PSICHEDELIA MODERNA

di Massimo Salari

QUANTUM FANTAY – Tesselation Of Euclidean Space

Progressive Promotion Records

Distribuzione italiana: G.T. Music

Genere: Space Rock / Progressive Rock

Supporto: cd – 2017

 

Ottavo lavoro in studio per i belgi Quantum Fantay, terzo con la Progressive Promotion Records.  Il sodalizio prosegue anche perché la band capitanata da Pete Mush (tastiere) ha un crescendo qualitativo di buona fattura. L’esperienza aumenta e si trovano equilibri che solo il tempo ti può insegnare, ecco quindi un piccolo passo a ritroso verso certe sonorità anni ’70 ed il ritorno a tempo pieno del flauto, qui suonato da Jorinde, il tutto equilibrato dall’aggiunta del sax di Nette Willox e del sano Space Rock. Quando si dice Space Rock, non si può fare a meno di  chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare in un viaggio onirico, spesso adagiato su tappeti sonori martellanti ed altri fluttuanti.Oltre ai nominati la band  annovera nella line up, Jaro al basso, Gino Bartolini alla batteria e percussioni e Tom Tas alla chitarra. Il disco è composto da cinque brani tutti strumentali.

Sempre debitori al sound moderno degli inglesi Ozric Tentacles, i Quantum Fantay si addentrano in viaggi che stupiscono per amalgama, fra ritmiche Reggae, elettronica e il flauto con il sax che donano al tutto i colori del vintage. Tutto questo lo si percepisce sin dall’iniziale “Tessellate”, fraseggio emotivo da ciondolare fisicamente ad occhi chiusi per tutti i dieci minuti.

Il ritmo sale nella successiva “Manas Kavya” e molto del suo groove risiede nelle mani di Tom Tas, buoni assolo compreso anche quello del flauto. Ampie schiarite mentali nell’ascolto, suono spazioso e liberatorio.

Colori, tanti colori.

“Astral Projection” è un brano inizialmente di classe e riflessivo, per poi andare in crescendo, dove ancora una volta il flauto coglie nel segno. Il meglio dell’intero disco a mio gusto personale risiede in “Skytopia”, canzone suddivisa in quattro tracce, “Azure”, Laputa”, Ignis Fatuus” e “Empyrean”, un calderone ricco di suoni, idee che si danno staffetta fra buone melodie, cambi di ritmo, percussioni e tutto quello che sappiamo già del sound Quantum Fantay.

Il disco si conclude con la breve “Anahata”, lieve andamento che si riallaccia al sogno, di quando si pensa di correre, ma che in realtà le gambe non riescono ad andare veloci. Ma ancora una volta tutto si scioglie e così l’andamento riprende vita nel suo classico crescendo.

Con i Quantum Fantay lo Space Rock si approccia al Prog e ne scaturisce un suono che ne appaga il corpo e la mente. Ineccepibile. MS

https://youtu.be/i8HvHY5xtvo

STEVEN WILSON – 4 ½

K Scope

Genere: Post Modern Prog

Support: mLP – 2016

Non posso certo parlare di nuovo album di Steven Wilson, in realtà non è un disco ma un mini disco della durata poco più di mezz’ora. In esso ci sono sei brani, che molti critici di settore ho visto denominare “scarti di altri album”.

Non penso sia il termine giusto, non tanto per il valore delle canzoni che possono piacere o meno a seconda dei gusti, ma perché ad esempio un brano live non è lo scarto di nulla! Il brano in questione è “Don’t Hate Me” dei suoi Porcupine Tree (progetto al momento congelato), tratto dall’ottimo “Stupid Dream” del 1999,  qui cantato assieme all’israeliana Ninet Tayeb. In verità  la cantante non mi piace molto, brava per intensità e una bella voce, ma il suo forzato gridolino di “passione” mi disturba un poco, per chi legge e non ascolta posso denominarlo “cigolìo”.

Ma veniamo alla carne. Solo il primo brano “My Book Of  Regrets” vale l’acquisto di questo disco! Esso è stato scritto in due tempi, nel 2013 e nel 2015. La musica ricorda molto l’album “The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)”, non a caso proprio del 2013. Influenze crimsoniane e tutto quello che oggi definiamo Post Prog. Sempre dalle stesse sessioni giunge la riflessiva “Year Of The Plague”, qui l’artista si funge da polistrumentista, e si fa accompagnare solo da Adam Holzman al piano. Canzone d’atmosfera, come solitamente ci ha abituato, da far sognare ad occhi aperti.

Dalle registrazioni dell’ultimo album “Hand. Cannot. Erase” giungono due canzoni, la prima dal titolo “Happiness III”, molto orecchiabile, forse troppo, nel senso che è formata da strofe e ritornelli già usati in altri brani, tuttavia molto bella, mentre la seconda si intitola “Sunday Rain Sets In”. Questa canzone è nuovamente d’atmosfera, bello il mellotron e comunque la melodia è oramai rodata, e potremmo definirla alla Wilson. L’ultimo brano del 2013 si intitola “Vermillioncore” e qui fuoriesce  il lato più aggressivo dell’artista. Rasoiate di chitarra e buoni giri di basso, fra King Crimson ed Opeth. La ritmica serrata ricopre un ruolo fondamentale e da meraviglioso sfoggio di se.

“4 1/2” è un album trascurabile della discografia di Steven Wilson? Io non lo trascurerei, come dicevo prima almeno per il brano di apertura, tuttavia se dei cinque album da studio devo scartarne uno, logicamente scarterei questo. Anche lui intelligentemente lo ha intitolato “4 1/2”. Devo anche spendere parole di elogio per la produzione? Vengono da se, oramai conoscete la qualità a cui ci ha abituato.

Molti dicono che Wilson si deve prendere un momento di pausa, visto il ritmo incessante di uscite, per me no, è in un momento di grazia, lasciatelo stare, se non vi piace non comperatelo, il mondo è pieno di dischi. Io in realtà mi sono preso anche l’lp…per dire…. MS

https://youtu.be/Ugi1U9vwmG0

PORCUPINE TREE  – Signify

Delirium

Genere: Rock Psichedelico

Supporto: cd – 1996

La carriera dei Porcupine Tree è un crescendo stilistico davvero impressionante. Iniziata come one man band da Steven Wilson, nel tempo acquisisce componenti e credibilità.

Strabiliante questo crescendo, anno dopo anno la maturazione e la personalità si rafforzano sempre più. Pur restando dentro la Psichedelia lisergica, “Signify” equilibra alla perfezione le sonorità eteree con una buona dose di melodie facilmente assimilabili, un nuovo passo verso una differente mutazione… l’ennesima. Le chitarre suonano più Hard e la ritmica più incalzante, Dunque non solo Pink Floyd, punto di riferimento per i Porcupine degli anni ‘90. La band sembra rodata ed oliata a puntino dalle numerose date live. Non si può restare indifferenti all’ascolto della title track o avanti alle ottime intuizioni sonore di “Sleep Of No Dreaming”. Steven alterna il cantato soave ed aureo al quale ci ha abituati, a quello più tradizionale, adatto a brani più commerciali. Questo lavoro dimostra che si può essere alternativi e psichedelici anche toccando suoni più popolari. Altre gemme da ascoltare con attenzione sono “Waiting Phase One & Two”, dieci minuti che portano la band a fare capolino anche nel Progressive Rock. Ora nel sound della band si aggirano anche i King Crimson a dimostrazione della cultura musicale in loro possesso. Il pubblico aumenta anche grazie a questo stile unico e riesce a mettere d’accordo anche diverse generazioni. In parole povere nel 1996 i Porcupine Tree non hanno una collocazione stilistica ben definita rispetto i canoni di allora, persino gli scribacchini di settore vanno in difficoltà nel catalogarli. “Signify” è un altro lavoro oscuro, malinconico ma con ampie schiarite, come quelle di “Every Home Is Wried”, dove la band fa buon uso di coralità studiate, le quali diventeranno anche in futuro un marchio di riconoscimento. Chiude un brano grandioso ed etereo,”Dark Matter”, nove minuti di godimento ad occhi chiusi. Questo disco lascerà un segno nella personalità di Wilson, la mutazione proseguirà negli anni, ma il carattere e lo stile si sono formati qui. (MS)

https://www.youtube.com/watch?v=Zp3fwpGQZ8Y

AIRBAG – Disconnected

Karisma Records

Genere: Psychedelic Rock/Progressive Rock

Supporto: cd – 2016

Quarto lavoro in studio per la band norvegese Airbag. Comincio nel dire che il quintetto ha da subito promesso bene, sin dal primo album “Identity” dell’anno 2009, le sonorità di matrice Pink Floyd (specie nelle chitarre) sono sempre ben marcate. In effetti negli anni non si spostano di una virgola, andando sempre a colpire l’enfasi psichedelica e alquanto malinconica. Una carta che si è rilevata vincente in quanto sono riusciti ad avere in breve tempo un nutrito gruppo di estimatori. Personalmente anch’io ho sempre apprezzato questo tipo di sonorità perché, diciamo la verità, i Pink Floyd sono mancati per troppo tempo, e per certi versi negli anni non sono stati più i Pink Floyd che ti sbudellano l’anima. Band come Airbag (con quei assolo di chitarra alla Gilmour) i fans le cercano con il lumicino.

Ed eccoli ancora una volta presenti e aperti a questo tipo di posologia.

Aggiungo anche che ho molto apprezzato il lavoro solista del chitarrista Bjørn Riis dal titolo “Lullabies in a Car Crash” (2014), tanto per dire come stimo la band e amo questo tipo di sonorità. Cosa mi aspetto dunque da “Disconnected”? Presto detto, musica per la mente e per il cuore, quella che ti fa volare alto, e pezzi come “Broken” sono qui ancora una volta per farmi volare.

Il disco si apre con un brano che ritengo uno dei più belli della loro discografia, la mini suite “Killer”, ma quello che ci denoto è un insistito deja vu che scaturisce dal cantato e dalle soluzioni che a mio avviso si stanno pericolosamente saturando.

“Slave” ha il classico open dettato da suoni sostenuti, come spesso il genere detta per poi aprirsi a raggio nell’insieme delle strumentazioni. Il ritmo è sempre cadenzato, mai sostenuto, a tratti greve e toccante, ma ancora una volta siamo li… Siamo sempre li. Non posso pretendere da un gruppo come gli Airbag una innovazione musicale e neppure uno stravolgimento di personalità, la formula funziona come dicevo prima, perché mutare? Eppure molti artisti che hanno intrapreso questo percorso hanno osato, vedi Steven Wilson, Anathema, Opeth, Pineapple Thief e molti altri ancora con buoni risultati. Sono scelte e perché no, anche passioni.

“Sleepwalker” è soltanto un nuovo titolo, la musica più o meno è quella, così la cadenza del cantato. Applaudo per la suite “Disconnected” vera gemma psichedica, qui si vola in alto, mentre la conclusiva “Returned” è una ballata malinconica gradevole che chiude con dignità questo album.

Che dire in conclusione? Prima di tutto che la qualità sonora è degna di un grande album, poi che gli Airbag sono questi, non tradiscono il fans della prima ora. Chi per la prima volta si imbatte  nella band ascoltando questo “Disconnected”, mi dirà sicuramente che sono stato cattivo a recensire un disco del genere con questa sufficienza e magari griderà anche al capolavoro e che poco ci capisco. Io invece al termine ho soltanto voglia di riascoltarmi “Identity”.

Buon disco, come sempre, ma qualche sbadiglio comincia a partirmi. MS

https://www.youtube.com/watch?v=ECd2D7TufYE&t=864s

ROCK & WORDS sono Fabio Bianchi e Massimo “Max” Salari. Insieme raccontano la storia della musica Rock e dintorni, l’evoluzione e come nascono i generi musicali, tutto questo in conferenze supportate da audio e video.

Assieme sono nel direttivo dell’associazione Fabriano Pro Musica.

FABIO BIANCHI: Musicista, suona batteria e tromba. Ha militato in diverse band fra le quali i Skyline di Fabriano e l’orchestra Concordia.

 MASSIMO “Max” SALARI: Storico e critico musicale, ha scritto e scrive in riviste musicali di settore e webzine come Rock Hard, Flash Magazine, Andromeda, Rock Impressions, Musica Follia, Flash Forwards ed è gestore del Blog NONSOLO PROGROCK. Per sei anni è stato vicepresidente di PROGAWARDS, premio mondiale per band di settore Rock Progressivo e sperimentale. Autore del libro per edizioni Arcana ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 – 2013.

PER CONTATTI: rockandwordshistory@gmail.it   o salari.massimo@virgilio.it

 

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