LA LEGGENDA DEL ‘POPULISTA’ NELL’OCEANO (POLITICO E NON)

In Europa dilaga il populismo! A morte i populisti! Fuck populism! Dai futon televisivi alle interviste prefabbricate col Transatlantico alle spalle, dai carnevaleschi caucus a stelle e strisce alla più rovente riunione di condominio, il termine “populista” rimbomba continuamente. Basta un nulla e ti ritrovi con la “pecetta” incollata addosso a doppia mandata. Chiedi (vedi Grillo) il reddito di cittadinanza? Sei un populista. Hai in mente di dare 80 euro alle pensioni minime come Renzi? Voilà, ti becchi del populista fatto e finito. Desideri passare con un “Hammer” cingolato sui campi rom come Salvini? La corona di populista dell’anno ti aspetta. Ne sa a pacchi anche Berlusconi: ad ogni suo “via l’Imu!”, è sempre corrisposto da sinistra un “populista!” uguale e contrario.

Non si scappa: oggi quando vuoi schifare qualcuno nessun aggettivo è efficace e pungente come populista. E la spruzzata di ludibrio altezzoso usata dal mittente fa il resto. Il populista è deprecabile, rozzo, plebeo. Uno a cui nemmeno stringere la mano, pena il contagio per direttissima. Un appestato 2.0, insomma. Non lo trovi solo in politica: se usi il parmigiano invece del pecorino per fare l’amatriciana, diventi un populista culinario. Se preferisci Gianni Morandi a Francesco Guccini o Franco Battiato, sei un populista del pentagramma. E così via.

E’ un mantra di disgusto, e nell’agone politico si assiste a un overdose di snobbetti che ne fanno uso (e abuso). Manco fossero baronetti reduci da una battuta di caccia alla volpe capitati al mercato delle vacche. La vittoria del fascistuncolo Norbert Hofer in Austria fa gridare ai titolisti dei giornali di mezza Europa “che il vento del populismo soffia sul vecchio continente”. Un anno fa, quando la Grecia finì sotto il gonfalone rosso carminio di Alexis Tsipras, occhielli e catenacci della carta stampata recitavano la stessa manfrina. Non parliamo poi del macchiettistico saltimbanco d’Oltreoceano Donald Trump: negli ultimi tre mesi anche gli alligatori del Mississippi lo hanno bollato come populista.

Per comprendere il perché del ricorso indiscriminato a tale epiteto, bisogna innanzitutto essere franchi e non raccontarci favolette con belle addormentate, folletti e principi azzurri: nei dibattiti e nelle concioni televisive, spesso viene buttato là molto a cazzo. Politologi, cattedratici e luminari della scienza politica odorano di muffa ormai tanti sono gli anni che stanno cercando di dargli un “ceppo” storico. Si sono persino accapigliati sulla faccenda. Ci sono i sostenitori dell’origine russa, per i quali il sostantivo populismo fiorì col movimento culturale sviluppatosi a fine ‘800 nei vicoli moscoviti. Il quale mirava dritto, attraverso il proselitismo degli intellettuali presso il popolo, a un miglioramento della vita delle classi sociali disagiate e dei poveracci in generale. In parole scarne: volevano mandare in pensione (anzi, al cimitero) lo Zar e avviare la rivoluzione. Altri studiosi, invece, puntano le loro fiches sul germe americano, per il quale quello “populista” fu un partito politico nato nel 1891 per mano di contadini e operai che chiedevano l’elezione del presidente per voto popolare diretto, la nazionalizzazione di strade e ferrovie, la libera coniazione dell’argento e altre aperture di vari gusti. Senza troppa gloria però, visto che nel primo decennio del ‘900 la compagine si sbriciolò come un torrone pralinato.

A parte le ricostruzioni da sussidiario, c’è sempre il valore semantico della parola. Per come lo intendiamo noi, oggi il populismo è il sinonimo (equipollente) di demagogia, sostantivo il cui etimo è composto dai termini “demos” (popolo) e achei (trascinare). Quindi il demagogo non ha altro obbiettivo che accaparrarsi il favore del popolo. Convincerlo. Persuaderlo. E perché no, abbindolarlo. “E’ la captatio benevolentiae”, per dirla coi latini. Se Seneca e Cicerone utilizzavano la retorica, considerata una vera e propria arte che utilizzava tutti gli artifici del linguaggio per raggiungere la persuasione, Grillo e Salvini fanno affidamento sulla demogagia. La quale è più diretta, semplice e maliziosa, perché (come ci sentiamo ripetere in ogni quarto d’ora di tv accesa) parla “alle budella della gente”. Nella politica odierna, non si scappa dalla demagogia, ergo dal populismo. Perché esso è il pan di spagna su cui poggia l’intera torta del consenso. Quindi tutti gli avventori del “ring” della politica la usano, chi più chi meno. Certo, un Matteo Salvini ne fa il suo credo linguistico e ne ha più di un Mario Monti. Il quale però, quando si è presentato all’esame del consenso come nelle elezioni del 2013, ha preso una caterva di legnate che nemmeno un peso piuma contro Mike Tyson senza guantoni. Dunque, i politici farebbero bene a smetterla di dare del populista all’avversario di turno quando non sanno che dire. E i giornalisti di riprendere l’aggettivo in ogni corsivetto o fondino. Ognuno di noi quando deve convincere (o intortare) qualcun altro su una data tesi fa leva su una spruzzatina di demagogia. Specie oggi nell’era della comunicazione “spinta”: si può essere demagoghi su Facebook, su WhatsApp, al telefono con la nonna o scrivendo una missiva su carta vergata a una zia che vive in Polinesia. In politica il fenomeno è trasversale: ne abusano sì Trump, Hofer, Marine Le Pen e i vari strilloni planetari, ma non la disdegnano all’occorrenza anche gli autorevoli David Cameron (in chiave anti-Brexit) e Angela Merkel (in chiave anti-Eurobond). La ha nelle corde (e nemmeno poca) il buontempone Barack Obama così come il machoman Vladimir Putin. E persino quel delinquente matricolato di Al Baghdadi, al pari del bimbominchia nordocoreano Kim Jong-Un. Basta allarmismi: il populismo non è né la tubercolosi né l’ebola, ma una pandemia comunicativa insita in noi. E’ un’arma dialettica, a volte anche efficace, ma non letale. Dobbiamo difenderci sì da essa, consapevoli però che chiunque di noi è pronto a tirarla fuori quando meno se lo aspetta (e molte volte senza neppure accorgersene). Se invece vogliamo continuare a utilizzare l’aggettivo come uno pseudo-insulto, beh, almeno variamo. Non sia mai che “cretino”, “stupido” o “turbo-scemo” finiscano nel dimenticatoio.

Valerio Mingarelli

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