LA FERROVIA DELLA SPERANZA, I BINARI STORICI DELLA FABRIANO-PERGOLA

di Marco Antonini

Fabriano – La “Ferrovia della speranza”. Così è stata soprannominata la linea Fabriano-Pergola chiusa ormai da 6 anni. Nell’entroterra, dove manca il lavoro e le infrastrutture, nemmeno il treno riesce a garantire la sua presenza di un tempo. Questi “rami secchi” abbandonati potrebbero dare nuova linfa a un comprensorio che deve investire ancora di più nel turismo per sopravvivere. Si, la ferrovia della Speranza, lo stesso sentimento che avevano i minatori di Cabernardi e gli operai del gruppo Merloni che percorrevano la linea, tutti i giorni. Eppure, nonostante tutto, di dare uno slancio all’entroterra non ci pensa nessuno. Una volta la linea arrivava a Urbino. Oggi, quando percorri a piedi l’area della stazione ferroviaria di Pergola, trovi una galleria con l’ingresso murato. La linea definita da molti la più bella da punto di vista paesaggistico d’Europa non ospita più, sui binari, né lavoratori, né turisti. Inaugurata il 28 aprile 1895 è stata utilizzata quotidianamente come principale mezzo di trasporto. Anche la seconda guerra mondiale c’ha messo del suo. Nel 1944, infatti, la tratta subì pesanti danni ad opera dei tedeschi in ritirata, compreso il percorso oltre Urbino, non ancora completato. Al termine del conflitto, solo la sezione tra Pergola e Fabriano venne riattivata, nel 1947, mentre le rimanenti tratte furono abbandonate, ad eccezione del breve tronco tra Fermignano e Urbino. Questo ultimo venne riaperto il 2 febbraio 1956 allo scopo di collegare direttamente Urbino a Fano impiegando la ferrovia Fano-Urbino. La chiusura, poi, arrivò nel gennaio 1987. Da Urbino, oltre allo snodo per Fano, i treni avrebbero dovuto mettere la marcia direzione Pergola e poi Fabriano, quindi Roma. Un collegamento non secondario. Se da qui si fosse collegata, come auspicato da tanti, alla linea Albacina-Civitanova Marche, avrebbe messo in tre pure il mondo dell’istruzione. Le università di Urbino, Camerino e Macerata, oltre alle sedi distaccate, sarebbero state in rete. E la “ferrovia della speranza” sarebbe diventata la linea delle Università. Un sogno? O è arrivata l’ora di programmare meglio le vie di comunicazione dell’entroterra?

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