UNA MODESTA PROPOSTA

Non credo di avere una idea abbastanza chiara della poesia, per quanto oggi vada di moda dire che il nostro ambiente estetico sensoriale è “poesia diffusa”. Come se le brutture che ci circondano potessero essere “estetizzabili” in un altrettanto diffuso horror quotidiano, mi verrebbe da rispondere.

Comunque più passa il tempo più la mente s’ingarbuglia e porta fuori oscurità su oscurità. E dire che debbo insegnarla, la poesia, e che in fondo abito nel paese più lirico del mondo. A questo aggiungerei anche il fatto che la mia formazione mi dovrebbe aiutare a individuarne il quid. Ma niente, sempre più nebbia.

Non che sia così importante, la poesia non salva la vita, i poeti morti suicidi sono parecchi, la poesia non cambia la storia, i poeti incarcerati per la poesia non sono pochi, e da ultimo moltissimi i superflui, quindi perché ragionarne?

All’università di Bologna per dire ti fanno (ti facevano?) studiare volumi su volumi per convincerti/convincersi che una definizione unica della poesia non può esistere, ecco la scoperta dell’acqua calda. Tra l’altro viviamo in una regione ad alto tasso di verdicchio e poesia, i festival mescolano un tanto al calice il nettare regionale con la formula sapienziale. C’è chi gira scalzo per le rassegne nel tentativo di imitare la sibilla, altri producono cento post al giorno intasando i social e i gruppi di servizio e seviziandoci con le loro dolcezze di pessimo gusto, altri ancora organizzano di tutto: gruppi di lettura, spettacoli, reading, tavole rotonde, eventi, psicodrammi e altre amenità. Altri, i peggiori, la recitano la poesia e ne fanno scempio teatrale, e altri ancora non dimenticano di intessere rapporti politici e farsi pubblicare coi soldini pubblici senza smettere di lamentarsi che non hanno abbastanza spazio. Una serie di psicodrammi insomma.

Nonostante questo la poesia, per quel che ne ho capito io, potrebbe diventare un pezzetto della cura di sé e tornare utile in secondo grado all’intera società. Basterebbe intenderla come un “poiein” un fare personale, che aiuti l’individuo a dire, elaborare, percepire, mettere insieme, quelli che Gilles Deleuze chiamava gli affetti, i percetti e i concetti della vita. Un giovane potrebbe giovarsene, crearsi un suo modo di riflettere così sul mondo, sugli altri, su di sé, senza pastoie, senza veli e ridondanze.

Per fare questo basterebbe soprattutto eliminare i poeti e i professori che della poesia cantano “le estenuate spoglie”. La modesta proposta sarebbe in breve questa: un’epurazione euforica ma anche scientifica e sistematica che cominci dal locale dove pullulano poeti e poetesse per poi continuare con baldanza, a macchia d’olio, per tutta la penisola. Ci sarebbe maggior silenzio di sicuro, meno sicumera, meno odore di incenso e meno concorsi locali di poesia. La terra rigogliosa infine liberata dai poeti e, ovvio, dalle poetesse, potrebbe rigenerarsi, dare frutti veri e non camuffati, ritrovare il colore delle cose, il sapore degli elementi, la carne del mondo, il gusto dei viventi.

E i poeti? Be’ i poeti potrebbero andare a lavorare nel frattempo, tralasciare le loro arti liberali e diventare un po’ “meccanici”, gente che si alza la mattina e porta a casa la pagnotta. Non guasterebbe no?

Alessandro Cartoni

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