Donne: lavoro, uguaglianza, libertà, diritti, futuro

di Daniela Barbaresi – Segretaria Generale Cgil Marche

Lavoro, lavoro, uguaglianza, libertà, diritti, futuro: è ciò che le donne rivendicano ancora con più forza in questi momenti difficili con un’emergenza sanitaria, economica e sociale che ha pesato e pesa gravemente sulle loro spalle. Donne protagoniste assolute nella lotta contro il Covid, impegnate nella sanità, nei sevizi socio sanitari, socio assistenziali, nella scuola, nelle fabbriche, nei lavori di pulizia, nel commercio, nella sicurezza e nelle tante attività e lavori essenziali. Lavoratrici spesso vittime in quanto tali della pandemia. In un anno, su 3.501 infortuni sul lavoro per contagi Covid denunciati nelle Marche, 2.492 hanno colpito le donne (71,2%): infermiere, operatrici sociosanitarie, socio assistenziali, mediche, lavoratrici delle pulizie e tante altre. Donne che hanno fatto i conti con maggiori e più gravosi carichi di lavoro, costrette spesso a riorganizzarsi nel lavoro a distanza e nella cura dei figli a casa. Donne che a causa della crisi il lavoro lo hanno già perduto: su 35 mila posti di lavoro persi in un anno nelle Marche, 25 mila erano lavori svolti da donne (71,4%). Donne alle prese con vecchie e nuove diseguaglianze ancora tutte da superare nel lavoro e nella società. Innanzitutto sul fronte della qualità del lavoro, costrette a misurarsi più degli uomini con la precarietà e soprattutto con lavori part time spesso involontario, tanto che nelle Marche solo una lavoratrice su tre ha un rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato, mentre gli uomini con un lavoro stabile e a tempo pieno sono i due terzi dei lavoratori. Lavoratrici che ancora faticano a veder riconoscere e valorizzare le competenze che possono e vogliono esprimere sul lavoro e che ancora si misurano con le enormi difficoltà prima a trovare lavoro e poi nell’avanzamento di carriera, spesso segregate nelle mansioni e nei livelli più bassi.

Diseguaglianze che si traducono in divari retributivi inaccettabili che nelle Marche portano le lavoratrici a percepire 7.100 euro lordi annui meno degli uomini nel lavoro privato e 8.700 euro in quello pubblico. Donne sulle quali pesa il carico maggiore del lavoro di cura, aggravato dalla chiusura delle scuole e dei servizi di assistenza a causa del virus, perché ancora si fatica ad affermare il valore dl welfare e la cultura della condivisione delle responsabilità familiari e del lavoro di cura. Cosi ogni anno, quasi 900 lavoratrici lasciano il lavoro alla nascita di un figlio: una decisione a cui spesso sono costrette dalla mancanza di alternative, non potendo contare su un’adeguata rete di servizi per l’infanzia o perché l’asilo nido è troppo caro, mentre non possono contare neanche su una rete familiare di supporto, con nonne e nonni costretti ad andare in pensione troppo tardi nonostante una lunga vita di lavoro. Inadeguato ai bisogni è il sistema di welfare a partire dall’assistenza per le persone non autosufficienti cosi come i servizi educativi per la prima infanzia tanto che solo un bambino su 4 può trovare posto all’asilo nido, senza contare il fatto che nelle Marche gli asili hanno costi troppo alti per le famiglie, molto più alti della media nazionale. E di fronte alle scuole di nuovo chiuse che costringono ancora alla sola didattica a distanza è urgente garantire i congedi parentali per alleviare le difficoltà delle famiglie.

Sono queste le priorità a cui si dovrebbero dare urgentemente risposte, anziché fare i conti con i rigurgiti di una arretrata cultura patriarcale che vorrebbe donne meste e sottomesse, prigioniere di ruoli scelti da altri. Le donne vogliono lavoro, uguaglianza, diritti e libertà, compresa la libertà di scegliere se essere o non essere madri. Vogliono che le leggi dello Stato siano pienamente applicate, compresa la Legge 194, vogliono che sia data subito attuazione alle linee guida del Ministero per l’aborto farmacologico, vogliono ospedali che non siano ostaggi degli obiettori e risorse per consultori efficienti e diffusi nel territorio. Come chiede anche l’Europa, le donne vogliono essere pienamente protagoniste del futuro, della ricostruzione e del rilancio del Paese, con il loro lavoro, la loro intelligenza, la loro energia, la loro forza. Per questo continueranno a lottare.

Coldiretti Donne Impresa, 8 Marzo a un anno dal primo Covid aziende rosa in difficoltà

Ancona – Quasi un terzo del mondo agricolo parla al femminile ma la pandemia ha inciso in particolar modo sulle donne. Soprattutto sulla demografia delle imprese. Sono 7167 le imprese agricole marchigiane a guida rosa con un calo nel corso del 2020 di quasi il 3% secondo un’elaborazione di Coldiretti Marche su dati della Camera di Commercio in vista dell’8 Marzo. Resistono a un anno davvero problematico anche perché i vari provvedimenti (tra zone regionali a colori, restrizioni, difficoltà a muoversi e chiusure) sono andati a incedere su tutte le attività collaterali della moderna impresa agricola multifunzionale che vedono le donne grandi protagoniste. Parliamo di agriturismi, attività didattiche all’aperto come agriasilo e agrinido, centri estivi, servizi di agricoltura sociale per disabili, anziani, disagio sociale: tutti settori che rappresentano un terzo del valore delle imprese marchigiane del settore primario. Un primato marchigiano che, nonostante un’estate positiva per le riaperture, la voglia di un turismo più slow, di vicinanza e munito di grandi spazi per garantire comunque il distanziamento sociale, ha visto sfumare la primavera 2020, con il primo lockdown, e lo scorso autunno per l’arrivo della seconda ondata. L’8 marzo, per altro, segna anche la data delle primissime misure restrittive adottate sul territorio marchigiano con il dpcm che colpiva, per prima la provincia di Pesaro Urbino.

“Gran parte delle difficoltà delle imprenditrici agricole – spiega Francesca Gironi, presidente di Coldiretti Donne Impresa Marche – ha origine dal Covid perché oltre alle restrizioni le donne hanno avuto anche un ruolo nella gestione della casa e nelle cure dei famigliari. Pensiamo solo ai bambini a casa durante il lockdown. Questa crisi comunque non ha fatto venir meno il senso di comunità e di solidarietà che da sempre contraddistingue il mondo agricolo con le tante iniziative in aiuto alle famiglie in difficoltà”. Donne protagoniste dell’agricoltura e, di riflesso, anche nella vita associativa di Coldiretti. Al fianco di Francesca Gironi, che si occupa anche di Ancona, ci sono le delegate provinciali Giuditta Mercurio (Pesaro Urbino), Martina Buccolini (Macerata) e Carla Cocci (Fermo Ascoli). Ma sono tanti i ruoli apicali delle marchigiane in Coldiretti e delle sue ramificazioni. A partire da Maria Letizia Gardoni al timone della Federazione regionale e membro della giunta nazionale di Coldiretti. Le maceratesi Alba Alessandri e Giuliana Giacinti sono rispettivamente delegata regionale di Giovani Impresa e presidente regionale di Terranostra, l’associazione che riunisce gli agriturismi di Campagna Amica. A Pesaro Giuditta Mercurio è anche presidente degli Agrimercati di Campagna Amica e nel 2020 si è inoltre registrato l’arrivo di Arianna Bottin come delegata provinciale di Giovani Impresa. Altra new entry, Milena Sanna come direttrice di Coldiretti Ascoli Fermo.

Uil Marche: “Disoccupazione, Covid e violenze domestiche, la Festa sia punto di ripartenza da una crisi pagata soprattutto dalle donne”

“Non vogliamo che l’8 Marzo sia soltanto l’anniversario del primo provvedimento dell’emergenza sanitaria che ha toccato le Marche, con il dpcm relativo alla provincia di Pesaro ad anticipare di qualche giorno il lockdown nazionale, e lavoreremo affinché diventi il punto di ripartenza delle donne, che più di altri hanno fatto le spese dell’emergenza pandemica”. Sono le parole di Claudia Mazzucchelli, segretaria generale della Uil Marche in vista della Giornata Internazionale della Donna. Con la regione ancora in preda ai contagi e alle chiusure, nulla sembra cambiato. I dati dicono il contrario. Notizie affatto positive. Nel corso del 2020 le Marche si ritrovano con 26mila occupate in meno, con livelli di occupazione paragonabili a 20 anni fa. Il tasso di disoccupazione femminile è all’11% rispetto al 5,8% degli uomini mentre il tasso di inattività è passato dal 35 al 40% (Uil su dati Istat). Numeri che se confrontati con quelli degli infortuni sul lavoro rendono il quadro ancora più sconfortante. Nonostante un numero minore di lavoratrici è infatti aumentata l’incidenza di incidenti rispetto al totale. Se nel 2019 poco più di un infortunio su tre era capitato da una donna, nel corso del 2020, con oltre 6mila denunce Inail, si è sfiorato il 40%. Questo anche perché il Covid si è diffuso soprattutto nel settore della sanità e nell’assistenza sociale: quasi 2000 lavoratrici contagiate, oltre il 70% dei casi di Coronavirus in ambienti di lavoro. Male anche l’imprenditoria femminile che ha perso, secondo i dati della Camera di Commercio, l’1% delle imprese attive. Non che a casa sia andata meglio visto l’incremento, sempre a causa della permanenza forzata tra le mura domestiche, di chiamate al numero verde contro le violenze: 223 da marzo a ottobre 2020 contro le 210 dello stesso periodo 2019.

“È giunto il momento di cambiare alla radice l’approccio sociale e culturale che è alla base delle discriminazioni di genere – conclude la segretaria Mazzucchelli – a partire dalla società, e, dunque, anche nella stessa organizzazione del lavoro che deve divenire maggiormente inclusiva a tutti i livelli, favorendo un sistema di valutazione professionale e di formazione che premi equamente le persone. Solo così si potrà davvero far ripartire il nostro Paese. Un sistema industriale che si vuole qualificare come moderno e innovativo non può rimanere ancorato a vecchi stereotipi, non solo ingiusti ma anche ostacolo per lo sviluppo produttivo. Accanto a ciò vi deve essere l’impegno di tutti, donne e uomini, di fare insieme una grande battaglia di civiltà che dalle famiglie, attraversi la scuola, il mondo del lavoro, l’intera società, la politica, e non da ultimo, il sindacato, che abbia come obbiettivo il rispetto dell’altro, del diverso, il raggiungimento della parità di condizioni e l’eliminazione delle disuguaglianze che oltretutto la pandemia ha accentuato”.

m.a.

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