IL CANTO DEI GRILLI E LA STECCA DEI GALLI: IL “QUARANTOTTO” FABRIANESE VISTO DALLA CAPITALE
Tolta quella sabbia negli slip chiamata par condicio (lo so, l’immagine non è carina, ma per chi fa il nostro mestiere il bilancino in prossimità delle urne è un incomodo seccante, quasi come per un juventino pensare alla Champions League), si può tornare al racconto politico col possente tratto-pen dopo due mesi di pallida matita Staedtler. Le albe dei giorni dopo il voto fabrianese sono fragorose anche a 200 km di distanza, persino nella sala stampa di Montecitorio: Fabriano appare insolitamente nelle veline e nelle vergate di agenzia, nelle pappardelle di 23 tassativi secondi per i tg (recitate a memoria davanti al cartonato, manco fossero sonetti del Foscolo, da deputati più o meno peones), nella rassegna stampa a tinte vintage di Radio Radicale e soprattutto negli spifferi dei corridoi che si imboccano là, in via della Missione n° 4, come affluenti del Transatlantico. “Ah bbello, dimme un po’, in pratica Favriano è la nuova Pontida grillina” – è stato lo “sparo” divertito di un collega che vanta trent’anni di tornate elettorali passate al setaccio con lo spettrofotometro per uno dei quotidiani di maggior blasone. Colto un po’ in castagna come quando sei sul treno in dormiveglia e passa il controllore, ho risposto “mah, non esagererei. Diciamo che per un giro ha smesso di essere l’ultima Salemi democristiana”. Che l’eco potesse arrivare fin quaggiù era ipotizzabile: per una piccola città che da Giovanni Battista Miliani in poi ha sfornato svariati parlamentari e più in generale ha palesato sempre un certo feeling con poltrone, scranni, sedili e sgabelli che contano a tutti i livelli, la goleada pentastellata a scapito di quel centrosinistra (molto centro e quasi impercettibile sinistra) che ha imperversato per un settantennio fa specie. Più a Roma che a Fabriano, dove purtroppo la recente morìa di santi in paradiso era già certificata. Ok: ma come si colloca il “quarantotto” fabrianese nel contesto più ampio del voto amministrativo? La colata di piombo scalfariana è quasi inevitabile: andiamo per punti onde evitare inutili soprusi alle parti care.
- Partiamo da una pinzillacchera generalizzata: quella dell’astensione. A matite ancora calde nei seggi, le calcolatrici della partecipazione erano già listate a lutto. “Vedrete, sarà poco sopra il 40%”, “a Senigallia si fermeranno tutti per il brodetto, altro che ballottaggio”, “non esistono più le mezze astensioni” e giù facezie a go go. La bassa affluenza ormai viene agitata come spauracchio, tipo il surriscaldamento del pianeta, e quel “vince il partito del non-voto!” è la prima supercazzola utilizzata da chi a spoglio in corso prefigura già la legnata. Però 50% e spiccioli (4% in più della media nazionale) sono un dato buonissimo rispetto al 58% scarso (quello sì poco entusiasmante) del primo turno: l’86% dei fabrianesi andati ai seggi l’11 a risposto presente. Non male. E se riavvolgiamo il nastro al 2012, Giancarlo Sagramola fu incoronato da un ballottaggio partecipato al 53%: stiamo lì. Quindi nessuna diserzione di massa: nel 2° round il calo è costume consolidato. Che poi d’accordo il dovere civico e la tavolozza dei comandamenti del buon cittadino, ma se uno venti giorni fa aveva optato per Scattolini o Arteconi, oppure per i meno battuti D’Innocenzo o Papale, se domenica è rimasto a casa non è che va scaraventato nel girone dantesco delle brutte persone. Suvvia.
- I numeri. Gabriele Santarelli e il M5S non hanno vinto: hanno bitumato l’avversario. Molti artisti del gioco delle tre carte hanno detto “va beh, si sa che i ballottaggi favoriscono i pentastellati perché calamitano il dissenso”. Vero, per carità. Però tra primo e secondo turno Balducci e soci hanno guadagnato la miseria di 34 voti, i grillini e il loro frontman 3241. Qui non è più questione di dissenso, nasi turati e “tanto meglio tanto peggio”: dettata dalla voglia di cambiamento o meno, è andata in scena a un’inattesa rotta di Caporetto. 61% a 39% è un solco netto, visto in poche contrade qua e là per il Belpaese.
- I Vincitori. Qui entra in scena il quadro nazionale: il successo fabrianese a 5 Stelle è una delle sporadiche rondini nella tormentata e grandinosa primavera grillina. A parte i tafazziani harakiri di Palermo e Genova, il M5S le ha buscate e non poco in giro per lo Stivale. Qui sta il merito più grande del gruppo di Fabriano: non aver commesso in questi anni gli errori puerili che stanno trasformando i vecchi meet up nati all’indomani dei primi V-Day di Grillo in sparute gang in malmostosa cagnara tra loro. Il M5S Fabriano, per raggiungere l’obbiettivo, ha visto le sue componenti remare tutte dalla stessa parte. A partire dai due uomini di punta (diversissimi per indole ed approccio): Santarelli e in particolar modo Arcioni. Il quale, dopo aver ceduto i galloni di candidato alla fascia tricolore (suoi cinque anni or sono) al più giovane sodale, si è reso protagonista di una scorpacciata di preferenze. Niente invidie da asilo Mariuccia, malanno annoso del movimento da troppe parti (basti guardare l’ignobile diaspora a Jesi), ma concetti semplici, compiti definiti all’interno del gruppo e valorizzazione del lavoro di chi ha già ruoli istituzionali. Risultato: qui a Montecitorio, nei ranghi grillini, si parla già di “modello Fabriano”, con tutto il team che (dai centravanti alla Di Battista ai mediani di rottura stile Taverna) cita il gruppo cartaio come esempio da esportare per poter mettere qualche bandierina in più qua e là a livello locale.
- I vinti. Qui di discrepanza tra Fabriano e il nazionale non ce n’è. Nel Pd i galli a cantare sono sempre stati tanti: sono le “stecche” adesso che non si contano più. Se contro la direzione del Nazareno è in atto una sorta di processo di Norimberga, con Renzi che ormai viene preso a pallate pure dai figli e i vecchi totem del carrozzone Dem come Prodi, Veltroni e compagnia inquirente hanno posato la carota per impugnare il bastone nei suoi confronti (il golden boy toscano solo all’idea di fare un tweet di autocritica viene colto da orticaria pigmentosa), anche il Pd fabrianese è sul barbecue. Tra chi condanna la scelta del candidato, chi imputa al partito di non aver incalzato a sufficienza la giunta Sagramola e soprattutto di non aver dato discontinuità nella proposta rispetto alla stessa, in queste ore se ne sentono di ogni. Ignorando però un numero: al 1° turno nel 2012 il PD a Fabriano prese il 17,2%, in questo 2017 invece ha racimolato il 20,3%. Quindi crollo sta ceppa. Certo, il partito “perno” è indubbiamente responsabile della poca empatia creatasi attorno al “progetto Balducci” e all’ormai giornalisticamente noto “patto di Attiggio”, ma a mancare sono state assai più le “supporting list”, cioè le altre listarelle dell’accolita, inzeppate di gente che in passato si era presentata sotto bandiere opposte o a sostegno di idee di città che nulla c’azzeccavano con quella messa in campo quest’anno dall’ingegnere. Un fritto misto insipido e mal pensato, che ha avuto il suo apice nel macchiettismo da avanspettacolo dell’operazione Sgarbi, sempre sontuoso se c’è da dire due cose su una tavola del Masaccio o su un affresco del Sanzio, ma ormai trito e ritrito nelle sue messe in scena: una “captatio benevolentiae” fallita insomma. Detto ciò, in una città dove le persone che hanno posizioni di rendita da difendere ogni giorno di più vanno cercate col lanternino, era pronosticabile che la coalizione che più di tutte incarnava il vecchio establishment (col sostegno di fondazioni, associazioni, logge e consorterie) avrebbe avuto vita dura: la voglia di voler passare al salato dopo anni di paste dolci (oddio… zuccherate è meglio) era lampante. Anzi, Il 35% di Giovanni Balducci alla prima tornata (merito perlopiù del PD, va detto) è una sorta di mezzo miracolo: visti i numeri di domenica scorsa, l’impressione è che il centrosinistra non avrebbe vinto neppure se avesse candidato Mitterand.
- La campagna elettorale. Sta qui l’enorme faglia tra i due candidati e tra le formazioni in loro appoggio. Santarelli, possiamo dirlo, in questi mesi non ha sbagliato quasi nulla: ha mutato nettamente pelle e approccio rispetto al passato, e con lui tutto il M5S. Niente toni barricaderi, invettive al vetriolo limitate al necessario e infine piattaforma programmatica, slogan e hashtag più rasserenanti che volti al demolire. I grillini fabrianesi non hanno dipinto palazzo Chiavelli come una Bastiglia da espugnare e (cosa da non sottovalutare) dopo un po’ hanno smesso di abboccare ai tanti bigattini avvelenati disseminati sui social da provocatori seriali e furbastri da tastiera. Hanno fatto tutto l’opposto di ciò che in troppe città gli altri portacolori del M5S hanno messo in pratica con masochismo chirurgico (andandosi per lo più a schiantare). Sul fronte opposto, invece, si è registrata una campagna elettorale a scomparsa, accattivante quasi come il rosario vespertino delle sorelle benedettine di Santa Margherita. Nessuno chiedeva a Balducci e ai suoi di seguire i dettami di Jim Messina o di usare i social alla carlona come fa il segretario del partito di maggioranza relativa di questo paese, però star fuori da Facebook e dalle agorà cittadine che in esso brulicano (con più frequentatori di quelli visti in piazza Alta sabato 24 per il Maglio), lasciando a quattro cani sciolti e non organici al progetto il compito di portare acqua al mulino anti-grillino, è stato come darsi la ramazza nelle parti intime (sulla pagina “Fabriano” si è visto il circo Togni). Impossibile pensare di colmare questo gap prevalendo nei confronti pubblici, che sono stati troppi, soporiferi, ampollosi e per parte della cittadinanza meno avvincenti di una rassegna di dressage. Oggi fare una campagna elettorale (a qualsiasi livello) senza social è impensabile: equivale a riproporre il cinema muto nell’era dei kolossal in 3d. Ciò ha reso quasi superflua la sortita fabrianese dei Di Maio e Di Battista: nel trasmettere pensieri e idee sulla Fabriano che verrà non c’è stata gara. Due video speculari realizzati tra i due turni e la riunione quasi carbonara col governatore Ceriscioli (di certo non la figura con più fan in riva al Giano) sono stati i due macigni che hanno sbarrato definitivamente il vicolo già stretto verso la fascia tricolore a Balducci e al PD. Per chiudere: Santarelli ha evitato di sparare a salve come ha fatto Grillo (specie nella sua Genova, dove la frittata l’ha cotta a puntino lui). Balducci invece ha copiato l’atteggiamento di Renzi con la carta carbone, sibilando e facendosi vedere il meno possibile.
Per chiuderla: in bocca al lupo a Gabriele Santarelli, del quale conosco benissimo passione, stakanovismo e tenacia al limite della cocciutaggine: nell’avventura del M5S anni fa ci si è tuffato a candela e alla fine è stato premiato. Ora ha un’impresa improba davanti (cetriolone, lo chiamano in parecchi): buon viaggio. In bocca al lupo però anche a tutte le altre forze della città (a partire proprio da Balducci e dai suoi) che si sono messe in gioco in questa estenuante tenzone elettorale: “Favrià” sta conciata male un bel po’, di untori in odore di miracoli non ne abbiamo e dna DC tumulato o no, c’è davvero bisogno della collaborazione di tutti. Anche di chi “c’ha sempre da discore”. E perfino dei furbastri che hanno tappezzato di manifesti funerei la città gioendo del risultato delle urne, che celandosi sotto l’indennità di satira hanno messo insieme un teatrino infingardo (e miratissimo). “Famo i braaai mo’, su”.
Valerio Mingarelli

