RIINA, LA CASSAZIONE E IL “SENNO’ SIAMO COME LUI”, QUALCUNO TRAVISO’ SUL NIDO DEL SICULO

L’Italia, è noto, a spaccarsi in due come un melone di Cantalupo ci mette un attimo. Coppi e Bartali, Mazzola e Rivera, Mina e Ornella Vanoni, velina bionda e velina mora, Amici e X-Factor, Berlusconi e anti-Berlusconi, Renzi e anti-Renzi, Grillo e anti-Grillo (va beh, può bastare): il popolo italiano spesso è così tenero che si rompe con un grissino. E sovente si divide in due abnormi metà campo pressoché uguali per dimensioni, faziosità e tasso di cagnara.

Su alcune tematiche, invece, il nostro paese si sbriciola come un cristallo di Quarzo in mille fazioni e fazioncine, vedute e impressioncine, “spiegoni” e diti indici belli diritti. Talvolta anche su singoli personaggi. Come ad esempio su Salvatore Riina, detto anche Totò u’ curtu, il più truce e sanguinario criminale del ventesimo secolo nostrano. Ecco, su un soggetto simile, che nella sua (ahinoi lunga) carriera mafiosa ne ha ammazzati più dell’epidemia di spagnola post-bellica del ’18, l’Italia ha un’opinione univoca dalla Val d’Isarco a Porto Empedocle: Zu’ Totò è un bastardo e un efferato fetente. Su cosa farne, di questo figlio di bona donna (va boh, eufemismo con coccarda), le credenze invece divergono.

Riavvolgiamo il nastro. Ad appicciare la miccia, lo scorso 5 giugno, è stata una fake-news. Alt: non di quelle che germogliano nei social tipo “Usa un deodorante speciale e guardate cosa succede!!!” o “Addio a Britney Spears” (ma pure Pupo, poveraccio, 6-7 volte è stato pianto su FB) o peggio ancora il “Taroccano la magnitudo del sisma per non pagare i danni!” (sigh). No. Qui tutto nasce dalla dabbenaggine di noi giornalisti. Aspetto più grave, di quelli più autorevoli in cronaca giudiziaria: grazie a un’interpretazione “ad minchiam” di una pronuncia della corte di cassazione, giù il titolone a corpo 72 su tutti i portali web del globo terracqueo. “Il capo dei capi potrebbe essere scarcerato perché ha diritto a una morte di dignitosa”. Ora: i giudici supremi hanno sì menzionato la dipartita degna, ma la parola scarcerazione non stava (e non sta) da nessuna parte. Per farla breve: l’avvocato della belva corleonese ha chiesto i domiciliari perché l’assistito è vecchio e malato, ma il tribunale di Bologna ha rigettato la richiesta. La cassazione ha annullato tale decisione, ma non con l’intenzione di mandare Riina a casa per la festa di Santa Rosalia con tanto di pane e panelle fritte in allegato, ma solo per “difetto di motivazione”. In soldoni, ha chiesto ai giudici felsinei di scriverla meglio.

La diga però in Rete si è rotta in un amen, ed è uscito di tutto. C’è chi ha gridato allo scandalo, ingannato dai primi inaccurati lanci di agenzia. C’è chi si è prodigato in una sequela irriproducibile di improperi contro la Cassazione e… “il suo assistito”. Foto, citazioni e video di Falcone e Borsellino si sono abbattuti sulle nostre timeline con la veemenza di un monsone. Dietrologi di ogni ordine e grado hanno dato il via a un solfeggio di bisbigli (ecco la trattiva stato-mafia! Lo fanno uscire sennò canta e li inguaia tutti! Quello sta meglio di noi poveri cristi!) e menate varie. E siccome la pietas anche quando non è cristiana resta sempre ingrediente basico della stirpe che popola lo stivaletto, si è attivata anche la falange dei puri di cuore. Ora: la sindrome che ci porta ad essere affascinati più dai carnefici che dalle vittime ce l’abbiamo tutti. Per questo Dexter Morgan ci piace più della “Dottoressa Giò” (che poi era la D’Urso, poveri soldi nostri), tra Walter White e lo zio Hank di Breaking Bad parteggiamo tutti per il primo, Tony Soprano (a proposito di mafia) ci gasa come pochi e tra i medici delle serie tv prediligiamo il Dottor House perché in fondo è una merda d’uomo. Però gli strangolati “murati” in qualche pilone di un palazzo a Brancaccio o i giudici, i politici e i poliziotti crivellati con un AK 47 o peggio mi sento un bimbo sciolto in una vasca d’acido no, non sono fiction. Eppure, dopo essersi disinfettati con quel grande Fresh & Clean che è la locuzione “Stato di diritto”, i teneroni sono entrati in azione: “se è davvero tanto malato mandatelo dai suoi cari”, “è vecchio ed ormai non nuoce più”, “una morte a casa non si nega neppure a un cane”, “a casa sennò diventiamo come lui”… ci è mancato solo un commosso “pensate, prima di finire al 41-bis salutava sempre”. A chiudere la trafila, invece, sono sopraggiunti in soccorso tardivo a babbo morto i professoroni. Gli eruditissimi. Quelli per i quali di legge possono parlare solo togati, giureconsulti, mangia-codici e ingoia-pandette. “Che cavolo ne sapete voi che avete la quarta media!” – è stata la corale dei giurisperiti scesi nella Suburra internettiana ad elargire cartellini gialli a destra e a mancina. Ignari che la Costituzione, la più alta in grado dei manoscritti di cui dovrebbero cibarsi, ha un articolo (il 21) che parla di libertà d’espressione.

Torniamo dunque a cosa fare del maledetto Riina. A ricostruire la diga per fermare l’allagamento di stronzate ci ha pensato la commissione parlamentare antimafia, capitanata da una sempre più luciferina Rosy Bindi. In sopralluogo da Zu’ Totò a Parma, hanno potuto vedere coi loro occhi che il capo dei capi ha sì neoplasie ai reni e un cuore sgangherato (oh, ha sempre 87 primavere sulla coppola), ma le rotelle nel cranio gli girano ancora e pure a discreto ritmo. Tanto che alle udienze dei “settordicimila” processi di cui è protagonista indiscusso, presenzia ad antenne all’insù. Quindi a casa sta ceppa: lo scannacristiani resta a Parma, e non ha degustare il culatello. Senza dimenticare che a casa il boss ha il figlio Salvo (sì, quello che avete sentito non parlare da Vespa due anni fa) con condanna passata in giudicato per concorso esterno in associazione mafiosa. “Riina è ancora il capo di Cosa Nostra”: questa non l’ha detta né la cassazione né mia nonna su Twitter, ma il capo della Direzione Italiana Antimafia Franco Roberti. E tante penne “mafiologhe”, a partire da Lirio Abbate fino ad Attilio Bolzoni (che griffò il libro “Il capo dei capi”, quindi qualcosetta di casa Riina dovrebbe sapere), hanno sottoscritto visto che Totò “Il corto” non ha mai abdicato. Dunque, con tutte le cure di questo mondo, sta dove deve stare. Oltretutto perché parte del gotha mafioso, da Bernardo Brusca a Michele Greco, fino ad arrivare al sodale di Riina “Binnu” Provenzano, hanno tutti esalato l’ultimo respiro dietro le sbarre seppur vecchi e malatissimi (Provenzano ha trascorso gli ultimi mesi da vegetale incosciente). Quindi creare un precedente per sputtanare quella grande legge che è il 41-bis non è roba.

Ora che la baruffa sul tema placherà, ricordiamoci di garantire una cosa quando parliamo di mafia: il diritto delle sue vittime a non essere dimenticate. E chiariamoci una volta per tutte: stato di diritto o no , volere una bestia simile dietro le sbarre per il resto dei suoi giorni non significa “essere come lui”. Manco un po’.

Valerio Mingarelli

 

 

 

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