REFERENDUM COSTITUZIONALE: LA NUOVA MAPPA POLITICA ITALIANA

Le urne hanno parlato, con un risultato piuttosto netto: il NO ha prevalso sul SI alla riforma costituzionale Renzi-Boschi col 59,1% dei voti. L’affluenza, al 65,5%, è arrivata non lontano dal 72% delle elezioni politiche 2013. In questi giorni, sia Matteo Renzi sia i suoi principali oppositori hanno cercato di capitalizzare i rispettivi risultati: ma chi ha ragione? Davvero il “Partito di Renzi” è al 40%? Il 60% del No è un voto di destra, di sinistra, tutto grillino, populista, berlusconiano? Ad aiutarci, ci sono fortunatamente numerosi sondaggi e studi sui flussi elettorali, che hanno spiegato come gli elettori si siano comportati al referendum costituzionale, e come questo possa influire. Vediamo perciò alcuni luoghi comuni emersi nel dibattito di questi giorni, e cerchiamo di capire se i numeri, che hanno la testa dura, sono d’accordo o meno con i nostri politici.

  1. E’ stato un voto contro Renzi, non nel merito delle questioni

Su questo il risultato delle urne è netto: i sondaggi post-voto evidenziano che una fetta importante degli elettori del NO (i dati variano dal 46% di Quorum al 67% di Demopolis%) voleva mettere fine al governo di Matteo Renzi, confermando che per il Presidente del Consiglio uscente personalizzare così tanto il voto è stato un grave errore. In ogni caso, la fetta di elettori che dice di aver votato No per il merito della riforma rimane importante, e sommata all’alta partecipazione al voto, sembra confermare che il referendum ha suscitato grande dibattito e attenzione nel Paese.

  1. E’ una vittoria di Salvini, che ha cavalcato la xenofobia

 In larga parte no: le analisi dei flussi elettorali mostrano un elettorato leghista molto compatto sul NO, ma evidenziano anche che solo nel Nord Est l’appello al No della Lega ha avuto un effetto trainante sul risultato: il Veneto è anche la zona d’Italia dove la Lega è meno “salvinizzata”, meno vicina alla svolta simil-Le Pen e più vicina alle vecchie parole d’ordine federaliste. Qualche speranza a Salvini la danno le periferie: se complessivamente le zone a più alta densità di immigrati sono quelle in cui il Sì va meglio, nei quartieri di città come Bologna a più alta densità di immigrazione si nota un aumento del voto al No. Come abbiamo visto, però, la Lega rimane relativamente debole in queste zone geografiche: è da vedere se Salvini riuscirà a consolidare questi consensi potenziali, oppure se la sua “spinta propulsiva” si è già esaurita.

  1. Il No è una vittoria del Movimento 5 Stelle

Sicuramente sì, il No al referendum è stato raggiunto anche e sopratutto grazie alla granitica compattezza dell’elettorato 5 Stelle del 2013-2014 (circa il 90-95% ha votato No). Il Sì è letteralmente crollato nel Sud Italia ed è andato male in tutte le zone periferiche delle grandi città, aree dove già negli scorsi anni il Movimento 5 Stelle ha mostrato di essere molto competitivo (vincendo le Comunali di Torino e Roma proprio grazie ai quartieri più poveri, e arrivando a essere primo partito al Sud). Il Movimento 5 Stelle esce dal referendum come la forza più forte del fronte del No, con un elettorato potenziale sicuramente non inferiore al 25%: la sua sfida più grande, ora, è riuscire ad accaparrarsi la quota più importante del restante 35%, per sfilare al PD il rango di primo partito e aspirare alla vittoria. Da non sottovalutare il ruolo della legge elettorale: a meno di una crescita vertiginosa di consensi,  ai 5 Stelle servono leggi elettorali a doppio turno o con forti premi di maggioranza per vincere da soli.  Da questo punto di vista, la grande partecipazione e politicizzazione del voto al referendum fa capire quale sarebbe stato, probabilmente, il risultato di un ballottaggio con l’Italicum.Sistemi elettorali più proporzionali, o maggioritari con ricompattamento del centrodestra, li obbligherebbero probabilmente a governi di coalizione o di minoranza con altri partiti, o a rimanere all’opposizione.

  1. Il No è una vittoria della sinistra

Forse sì, ma molto dipenderà dalla sinistra stessa. I risultati elettorali mostrano che il No ha stravinto nelle città in cui la tradizione della sinistra radicale è più forte. Le analisi di YouTrend  e Istituto Cattaneo ci mostrano come anche nelle zone rosse il PD abbia perso voti a sinistra (circa un 1,5%). La voragine di voti più grossa è al Sud, dove il PD viene seccamente sconfitto anche in Puglia, Calabria e Basilicata e lascia per strada l’8,5%. Il No recupera inoltre una fetta importante di elettori di sinistra che avevano preferito astenersi nel 2013 e nel 2014: la sinistra radicale è compatta sul No, assieme a una fascia di voti ex PD tra il 15% del risultato 2014 e il 25% di quello 2013. Il contributo al NO dei comitati, dell’ANPI, dell’ARCI, della CGIL, dei vari partiti della sinistra radicale e di quell’ala del PD che include Bersani, D’Alema e Michele Emiliano è stato quindi concreto: la proposta di Pisapia, di una sinistra pro-Renzi, probabilmente è più pericolosa per le percentuali del PD che per quelle dei suoi oppositori di sinistra. Per evitare che sia il Movimento 5 Stelle a intercettare i consensi in uscita dai democratici, la sinistra deve però precisare la sua offerta politica, dentro e fuori il PD.

  1. Il NO è una vittoria di Berlusconi

Politicamente sì, dato che la fine dell’Italicum e la sconfitta delle riforme renziane rendono Forza Italia l’unico interlocutore del PD al di fuori dell’attuale maggioranza. Dal punto di vista elettorale, però, il referendum ci racconta un centrodestra ancora in difficoltà: il fascino di Renzi sulle truppe berlusconiane è stato contrastato con successo al Nord Est, in alcune zone della Lombardia e nelle Isole, ma a votare Sì è stato comunque il 20-30% degli elettori del PDL nel 2013. Le speranze del centrodestra di tornare a contare a livello nazionale dipendono quindi moltissimo dalla legge elettorale: a Berlusconi possono fare comodo sia sistemi elettorali maggioritari (per costringere la Lega a una alleanza) sia proporzionali (per tenersi le mani libere dopo il voto), mentre sarebbero fatali sistemi a doppio turno, data la bassa mobilitazione e la mobilità del suo elettorato.

  1. Il 40% di Sì è tutto di Renzi

Forse sì: la nuova mappa elettorale dell’Italia vede il PD inglobare quasi completamente l’elettorato montiano del 2013, e sfondare al Nord Ovest e in Toscana rispetto al 2014, mantenendo invece abbastanza stabili i suoi consensi nella “zona rossa”. Il ritratto è quello di un partito di centrosinistra a vocazione meno popolare che in passato (ancora i DS e il PD di Bersani erano maggioritari nei ceti più poveri): il PD prevale nelle zone più ricche e dinamiche del Paese, e il Sì va meglio nella Lombardia moderata che nel Piemonte operaio.

Nel PD renziano sembra quindi unificarsi un blocco politico laico-moderato, borghese e relativamente benestante, urbanizzato: si tratta però di uno schieramento che fatica ad espandersi ulteriormente e molto sbilanciato sugli anziani. Renzi ha quindi le carte in regola per costruire un blocco elettorale, una lista o coalizione, in grado di essere ancora la più votata: la legge con cui andremo a votare ci dirà però se questo possa bastare a governare o no.

La sfida più grande del PD è quella di essere soltanto la “più forte minoranza del Paese”: un blocco forte, ma che non può contrastare la convergenza dei suoi tanti avversari contro di sé. Nonostante il PD continui a difendere la sua “vocazione maggioritaria”, le urne sembrano raccontarci di un Paese molto più complesso, e abbastanza infastidito sia dall’ottimismo renziano sia dalla sua incapacità di fare sintesi tra istanze sociali e politiche diverse.

Manfredi Mangano

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