alemanno si preparava a fargli la “cianchetta”, che arrivò puntuale come il guano degli storni alla stazione Termini in marzo. Parliamoci chiaro: nemmeno nelle previsioni più orgasmiche i 5 Stelle si aspettavano una tale mattanza. Vederli spadroneggiare in rioni rosso scarlatto quali Quadraro, Garbatella o Laurentino non poteva prevederlo nemmeno il Trilussa più ubriaco: la Raggi, ebbra per l’effluvio di voti, doveva andare anch’essa per sottrazione come Fassino sopra. Non lo ha fatto: abbandonati baratti, funivie e altri film fantasy, ha proseguito con frustate e bacchettate da pedagoga con la penna rossa all’avversario gianicolense. Il quale, ha ragione Renzi, il miracolo lo ha già fatto, nonostante un Orfini capoclasse di un PD romano dove i compagni di partito manca soltanto che lo chiudano nel cesso durante le assemblee e una Boschi anche qui a gamba tesa (“Giachetti non prende ordini” – ripete in loop, manco lavorasse all’Osteria della Suburra il prode Bobo). Il cicaleccio sulle Olimpiadi ha messo altro carbone nel braciere ardente della Raggi: finito in naftalina il referendum dei Radicali, a Roma dei Giochi non importa più un tubo a nessuno, nemmeno ai pini marittimi del Palatino. Del resto una città i cui autisti dei bus scioperano il giorno dell’esordio dell’Italia all’Europeo oggi non vincerebbe nemmeno l’organizzazione dei mondiali di tamburello, altro che Olimpiadi. Quindi Raggi facile: chi dieci giorni fa ha votato Meloni, Marchini o Fassina o voterà per lei o andrà di vermicello e vongole a Torvaianica. Poi inizieranno le schermaglie televisive, con Mentana in diretta podistica fino al referendum di ottobre. Dove lì Renzi si giocherà davvero il lato B.

Valerio Mingarelli

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