MONSIGNOR FRANCESCO MASSARA: “Una grossa pietra sopra questo tempo”

L’omelia integrale che mons. Francesco Massara, arcivescovo di Camerino-San Severino Marche e Amministratore Apostolico di Fabriano-Matelica ha pronunciato ieri, domenica di Pasqua, nella Santa Messa celebrata nella basilica di San Venanzio.

Cari fratelli e sorelle,
Pur non potendo celebrare la Pasqua nella forma consueta della liturgia, non di meno è il Signore stesso che la sta celebrando nella grande liturgia della storia e ci chiede di vivere con lui questi giorni difficili. Pertanto, pensando a cosa l’evento della Pasqua di Cristo significhi per noi credenti, mi è venuta in mente una tipica espressione del nostro parlare spesso usata nelle nostre dinamiche relazionali. Quando vogliamo chiudere una discussione, quando vogliamo dimenticare qualcosa, quando preferiamo non ritornare più su un argomento spiacevole, diciamo che è meglio “metterci una pietra sopra!”. In questo periodo, “reclusi” tra le mura delle nostre case, più che mai, sentiamo nostra questa espressione. Vorremmo infatti; metterci un grossa pietra sopra questo tempo di quarantena ed isolamento. Desideriamo più di ogni altra cosa, metterci una pietra sopra le paure, ansie, angosce e preoccupazioni di questo tempo difficile. Cosi facendo, abbiamo trasformato la nostra vita in un sepolcro, caricato del peso di quelle pietre che ci siamo messi addosso. Il peso di tutto quello che non vogliamo vedere, quello di cui non ci va di parlare. Il peso dei nostri dispiaceri che non scompaiono anche se decidiamo di fare finta che non ci siano. Il peso della delusione di non vedere i nostri passi giungere alla meta. Il peso che sentiamo quando crediamo che la frustrazione della speranza sia la legge che oscura la vita.

Giorno di Pasqua ci dice il Vangelo, che anche Maria di Magdala, insieme con gli altri discepoli, ci ha messo una pietra sopra. Hanno messo una pietra tombale sulla loro delusione: Gesù non era quello che loro hanno immaginato. Si aspettavano un’occasione di riscatto, una soluzione alle loro vite sfasciate, e invece le loro speranze sono state deluse. Non resta che un sepolcro, un luogo dove piangere. Siamo soliti riempire la nostra vita di sepolcri, cioè di luoghi presso cui andare a lamentarci. Un sepolcro lo troviamo sempre, c’è sempre un’occasione per non essere felici. Anche Maria di Magdala cerca un sepolcro dove piangere. Esce di casa appena possibile, quando è ancora buio. E forse quel buio è nel suo cuore. Il desiderio di Maria non la porta davanti a una risposta, ma davanti a una domanda. Il sepolcro vuoto è un interrogativo che spinge a cercare: “non sappiamo dove l’hanno posto!”. Dove sarà Gesù? Dove sarà possibile trovarlo? È l’interrogativo che ogni cristiano continua a porsi. È la domanda che ci spinge a cercare di Gesù nelle situazioni banali della nostra vita. Dove sei Gesù? Dove ti posso trovare? E non esistono risposte preconfezionate o uguali per tutti. Ognuno di noi è chiamato a dare la sua personale risposta a questa ricerca. Anche Pietro e il discepolo amato cercano Gesù in modi diversi. Dipende dalla loro storia e dalla loro esperienza. Il discepolo amato ha messo la sua testa sul petto di Gesù, ha imparato a riconoscere come palpita il cuore di Cristo, è il discepolo che si è sentito amato. È così attratto dalla presenza di Gesù che si mette a correre. È il discepolo che non cerca necessariamente di capire, ma sa contemplare. Il cuore intuisce e molte volte precede la ragione. Il discepolo amato sa riconoscere la presenza di Cristo anche nella sua assenza. Pietro invece è l’uomo rallentato dalla pesantezza del suo tradimento.
Arriva sempre dopo. La sua fede è invecchiata, non ha più la freschezza della giovinezza. Pietro non si lascia andare, ha bisogno di comprendere. Guarda, ma ancora non si compromette. Ha bisogno di tempo per capire, ma soprattutto ha bisogno di fare l’esperienza di essere perdonato.

Per ciascuno di noi oggi inizia una ricerca: dove vedrò il volto del risorto? Come riconoscerò la presenza di Cristo nella banalità del quotidiano? Se rimaniamo attaccati ai nostri sepolcri non ci metteremo mai alla ricerca della speranza. E a volte è proprio così: siamo così attaccati ai luoghi del nostro lamento, siamo così impigriti nella fede, da non avere più quello slancio per cercare dove hanno posto il Signore. Ora perciò è il tempo di lasciare andare le nostre pietre tombali: non mettiamoci più una pietra sopra, ma affrontiamo la vita, perché con la Resurrezione di Gesù, Dio ha rimosso le pietre più dure contro cui vanno a schiantarsi tutte le nostre aspettative: la paura, la morte, il peccato. E probabilmente cosi scopriremo che li dove credevamo esserci un sepolcro, oggi fiorisce la speranza!

A cura di m.a.

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