Rubriche

CONSULTA, LARGHE ATTESE PER LARGHISSIME INTESE: WELCOME BACK, PRIMA REPUBBLICA. O NO?

Doppio turno con triplo avvitamento all’indietro in fila per sei col resto di due. Semi-maggioritario con scappellamento a destra come se fosse antani. Collegi uninominali con scorporo surrogato e/o geneticamente modificato. Modello alla tedesca, alla spagnola, alla bengalese, alla atzeca, alla babilonese con venature sumere o alla ottentotta con farcitura swahili. La Corte Costituzionale, dopo una gestazione lunga ore, ha detto la sua sulla Italicum. Qui undici “bullet points” sullo scenario attuale, che si presenta ingarbugliato e, se vogliamo, per certi versi pure un po’ tragi-cabarettistico.

1) WELCOME BACK, PRIMA REPUBBLICA (MICA TANTO). Ricordate gli anni ’80? Era l’era di “Wild Boys” e dei paninari, di Jerry Calà e della Milano “da bere”. Le femminucce giocavano con le Barbie e i maschietti con i Masters, si girava con la Fiat Ritmo e d’estate con il Ciao, mentre in tv imperversavano “Fantastico”, il “Drive In” e “Il pranzo è servito”, e quando si veniva chiamati alle urne si azionava il meccanismo imbastito con “decreto luogotenenziale” addirittura nel marzo del 1946, con le ceneri della guerra e del Fascismo ancora fumanti. Un sistema iper-proporzionale: i governi si facevano e disfacevano nel rosso mogano degli emicicli parlamentari, il penta-partito dominava baldanzoso e altrettanto pacioso il PCI signoreggiava all’opposizione. Dunque: dell’Italicum “griffato” Renzi la Consulta ha depennato il ballottaggio, ingrediente che più di ogni altro ne faceva una legge maggioritaria. Questo (isolato) taglio quindi è un rewind al pre-’93 (anno dell’avvento del Mattarellum): ai paladini della stabilità il “proporzionale” fa venire l’orticaria, ai cultori della rappresentatività invece piace (e anche ai fan del “si stava meglio quando si stava peggio”). Attenzione però: rispetto al proporzionalone della Prima Repubblica, qui resta la postilla non da poco del premio di maggioranza in un ramo del Parlamento e del proporzionale quasi puro dall’altra. Una discrepanza meccanicistica sostanziale, che a differenza di quanto poteva accadere 30 anni fa rischia di fornire, all’indomani delle urne, geo-conformazioni parlamentari che l’una con l’altra c’azzeccano come i cavoli a merenda. Qualche ritocco, da questo punto di vista, pare quasi inevitabile.

2) SUPREMA (O POSTEMA?) CORTE. Nell’ultimo mese i media hanno tratteggiato la Consulta come un oracolo di Delfi  2.0 e in molti hanno perso il sonno in attesa di questo parere. Ci si aspettava una Piedigrotta, invece è esplosa solo la “miccetta” del ballottaggio. Diciamo che il più costoso e pantagruelico elefante delle nostre istituzioni ha partorito un topolino, moscio e col fiato corto: il broncio dell’avvocato Palumbo, uno dei “ricorrenti”, ne è la dimostrazione.

3) BOCCIATURA “NETTA”, MA ANCHE NO. I tg in loop: “bocciatura senza se e senza ma”. Se si va a stringere però il ballottaggio pareva forse il comma meno sbilenco della legge. Per il resto il telaio resta intonso: invece dell’accetta i giudici costituzionali hanno usato le forbicine da unghie. E soprattutto hanno lasciato in piedi alla Camera il premio di maggioranza “fantasy” del 40%, che solo col ritorno di un Augusto Imperatore o di un Luigi IV pare raggiungibile.

4) LARGHE ATTESE PER LARGHISSIME INTESE. In questa rubrica questo tema è stato affrontato per tutto il 2016: in un sistema tripolare dai e dai le larghe intese alla fine diventano sistema. Una legge simile, qualora dovesse rimanere immacolata, aprirà un’epopea di larghissime intese: al Senato per avere i numeri bisognerà dare l’anima al diavolo praticamente a gratis. Nelle sedi dei partitini intorno al 3% il Don Perignon sta scorrendo a fiumi.

5) AL VOTO O NEL VUOTO? L’unico squilletto di tromba nell’asettico comunicato della Suprema Corte sta nel rigo finale: “all’esito della sentenza, la legge è suscettibile di immediata applicazione”. Parlando come mangiamo, si può votare pure dopodomani. Poi però dal palazzone della Consulta si vien giù dal colle del Quirinale, e tocca fare i conti con la realtà: con un quadro politico più frazionato di un mosaico di Klimt, di auto-applicative restano solo le emicranie dei big di partito.

6) CONSULTELLUM O BOTTADICULATELLUM? Altro segmento spinoso della legge: i capilista bloccati. Che con l’originale Italicum, dovevano lasciare a Montecitorio grosse pattuglie di nominati. Ebbene, il “blocco” resta. E la possibilità per le segreterie di partito di contare pure. C’è però un “tagadà”: rimangono pure le pluricandidature (cioè la possibilità di “gareggiare” in più circoscrizioni). Con un particolare: la circoscrizione attraverso la quale si accede allo scranno verrà indicata da un… sorteggio (tipo Champions League, per capirci). Ciò vuol dire che il capolista dormirà sempre in un ventre di vacca, ma chi gli sarà dietro dovrà munirsi di cornetti rossi e amuleti vari. Mettiamola così: il pusher dei supremi giudici su questo punto si è fatto sfuggire la mano.

7) PRESIDE’, SCONTENTO E COGLIONATO? Mattarella si era raccomandato: uniformare il meccanismo della Camera e quello del Senato. Il marchingegno attuale incentiva le singole liste per Montecitorio e di fatto costringe a coalizioni sesquipedali a Palazzo Madama. Renzi, Grillo, Salvini, Meloni e compagnia festante già temperano le matite per giugno, ma senza un correttivo minimo il fratello del povero Piersanti col piffero che scioglierà le camere.

8) SPOILERANDO. “Votiamo, basta presidenti del Consiglio non eletti dal popolo!”. E’ questo il ritornello rovina-gonadi che ascoltiamo da mesi da tutte le opposizioni. Quindi andiamo giù di spoiler: anche il prossimo premier non sarà eletto dal popolo. E con sto sistema più che mai.

9) SPOLIERANDO/2. Altro spoiler fresco fresco: all’indomani delle elezioni, avranno tutti non vinto e nessuno avrà veramente perso. Torna dunque un filmone classico, tipo “Una Poltrona per due” a Natale, visto per mezzo secolo (quanto ce piace il vintage a noi, sapesse signò!).

10) ADIEU GOVERNABILITA’. O NO? “Addio governabilità!” è invece il mantra degli ultras del maggioritario. Repetita iuvant: con tre grossi poli, per mantenere un impianto maggioritario il ballottaggio era l’unico sentiero percorribile. Ora quella della totale ingovernabilità è un po’ una baggianata: si aprirà uno scenario simil-crucco, con una “grosse koalition” tipo quella che a Berlino tiene in sella la Merkel da quasi tre lustri. Volendo, più stabilità di così si muore.

Ma alla fine chi ci guadagna? Questo è il domandone finale. Di certo il ballottaggio cassato smorza le chance di invasione “manu militari” di Palazzo Chigi dei 5 Stelle: con l’accrocco attuale per far nascere un esecutivo c’è da allearsi. Anche se si hanno numeri da capogiro: Grillo sul blog ha lanciato lo slogan “Obiettivo 40%” ma anche dovesse raggiungere il premio di maggioranza alla Camera, al Senato poi si gioca a un altro sport. Chi non ride affatto è la minoranza PD: la sentenza riavvicina le urne, e con Renzi sulla plancia di comando le speranze di Speranza and co (scusate la cacofonia) di mantenere lo sgabello in Parlamento diventano nulle. La roulette russa dei capilista e delle circoscrizioni crea invece grattacapi al golden boy fiorentino, che peraltro vede svanire il suo sogno di un PD che cammini senza stampelle (il sistema tiene in vita potenzialmente gli Alfano e i Verdini, ma pure la sinistra sinistra). Berlusconi invece sorride a mezza bocca: il sistema è quello che più gli piace perché lo innalza ad ago della bilancia ma lo spettro delle urne a primavera gli azzoppa le probabilità di ritornare in Transatlantico, visto che l’agibilità politica l’ex Cav a tutt’oggi non ce l’ha. Salvini e Meloni, che tanto scalpitano per montare subito i gabbiotti elettorali, sembrano condannati all’opposizione qualora non dovessero riappacificarsi per convolare a nuove nozze con Berlusca and Co. Una cosa è certa: bisognerà attendere le motivazioni della Corte, e per un mese nuoteremo nel laghetto poco salubre delle congetture. Però, se anche non passeremo sulla brace, il rischio è che rimarremo sulla padella. E sempre cotti a puntino.

Valerio Mingarelli