“TIBERI, O DEL MATERIALISMO SPIRITUALE” – di Vittorio Sgarbi

Materialista. Così mi verrebbe da definire, di primo acchito, Sandro Tiberi. Fino a non troppo tempo fa, materialista era termine che, fatta salva la nobile enclave, almeno per chi la riconosceva tale, dell’accezione filosofica (seguace del Materialismo), veniva comunemente usato in senso tutt’altro che elogiativo, per lo più come sinonimo di senza Dio da una parte, di gretto edonista dall’altra, abituato a misurare tutto secondo il valore economico. In entrambi i casi, veniva ritenuto materialista chi non fosse comunque in grado di concepire la dimensione spirituale del mondo, percepibile oltre la limitatezza delle cose. Ma i tempi cambiano, e con essi il significato delle parole. Si da il caso che oggi si viva in una civiltà culturale, prevalentemente atea ed edonista, che dal punto di vista della comunicazione, l’ambito che di gran lunga più la caratterizza, non é affatto materialista, nel senso, alla lettera, che tende a smaterializzare i rapporti rispetto a come sono stati concepiti per secoli, fino a non più di un decennio fa. L’esempio più lampante é quello della comunicazione per via scritta: da tempo ormai immemorabile, ha presupposto che avvenisse attraverso la segnatura di un supporto particolarmente adatto alla bisogna, estremamente pratico nella maneggevolezza e nella capacità di essere riprodotta serialmente, la carta.

Si dice, solitamente, che il punto di svolta fra la civiltà culturale antica e quella moderna, alla base di una diversa, più ampia diffusione del sapere, sia costituito dalla scoperta di Gutenberg, la possibilità di stampare impiegando caratteri mobili. Mi permetto di contraddire, o meglio, di precisare: in principio fu la carta, perché la scoperta decisiva é stata quella del supporto adatto ad accogliere nel modo più efficente e redditizio i prodotti ottenuti con la stampa a caratteri mobili. Ovvero: se la scoperta di Gutenberg avesso avuto a che fare con la cartapecora, ancora la prevalente, in Europa, fino al XIV secolo avanzato, avrebbe avuto un effetto infinitamente minore rispetto a quello che ha avuto prima con la carta d’origine tessile, poi, in tempi più recenti, d’origine lignea. Quindi, non é stata la carta ad assecondare le potenzialità del nuovo tipo di stampa, bensì la stampa ad assecondare le rivoluzionarie virtù della carta, destinata, rispetto al più aristocratico supporto d’origine animale, a raggiungere strati sociali prima preclusi alle attività culturali. Si capirà, per tutto quello che ha comportato nell’evoluzione civile dell’uomo, che per la carta, simbolo della modernità culturale per antonomasia, si possa nutrire una venerazione, in segno anche di ringraziamento per tutto ciò che ha determinato nelle nostre esistenze come in quelle a noi precedenti. Perché non é solo una materia, é il senso che attorno all’uso di quella materia si é accompagnato, sintetizzabile, a livello culturale, nell’immensità di contenuti raccolti presso le biblioteche di tutto il mondo. E invece, l’epoca della digitalizzazione prevede che la comunicazione di ogni messaggio scritto, dal più ordinario al più sofisticato, possa fare a meno di quella che é stata, e ancora, fortunatamente, continua a essere, la sua materia di supporto per eccellenza.

Ci chiede, la tecnologia della nostra epoca, pure così apprezzabile in tanti aspetti, di rinunciare a qualcosa che ormai dovrebbe essere ritenuto superfluo. Ma quella materia, lo abbiamo detto, é un senso, e quel senso materializzato non é un accessorio delle nostre vite, fa parte integrante delle nostre identità, del nostro modo di avvertire, pur essendo perfettamente calati nel presente, il rapporto con un passato di cui ci vogliamo ancora sentire legittimi figli. Può essere ritenuto superfluo un motivo di identità collettiva, di valore universale, condiviso a Roma come a Pechino o a Buenos Aires, nella Silicon Valley come nel più sperduto paese africano? Qui sta il vero nocciolo del problema, non in altro. Ecco perché il mondo ha bisogno, davanti a un processo ineluttabile che sembra indicare una vittima designata, di uno straordinario difensore delle ragioni della carta come Sandro Tiberi. Non un feticista acritico, amante appassionato per partito preso, ma il suo contrario, un cultore, un conoscitore approfondito della materia, un virtuoso della prestigiosa carta di Fabriano, la prima ad adottare la filigrana, al quale la sapienza artigianale delle mani ha conferito una competenza di testa del tutto speciale. Non un retrogrado passatista, ma un progressista che non concepisce il futuro come un aut aut, come privazione obbligata di qualcosa a presunto vantaggio di un’altra; uno, quindi, che non rinnega affatto il rapporto con l’odierno, anzi, lo cerca palesamente, sperimentando in laboratorio nuove applicazioni per tecniche antiche, rivalutando la formidabile fisicità della carta artigianale, trattata come farebbe un artista cosciente dell’Informale o dell’Arte Povera, alternando virtuosisticamente il visivo e il tattile, il ruvido e il liscio, il grezzo e il raffinato, il trasparente e l’opaco, ilplastico e il planare, senza tralasciare affatto di varcare la soglia del tridimensionale, con creazioni di design da interno che sconfessano l’idea più convenzionale della materia, scommettendo, per di più, nell’era del mercato globale, sul successo commerciale delle sue trovate.

Insomma, detto in un solo modo, Tiberi é un materialista a tutti gli effetti, secondo il nuovo campo semantico assegnabile al termine: chi, in un’epoca di vecchio materialismo che viene riciclato in chiave di tecnologia smaterializzante, come prima si é provato a chiarire, riconosce alla materia, nella fattispecie la carta, uno specifico valore culturale, ancora assolutamente vivo nella mentalità corrente dei più civili, attribuendole quindi una dimensione prettamente spirituale, a superare, nella pratica, la dicotomia tradizionale che la filosofia ha istituito fra il fisico e il metafisico. Così come materialisti, e spiritualissimi allo stesso tempo, vanno considerati tutti i veri conservatori del bello, coloro che, valendosi di solide, dettagliate conoscenze in materia, sostengono la necessità impellente di preservare l’integrità storica di un monumento, un’opera d’arte, un borgo antico, un sito archeologico, un archivio, un paesaggio rimasto incontaminato. In nessun modo il progresso potrebbe negare il diritto alla conservazione del meglio, altrimenti, come diceva Pasolini, sarebbe solo becero sviluppo, avente come proprio fine non l’arricchimento culturale del mondo, ma la speculazione economica a vantaggio di pochi privilegiati. Quella sì tutta materiale, nel senso più arcaico e peggiore del termine.

Vittorio Sgarbi

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