PERCHE’ SI AMA UNA TERRA CHE TREMA

 

Ed è di nuovo mercoledì. Già sette giorni sono passati da quando la terra su cui poggia il fatato Appennino umbro-marchigiano ha iniziato la sua danza macabra e angusta. Una settimana equiparabile per struttura e diegesi a una tragedia greca, con la prima scossa di mercoledì scorso (19.10) a fare da “prologo”, una seconda (21.18) da “parodo”, quindi il “coro” composto di urla, imprecazioni e pianti. E poi ancora altre scosse a far da tetri episodi della sceneggiatura tragica, intervallati da “stasimi” a base di commenti, congetture, latrati, qualche panzana e tanto amore fraterno. E infine l’esodo, malinconico e forzato atto finale (per alcuni) di questo dramma autunnale. Con una differenza sostanziale, però, rispetto ai capolavori di Sofocle e Euripide: li nella storia muore sempre qualcuno, qui (per fortuna) siamo ancora tutti qui.

“Viviamo in una zona sismica, dobbiamo farci l’abitudine”. Mai frase fatta oggi appare più putrefatta: a questo ballo maligno della terra è impossibile farci il callo. Troppo brutte le sensazioni che suscita. Troppo profonde le ferite emotive che lascia. Da quel doloroso piercing che bucò le anime di noi “appenninici” datato 26 settembre 1997, nessuno può dirsi ferrato o a suo agio nel prendere a braccetto il pippaculo. Le cose, le case e le chiese da allora sono risorte più belle di prima, ma il buco nell’anima resta lì, a ricordarci che il balletto quando meno te lo aspetti riattacca senza che nessun jingle lo preannunci. Quindi non si può “sentirlo” come uno di famiglia. Anche il lugubre glossario intriso di tecnicismi che fa da algida litania dopo ogni scossa con termini quali epicentro e faglia, magnitudo e crollo, scale Richter e scale Mercalli, ondulatorio e sussultorio, container e modulo abitativo, ci sta e continuerà a starci sui coglioni e non c’è santo che tenga.

Eppure questo coinquilino sadico e fastidioso (che crepa muri e cuori) oltre a provocare dannazioni scatena anche altro: ci rende più umani. Più “sintonizzati” verso il prossimo. A tratti più belli. C’è qualcosa di meraviglioso e epico negli sguardi provati ma tenaci di quegli anziani che a Castelsantagelo sul Nera come a Preci, a Pieve Torina e a Ussita di finire deportati sulla moquette di qualche hotel costiero non ne vogliono sapere. Nel loro sgangherato slang, dove le “c” diventano “g” e le “t” si tramutano in “d” in una pittoresca rivisitazione della lingua di Dante, c’è un non so che di poetico quando l’amore per bestie, stalle, focolari, monti e sentieri scarica tutti i suoi decibel nei microfoni dei cronisti. Non importa se la casa è sventrata: il loro è un presidio fisso, perché finché saranno in vita quello sarà il loro unico habitat. “Se gettate in mare un pesce che vive nel nostro lago camperà poco” – è il paragone con cui il sindaco di Fiastra ha reso magnificamente l’idea pur con un lessico più colorito. Così quando arriva la notte, momento la cui drammaticità si vorrebbe posticipare all’infinito, essa dà il là a una liturgia della fratellanza senza eguali: si dorme in macchina dietro alla zia che ci sta sugli zebedei, ci si accartoccia su una branda a fianco al vicino di casa che durante l’anno ci sgrulla la tovaglia sulla fioriera, si loda persino il sindaco o l’assessore di cui fino a pochi giorni fa si diceva peste e corna. Anche in un centro più grandicello come Fabriano, che vive la sensazione salmastra di sentirsi periferico nel grande recinto del dramma con le “dirimpettaie” Camerino, San Severino e Tolentino assai più sfregiate, il malmostoso cinismo accentuatosi in questi anni di disastri socio-economici lascia il campo ad atteggiamenti solidali e a consigli più miti, pur con qualche immancabile venatura di polemica. Perché la paura ci rende tutti più simili e per certi versi meno incarogniti, perché “borse” facciali e occhiaie non fanno distinzioni di ceto, status o generazione. E alla fine, pur dopo qualche battibecco, si tende pure a soprassedere su chi cade nell’infida rete dei falsi miti da sisma, come lo Stato che tarocca la magnitudo per non ripagare i danni, il caldo anomalo che annuncia l’apocalisse, i cani preveggenti che abbaiano mezzora prima della “botta”, le scosse indotte o ancora peggio le scosse che “ne arriverà una più forte, lo ha detto coso”. Improvvisarci tutti sismologi in provetta è un altro modo per esorcizzare la fifa, anche perché favellare di altro per non pensare alla terra che danza risulta ai più impossibile. E se per un attimo il televisore ci catapulta sul referendum o sulle cagnare tra Trump e Clinton, la molla dello “sticazzi” interiore induce a cambiare canale. Magari per abbeverarci alla fonte dell’ennesimo scienziato ospite in un altro talk show, i cui spunti sismici poi ci andiamo a rivendere con amici, parenti e concubini.

Per chiuderla: questa terra è amata alla follia da chi la vive. Anche se non sta ferma. Ed è un amore difficile da spiegare ai non appenninici, perché tanti posti in apparenza dimenticati da Dio sono in realtà luoghi dell’anima. Già, l’anima. Che vola in un amen ai colori psichedelici della fioritura della lenticchia sulla piana di Castelluccio, per poi salire sul monte Vettore e ai laghi di Pilato, magari a caccia di una foto di quel chirocefalo del Marchesoni che solo lì nuota. Riscende quindi a Norcia per assaporarne una fetta del paradisiaco prosciutto (se chi lavora ciccia di porco si chiama “norcino” un motivo c’è) e risalendo l’arzigogolato Nera attraverso Castelsantangelo arriva a Frontignano, e con gli sci slalomeggia giù per le piste del piccolo “Sestriere” marchigiano. Quindi rivà in picchiata nella piazza-salotto di Visso per un idillio esofageo con del fragrante ciauscolo, e tira dritto verso Pievebovigliana per smorzare il sapore con due short di possente Varnelli. Poi si specchia sulle quiete acque del lago di Fiastra, risale le scintillanti cascate dell’Acquasanta e dal pizzo Tre Vescovi si tuffa giù a capofitto verso il colle sul quale è adagiata sonnecchiante Camerino. Per chiese e vicoli lambisce San Severino e quindi Tolentino, fino ad arrivare a Serrapetrona ad addolcire le labbra con un flute di Vernaccia. E da lì a ritroso, a zonzo tra gole, valli e piazzette, perché ogni anima qui ha un suo itinerario. Sono luoghi fatati, questi qui, tanto che la leggenda della Sibilla appenninica che dà il nome a queste (ora) squartate montagne racconta di fate in perenne festino notturno, provenienti proprio dalla grotta della somma incantatrice. E a chi come me ora scrive da una scrivania di Roma dopo giorni di terra ballerina sotto ai piedi, quel “io da qui non me ne vado” pronunciato anche adesso in tv da una vecchietta sdentata che ha perso tutto, fa venir voglia di tornare. Col primo treno.

Valerio Mingarelli

 

 

 

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