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C’era una volta il pallone: L’intervista a Gisleno Compagnucci, mitico Cip

C’era una volta un tempo in cui i ragazzini correvano sulle piazze dietro ad un pallone, i parroci sbuffavano ma il campo dell’oratorio era sempre aperto ai bambini. E l’Italia andava ai mondiali e li vinceva. Oggi i ragazzi hanno sostituito il pallone con lo smartphone, sulle piazze o nei giardini i cartelli o i vigili vietano ai ragazzini di giocare al pallone, gli oratori sono sempre più rari, l’Italia ai mondiali non c’è più neanche andata nelle ultime edizioni.
L’ottava edizione di Revaivol ‘70 svoltasi nell’ estate del 2023, festival culturale musicale organizzato da Luciano Robuffo e Gold Eventi e diventato ormai un appuntamento cult a tutto tondo dell’estate fabrianese, l’ha eletto lo sportivo degli anni ‘70 della città della carta, per aver fatto dello sport la sua ragione di vita. 
Gianni Quaresima giornalista sportivo fabrianese l’ha nominato numero uno del calcio fabrianese all-time per la sua classe, la sua eleganza, visione di gioco, sempre a testa alta, il nostro Beckenbauer. Stiamo parlando di Gisleno Compagnucci, uno dei simboli del “pallone” fabrianese, del calcio “ruspante” di una volta, quello della “viva il parroco” o della “palla lunga e pedalare”. Ecco la sua storia.

“ Ho cominciato a giocare a quattordici anni nel 1967-68 con gli allievi della Fortitudo Fabriano, nel torneo notturno d’ estate del 1968 mi sono trovato a marcare gente che giocava in promozione e in quarta serie, come Nicola Traini o Eugenio Tizzoni che aveva giocato in quarta serie”. “ Io, Claudio Passeri e tanti altri ragazzetti ci siamo messi in mostra, e poi il secondo anno di allievi l’ anno successivo, nel 1969-70 la Fortitudo partecipò al campionato di terza categoria regionale, con la seconda squadra, vincemmo il titolo regionale. Eravamo un rullo compressore, una squadra eccezionale. Nel 1969 feci un provino con l’Atalanta a sedici anni, partito da solo fino a Milano e poi, a Bergamo conobbi Percassi poi presidente della Dea e incontrai anche Giacinto Facchetti”. 

“Nel 1971 fui aggregato in prima squadra, vincemmo il campionato e nel 1971-72 feci tutto il girone di andata da titolare con mister Buratti, un anno in cui maturai tantissimo grazie a lui. Poi ci fu un interessamento anche del Cesena che giocava in serie B. Feci la preparazione con loro per poi tornare a casa, non ero il tipo da stare lontano dalla mia famiglia”. “In seguito giocai nel campionato di promozione con Mosca, nel 1974 feci il militare a Roma alla Cecchignola, dovevo andare a Frosinone ma era scomodissimo. Feci il campionato militare, lo vincemmo, e alcune squadre volevano che rimanessi nella capitale. Il mio desiderio era di tornare a Fabriano, poi andai a Orvieto, dove facevo il militare e il pendolare, mi veniva a prendere mio padre con la macchina dopo la guardia, mi portava a Fabriano a giocare e poi tornavo a Orvieto la sera della domenica. La squadra locale, l’Orvietana voleva che rimanessi con loro, mi offrivano addirittura un lavoro in banca, ma ero fidanzato con quella che poi sarebbe
diventata mia moglie, il mio altrove era Fabriano”.

“In promozione regionale, l’attuale campionato di Eccellenza. Ho fatto parte della squadra dei cosiddetti milionari del presidente Battistoni che allestì una squadra super prendendo tutti i nomi migliori di allora, che però purtroppo si rivelò un fallimento. Si ricostruì con allenatore Guerci nel 1976-77 che veniva dal settore giovanile e impostò una squadra con tutti i giovani:Maurizio Costantini, Luciano Giacometti, Fabrizio Giommetti, Sandro Pazzaglia, e altri, eravamo una bella compagine, dove della vecchia guardia eravamo rimasti io, Sergio Parrini, Francesco Pagnani e Alvaro Retini. Con Amleto Lazzarini fino al 1979-80, formammo una delle coppie di centrali più forti delle Marche. Guerci mi aveva impostato da libero, io che ero terzino, facendo uscire in me tutto quello che avevo imparato negli anni precedenti, giocando dei campionati stratosferici”. 
“Mi seguì per tutto il campionato, la formazione del Parma, ma in una partita in cui c’erano i loro osservatori, mi feci male al ginocchio e tutto saltò. Poi qualche anno dopo si presentò la Jesina interessata a me, era il 1978, mi sarebbe piaciuto giocare a Jesi, ma non se ne fece nulla per tutta una serie di circostanze. Poi Fabriano cambiò proprietà, a Mezzopera succedette Ninno con una nuova società, arrivò il brasiliano Dino da Costa come allenatore, mi ricordo mi chiamava Cislenco, perché non riusciva a dire il mio nome. Con la Vadese giocammo un gran campionato tirato fino alla fine, ma per una serie di circostanze arrivammo terzi, scavalcati all’ultima giornata dall’Urbania, mi ricordo che giocai una partita con l’ulna e radio rotti. A fine campionato giocammo due amichevoli di prestigio, con l’Inter appena fresco di scudetto di Bersellini, che a fine partita, che perdemmo 0-1 negli ultimi minuti, venne a complimentarsi con me, e con l’Ascoli di GB Fabbri, reduce da un gran campionato, arrivando quarto”.
“Dopo decisi di cambiare aria, addirittura di smettere con il calcio. Ma Pino Crocetti che allenava a Esanatoglia in prima categoria mi portò con lui in virtù dell’amicizia che ci legava, anche se mi avevano cercato altre squadre come Matelica, Gualdo, Pergola”. 
“Una bella esperienza anche se tragica vista la retrocessione, poi passai a Cerreto nel 1982 in promozione ma in una partita mi ruppi il perone. Smisi, ma dopo un paio d’anni, nel gennaio 1985, tornai a giocare alla Fortitudo che stava per retrocedere, con Puccio Guerci che allenava e Franco Rosei preparatore atletico, con Cataldo Giordani alle sue prime armi. Ci salvammo all’ultima partita e così chiusi definitivamente con il calcio, una carriera durata diciotto anni dal 1967 al 1985”. 
“ L’anno della quarta serie, 1971-72 è stato bellissimo, mi sono trovato a marcare i giocatori che avevo visto solo sulle figurine, come Paolo Barison ex nazionale, ex Napoli e Torino, Cuman portiere ex Napoli. A Bellaria marcai Gianfranco Casarsa che poi fece una bella carriera anche in serie A; a fine partita che perdiamo 3 a 1 mi diede la mano perché lo avevo annullato e mi fece i complimenti, inoltre mi ricordo un certo Taccetti che l’anno prima aveva giocato a Perugia in serie B”.

QUALE ALLENATORE TI E’ RIMASTO NEL CUORE?
“Angelo Buratti mi è rimasto impresso, è stato veramente un maestro, non solo di calcio ma anche di vita, con il quale sono stato sempre in contatto fino alla sua morte punto superiore anche a Costa che a Di Giacomo Signori allenatori. Aveva avuto esperienze all’Inter, nel Brescia, nella Sambenedettese, mi ricordo andò ai colloqui con mio padre per capire se studiavo e come era il profitto scolastico. Andavo male, non avevo tempo per studiare e prima di un allenamento proprio per questo, mi passò una ramanzina davanti a tutti i compagni da farmi diventare piccolo piccolo.
All’epoca gli allenatori erano anche dei maestri, degli educatori, dei formatori per quanto riguarda la crescita del ragazzo. Oggi invece conta purtroppo solo vincere”.

SEGUI IL CALCIO? IL FABRIANO CERRETO STA’ FACENDO UN OTTIMO CAMPIONATO…
“Sì ogni tanto ci vado. Sono stato domenica a vedere la partita. Fabriano ha un centravanti fortissimo Zuppardo che mi ha ricordato Angelo Montenovo dei miei tempi inoltre, ha Spitoni, un portiere di livello superiore, una bella squadra con buone potenzialità per fare il salto di categoria”. 

PERCHE’ IL CALCIO A FABRIANO NON HA AVUTO LO STESSO PERCORSO DEL BASKET?
“Secondo me il calcio a Fabriano ha avuto personaggi che hanno messo sempre un sacco di soldi, Battistoni, Primo Mezzopera, ma anche Aristide Merloni. Forse è mancata e manca la persona in grado di tirare le redini”.

E’ MANCATO AL CALCIO CARTAIO IL GIULIANO GUERRIERI DELLA SITUAZIONE?
“Esatto, chi è riuscito a creare un gruppo vincente, svilupparlo, un vero factotum”.

AVRESTI POTUTO AMBIRE AD ALTI LIVELLI?
“Penso di sì, il freno era sempre la famiglia, l’attaccamento a Fabriano, se fossi andato lontano da Fabriano, forse nessuno si sarebbe ricordato di me, invece in città c’è gente che non conosco e mi saluta e si ricorda ancora di
quando giocavo, cose che mi fanno tanto piacere”.

IL CALCIO DI OGGI TI APPASSIONA?
“Lo seguo ma non mi entusiasma, ovviamente il gioco è cambiato completamente, il tic toc di oggi noi lo facevamo in allenamento e si chiamava torello. Il calcio si è velocizzato tanto, è più tattica che tecnica, mancano i fondamentali, forse non sono più insegnati neanche nelle scuole calcio. Oggi c’è la costruzione dal basso, è finito il tempo del lancio in avanti, il rinvio lungo. In campo si lottava con grande vigore e lealtà, tutto era più semplice nei gesti e comportamenti. Ne parlavo qualche giorno fa con Gaetano Marinelli, infaticabile factotum che anche lui ha dato tanto al calcio all’ombra della fontana Sturinalto, il settore giovanile che conta 350 ragazzi non è riuscito più a tirare fuori un ragazzo da portare a giocare a livello professionistico, pazzesco. La realtà è questa e non riesco a capire il perché. Quando giocavo io, nove undicesimi erano di Fabriano, di sicuro livello come Costantini, Monti, Giommetti, Lazzarini e altri giocatori in quel modo potevano fare tranquillamente la serie D o la serie C di oggi. Fortissimi compagni sono stati Paolo Guerrini, “pallino” il gioiellino dell’epoca che rifiutò il Napoli per restare ancora alla Maceratese per poi passare alla Fiorentina ceduto poi al Rimini in serie B e Umberto Arcangeli, bomber di razza sempre pronto a darmi consigli, ha fatto campionati ad alto livello in serie D con Fortitudo, Monopoli, Foligno, Osimana, Jesina, Vigor Senigallia”. 

IL MALE DEL CALCIO DI OGGI?
“Non c’è più la mentalità del chiostro, delle partite ai giardini per le vie per I rioni, nel campo della parrocchia dove andavamo a giocare con i vestiti di tutti i giorni, si giocava dal pomeriggio alla sera. Una volta c’era il torneo cittadino, molto combattuto, dove tutti ambivano a mettersi in mostra. In uno di questi nel ‘67, ho indossato per la prima volta un paio di scarpe bullonate di quelle dove i tacchetti erano fissati alla suola con i chiodi. Erano taglia 42 io che avevo il 39, ma all’epoca non si scialava come si dice a Fabriano, a differenza di oggi avere un paio di scarpette da calcio era il massimo, anche se erano di qualche taglia in più”.

ESISTE PIU’ IL LIBERO COME GIOCAVI TU?
“No, si è estinto, come del resto il centravanti vero, oggi si gioca con il falso nove, non ci sono più i Boninsegna di una volta. E’ sparito anche il dieci, o il mediano. Ormai prevale il fisico sulla tecnica”. 

SAREBBE PIU’ FACILE PER QUELLI DELLA TUA GENERAZIONE GIOCARE OGGI?
“Credo che con l’esperienza sarebbe più facile giocare oggi, viceversa per un calciatore moderno sarebbe più difficile. All’epoca si marcava a uomo ora con la zona ci si muove di meno, oggi con la prova tv sarebbe più
difficile commettere qualche irregolarità di allora che avevi acquisito con l’esperienza. Portare un giocatore di oggi ai nostri tempi, credo che si troverebbe male sia per il gioco sia per la tecnica”.

COSA VEDI CON LE MANI DIETRO LA SCHIENA, COME L’UMARELL DAI BUCHI DELLA RECINZIONE?

“Un calcio più freddo, senza sentimento, dove non esistono più le bandiere e i giocatori sono sempre più con la valigia in mano. Basta pensare che oggi i ragazzi sono accompagnati da una figura maschile che non è il padre ma il procuratore. L’ho potuto costatare facendo l’osservatore del Genoa, una decina di anni fa perché me lo chiese il mio amico Raffaele Schicchi”.

HAI MAI PENSATO DI FARE L’ALLENATORE O IL PROCURATORE?
“Ho provato a fare l’allenatore una volta a Collamato ma non fu un’esperienza edificante. Il calcio non mi piace più perché non è più il mondo che avevo conosciuto io quando giocavo. Totalmente diverso, senza sentimento dove a prevalere, è l’interesse economico. Io sono un romantico, ancora innamorato del calcio di una volta”. 

UNA VOLTA SI ERA POLIVALENTI?
“Personalmente sono sempre stato molto portato per lo sport tranne che per il tennis. Eravamo polivalenti, mi viene in mente Rolando Coacci di Recanati che dopo il campionato di calcio passò a giocare a basket con Guerrieri e vinse il campionato con la promozione in Serie D nel 1971-72. Un atleta multitasking come si definirebbe oggi. Credo che molto dipenda anche dalla scuola, allora c'erano a Fabriano professori molto qualificati come Franco Rosei, Sandro Mosca, Gianfranco Stroppa, il professor Morbiducci che sapevano impostarti per la disciplina che dovevi
affrontare”.

TORNIAMO AL RICONOSCIMENTO DI REVAIVOL ‘70
“Un premio a sorpresa, mi ha fatto molto piacere, mi ha regalato molta emozione, non me lo sarei mai aspettato. Penso di aver giocato ininterrottamente tutti gli anni ‘70. Quel premio l’ho condiviso con Claudio Passeri, che al di là delle qualità tecniche è più di un amico, un fratello, un confidente con il quale ho condiviso tutto. Il percorso scolastico dalle elementari all’università e sportivo, atletica compresa e non solo calcio. Abbiamo vissuto in simbiosi tutta la giovinezza. Ed anche oggi siamo ancora molto legati”.

IL SOPRANNOME CIP?
“Un nomignolo che mi diede Vittorio Venturi il mitico None, custode del vecchio campo sportivo poiché il mio cognome era troppo lungo d'altronde avevamo Ciappelloni che era Ciap ed io divenni Cip…. “.

RIMPIANTI CALCISTICI?
“Non credo, Ettore Carmenati fratello di Leandro appena scomparso mi accompagnò a provare con la Juventus era il 1968 avevo quindici anni, poi a Varese. Credo di avere avuto molte possibilità, tutto sommato mi sono divertito molto perché lo sport è stato sempre il mio mondo dove mi trovavo a mio agio. Mi piaceva l’atletica, ero campione regionale dei 110 ostacoli con risultati ottimi, avevo 16” 2, come mi fece vedere Sandro Petrucci, su piste quelle di allora in terra battuta e senza allenamento. Per lo sport sono stato sempre molto portato ed è stata una delle mie ragioni di vita al quale debbo molti ringraziamenti, per avermi fatto conoscere tante persone tanti amici prima che tanti giocatori ed essere stato una formidabile ed unica palestra e scuola di vita”.

Stefano Balestra