LA DIFFAMAZIONE SUI SOCIAL, PARLA L’AVVOCATO SANDRA GIROLAMETTI

Argomento attualissimo che sta suscitando anche dibattiti accesi quello dell’uso o per meglio dire in casi estremi dell’“abuso” dei social network. I cosiddetti ”Social” sono oggi lo strumento di comunicazione per eccellenza, dove il più utilizzato al mondo è di sicuro Facebook. Le condotte che possono generare diffamazione sono molteplici e la giurisprudenza ha provveduto a rimediare con le massime punizioni nei confronti di coloro che incorrono nel reato sopra menzionato. Le statistiche giuridiche mostrano come la diffamazione sia diventata, soprattutto su Facebook, un reato ricorrente. Sono svariate le persone che ricorrono ai social network per esporre i propri pensieri contraddittori o insulti nei confronti di “qualcuno”. Le questioni religiose e di politica costituiscono il campo nel quale l’espressione del proprio pensiero sfora i limiti del rispetto di quello altrui e anche la pubblicazione di foto di amici in atteggiamenti imbarazzanti o qualche battuta in più costituiscono reato. I Social Network non possono essere considerati mezzi di informazione e, di conseguenza, chi insulta o discrimina la personalità altrui o ancora l’aspetto e l’ideologia altrui non può invocare a sua discolpa il diritto di cronaca e di critica.

Molti credono che il diritto di critica sia qualcosa di indipendente dall’attività giornalistica e spetterebbe a chiunque, anche all’utente di Facebook. Orbene con la sentenza n. 12761/14 la Cassazione ha in sostanza ricondotto le ipotesi di diffamazione a mezzo social network entro i confini della fattispecie generale della diffamazione aggravata perpetrata mediante l’utilizzo del mezzo di pubblicità, sancendo in primo luogo che la pubblicazione di una frase diffamatoria su di un profilo Facebook rende la stessa accessibile ad una moltitudine indeterminata di soggetti con la sola registrazione al social network e, anche per le notizie riservate agli «amici», ad una cerchia ampia di soggetti, che pertanto postare un simile messaggio sul proprio profilo integra il dolo prescritto dall’art. 595 c.p. Oggi è indubbio che offendere una persona scrivendo un “post” sulla sua bacheca di Facebook integra il reato di diffamazione aggravata, esattamente come se l’offesa venisse portata dalle colonne di un giornale.

Dunque, anche la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca Facebook integra un’ ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’articolo 595 c.p., comma 3, poiché la diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall’utilizzo per questo di una bacheca facebook, ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, sia perché, per comune esperienza, bacheche di tal natura racchiudono un numero apprezzabile di persone (senza le quali la bacheca Facebook non avrebbe senso), sia perché l’utilizzo di Facebook integra una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita, valorizzando in primo luogo il rapporto inter-personale, che, proprio per il mezzo utilizzato, assume il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione. La Corte ha fatto applicazione dei principi già consolidati in materia di diffamazione a mezzo stampa per cui è sufficiente che, benché implicita, risulti sufficientemente univoca alla cerchia dei destinatari la riferibilità del messaggio diffamatorio al soggetto leso, non essendo a tal fine necessaria l’espressa indicazione del nome dello stesso. La giurisprudenza di legittimità ha, quindi, confermato la linea dura nei confronti di chi usa i social network quale valvola di sfogo per scaricare rabbia, frustrazioni o sete di vendetta nei confronti di personaggi pubblici, semplici “amici”, colleghi o capi.

Ne abbiamo parlato con l’avvocato Sandra Girolametti per capire se anche a Fabriano si sono presentati casi giudiziari analoghi. “Nel mio studio sono capitati casi del genere. Abbiamo denunciato – ha riferito – ed avuto già processi penali che si sono conclusi con condanne. A clienti diffamati tramite Facebook, sia nel caso in cui le parole offensive vengano inserite negli spazi pubblici come bacheca o commenti, sia nel caso in cui le stesse vengano inviate tramite messaggi privati indirizzati ad almeno due persone) si consiglia di sporgere querela alla competenti autorità (Procura della Repubblica, Carabinieri o Polizia Postale) entro tre mesi dal giorno in cui si ha avuto notizia del fatto che costituisce reato”. La querela, ricordiamo, può essere proposta personalmente o a mezzo di un avvocato e deve contenere la descrizione dei fatti, con l’indicazione ovviamente della frase offensiva e dell’autore della stessa (occorre, pertanto, indicare il profilo dell’utente che ha pubblicato la frase dal contenuto diffamatorio, l’I.D. di quest’ultimo), nonché le prove a sostegno di quanto dedotto in querela. La Polizia Postale suggerisce di non produrre solo una semplice stampa o uno screenshot della pagina web in cui compare la frase incriminata perché tale stampa non assicura in modo incontrovertibile che il contenuto riproduca ciò che è effettivamente online e l’immagine potrebbe essere stata manipolata. Anche la Corte di Cassazione ha chiarito infatti che, ai fini probatori, non basta produrre la mera stampa della pagina web, ma è necessario depositare copia autenticata della stessa. Per cui, la copia conforme della pagina web potrà essere eseguita da un Notaio e può essere resa con copia della pagina web diffamatoria su supporto informatico o su supporto cartaceo. In ordine a tale eccezione, il giudice potrebbe attribuire alla stampa della pagina web o al c.d. screenshot valore di indizi (o, nel caso, di giudizio civile, valore di principio di prova) i quali, se supportati da altri elementi, quali testimoni che abbiano letto la frase offensiva, possono condurre lo stesso ad una sentenza di condanna. Nell’ambito del procedimento instaurato  a seguito di querela, ci si potrà costituire parte civile ed ottenere, all’esito del dibattimento, non solo la condanna dell’autore dell’illecito alle pene previste dalla legge ma, altresì, il risarcimento del danno. “Durante questa campagna elettorale- prosegue l’avvocato Girolametti- auspico che la rete non venga intesa come una “zona franca” del diritto, ma solo uno dei luoghi nei quali l’individuo svolge la sua personalità. Anche in rete devono essere rispettati il diritto al nome, all’immagine, all’onore, alla reputazione e i nuovi diritti della persona alla riservatezza, all’identità personale, non ultimo, all’oblio. Una campagna elettorale avvelenata, di tutti contro tutti, svolta sul piano della polemica e non su quello programmatico, oltre che creare un generale sentimento di sfiducia e confusione nei cittadini, allontana le persone buone dalla politica e dalla cosa pubblica. E si sa, citando Platone,  che “la pena che i buoni devono scontare per l’indifferenza alla cosa pubblica è quella di essere governati da uomini malvagi”.

Gigliola Marinelli

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