MORTI BIANCHE E SILENZI D’ORO: LAVORARE STANCA? NO, STRONCA

258. Tanti sono gli italiani che hanno perso la vita facendo il loro mestiere in questi primi quattro mesi e mezzo del 2018. E il tassametro galoppa: a Pescara del Tronto, frazione appenninica sbriciolatasi come una crostata nel funereo 24 agosto 2016, giovedì si è rischiato di aggiornare il pallottoliere dei morti con la caduta di tre operai da una delle tante impalcature erette dopo il terremoto. Due di loro sono allettati all’ospedale di Torrette, malridotti e in codice rosso: ovviamente auguri. Torniamo però al duecentocinquantotto, dunque: un numero che scritto per esteso lascia ancora più sbigottiti. Il triplo esatto delle lapidi prodotte dall’attentato alla stazione di Bologna dell’agosto 1980, la strage numericamente più nefasta da quando l’Italia si è data lo status di Repubblica. Un lugubre pallottoliere che rende necessario accendere un lanternino sull’atroce fenomeno, anche in uno spazio come questo che di solito ospita tematiche un tantino più light.

Non tanto sul fronte politico: i morti sul lavoro, purtroppo, sono prassi vecchia. Sin dai tempi del megalomane cronico Caracalla, quando per puro capriccio fece costruire le sue grandiose Terme nella Roma imperiale. Con le vittime “nivee”, bene o male, la politica ha reagito sempre allo stesso modo. Afflizioni, lucciconi di dolore (perlopiù di circostanza), pappardelle luttuose (perlopiù asettiche e ridondanti), vicinanze ai familiari delle vittime (perlopiù a parole, quasi mai “fisiche”), rincrescimenti a go go, sdegni a man bassa. A seguire, poi, il resto della litania: pugni battuti sul petto, annunci di tori e bovini vari da prender per le corna, promesse sventagliate con cappelli da marinaio fissati sull’occipite e, in Italia, moniti ampollosi del presidente della Repubblica di turno, roba che si ascolta molto spesso con la stessa attenzione che si presta a una televendita di materassi, puf e scaldini in tv.

Nel Belpaese la politica è stata tutt’altro che ferma sul tema: mentre i camposanti si affollavano man mano di muratori, carpentieri, agricoltori, operai, manovali, tute blu e via dicendo, con gli anni è arrivato un vero e proprio un Niagara di norme, leggi e codicilli, che a sua volta ha irrorato la fiumana di ispettori, responsabili “626”, jam session di sicurezza, esercitazioni di pronti intervento, vademecum antincendio, antistress, antinoia e tutto ciò che ben conosciamo. Mosse giuste e sacrosante, non fosse che nel nostro schizoide welfare ogni diritto entrato dalla porta è stato sempre poi fatto uscire (con un’escalation negli ultimi anni) dalla finestra. Così, nella grande industria e non solo, il lavoratore piano piano è diventato un numero, il lavoro una merce, la disoccupazione uno spauracchio da sventagliare all’abbisogna per dare il là a quella guerra tra poveri che si scatena, il più delle volte, dove cresce il ricatto, diventato ormai consuetudine implicita in un sistema nel quale licenziare è pura quisquilia e tutto sommato facile come passarsi il Colgate sui denti al mattino. Taglia lì, sforbicia là, esternalizza quello, subappalta quell’altro e sti gran ciuffoli della sicurezza: il sistema dei controlli, in cotanto guazzabuglio, è entrato nell’alveo della barzelletta ormai. Senza contare che in settori quali l’edilizia, vera e propria fucina di morti bianche, il controllore sta quasi sempre al soldo del controllato. La ciliegina sulla torta, poi, l’ha messa l’innalzamento dell’età pensionabile oltre le colonne d’Ercole della cataratta, del Kukident e dell’osteoporosi. Risultato: bollettini medici Inail sugli infortuni dei lavoratori in età non più verde da trincea della Grande Guerra (dal 2013, +35% tra gli over 60).

Fatto sto lungo distinguo togliamo pressione alla politica, peraltro in tutt’altre faccende affaccendata tra contratti di governo, tavoli tecnici, bozze, contro-bozze e casting per papabili premier: morti e ammaccati sul lavoro, va detto, non sono azzerabili neanche con la miglior legislazione giuslavoristica del globo (la nostra comunque non lo è non lo sarà). Entriamo, invece, nella sfera mediatica. L’aspetto più agghiacciante, qui, è che ci è voluto che un cavo metallico di una gru che uccidesse Angelo Fuggiano nell’industria più tristemente nota dello stivale (l’Ilva di Taranto), oltretutto nel corso di un grosso summit sindacale, per portare cotanta carneficina nelle aperture dei tg e su titoli, occhielli e catenacci dei giornali. Già, perché coloro che cadono svolgendo la propria professione non fanno più notizia. Anzi, pare quasi che se le morti sono in qualche modo bianche, il silenzio su di esse è d’oro. Infatti, qualora morissero 258 persone per mano di vili atti terroristici o a causa di drammatici disastri naturali, i media rizzerebbero le antenne in un battibaleno e (doverosamente) metterebbero in moto tutta la loro gigantesca potenza di fuoco, che poi andrebbe a irradiarsi in quei grandi grammofoni che sono diventati i social network. Al contrario, la mietitrebbia che si ribalta e schiaccia il contadino o l’incendio in un altoforno che carbonizza un operaio, fino all’impalcatura di un cantiere che cede e ammazza un manovale, si beccano al massimo una breve nei tg della notte e un trafilettino stringato sulla carta stampata, magari con una foto rubata da Facebook e un boxino col ricordo di parenti e amici se si tratta di testate locali. Questo perché ci siamo purtroppo pericolosamente abituati e abbiamo iniziato a fare spallucce di fronte a tante ingiustizie. E anche a tante assurdità, perché crepare per andare a guadagnarsi il pane da mettere tra i denti non si può definire in altro modo.

Valerio Mingarelli

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