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Otto ore di sciopero negli stabilimenti Electrolux. “Il Governo intervenga con una convocazione al Mimit”

Cerreto d’Esi – La doccia fredda, anzi gelata, è arrivata ieri pomeriggio a Marghera, Veneto, dove la multinazionale svedese ha incontrato azienda e sindacati nazionali. Electrolux chiude lo stabilimento di Cerreto d’Esi dove lavorano 170 persone più l’indotto. Solo nel 2025 in quella fabbrica erano state prodotte più di 77mila cappe di alta gamma. Nel corso del coordinamento nazionale, presso la sede di Confindustria Est, Electrolux ha annunciato 1.700 esuberi su un totale nazionale di circa 4mila addetti, il 42,5% del totale. I sindacati respingono al mittente quanto annunciato, proclamano lo stato di agitazione in tutto il Gruppo e un pacchetto di otto ore di sciopero. Da oggi è previsto un presidio presso lo stabilimento di Cerreto d’Esi. Alla base della manovra ci sarebbe la volontà di trasferire a terzi la fabbricazione di prodotti non ad alto valore aggiunto, per arrivare ad una configurazione dell’azienda più snella e focalizzata sulla gestione del marchio più che sulla realizzazione diretta degli elettrodomestici. Relativamente ai tempi, Electrolux avrebbe annunciato di voler procedere in «tempi brevi», probabilmente con l’intenzione di andare a chiusura dell’operazione entro l’anno. Al contempo viene esclusa dalla direzione aziendale una possibile partnership con Midea simile a quella siglata negli USA. Si naviga a vista.

Il coordinamento nazionale di Fim, Fiom, Uilm ritiene «inaccettabile l’annuncio e dichiara lo stato di agitazione permanente e 8 ore di sciopero nazionale. Chiediamo al Governo un immediato intervento con una convocazione urgente al Mimit».

Dalla Fiom Cgil, Pierpaolo Pullini dichiara: «La multinazionale svedese ha confermato l’intenzione di non voler più produrre cappe in Italia, ma solo in Polonia. E’ l’ennesimo duro colpo al distretto degli elettrodomestici. Un dramma per tanti lavoratori che hanno difficoltà a ricollocarsi, considerando le numerose crisi industriali degli ultimi anni nel territorio».

Dalla Fim Cisl Marche interviene Emanuele Chiarotti: «È inaccettabile, è un insulto a tutte le lavoratrici e lavoratori. Non si tratta di dismissione, ma di un trasferimento delle produzioni in un paese low cost, per l’azienda produrre in Italia costa troppo. Faremo tutte le azioni necessarie per evitare l’ennesima emorragia di posti di lavoro nel territorio Fabrianese».

Dalla Uil denuncia il segretario generale Pierpaolo Bombardieri, ieri a Senigallia: «E’ ora di farla finta con queste aziende che vengono in Italia, prendono i soldi e appena finiscono vanno da un’altra parte. Lo dico a tutte le forze politiche perché abbiamo assistito ad un intervento dal 2013. Erano i famosi bonus per mobili ed elettrodomestici che sono costati 700 milioni di euro: fateli restituire i soldi e utilizzateli per nuovi posti di lavoro».

Il ministero delle Imprese e del Made in Italy intanto, segue la situazione. «Il dicastero – si legge in una nota – intende svolgere tutte le attività di monitoraggio necessarie e mantenere un confronto costante e strutturato con azienda e sindacati. Seguiremo con l’obiettivo di favorire soluzioni condivise, assicurando la tutela dell’occupazione e la continuità produttiva».

m.a.