DET-ESTABLISHMENT: COME SI DICE QUAQUARAQUA’ IN INGLESE?

“Profuma di roba francese e sulla camicia ha un foulard di chiffon” – cantava Rino Gaetano (pare, non vi sono conferme storiografiche) all’indirizzo di Enrico Berlinguer. Di roba francese, di certo, hanno sempre odorato i politici inglesi. Dal baffutissimo Ramsay McDonald al “the chosen one” di Downing Street Winston Churchill, fino alla più recente Lady di ferro Margareth Thatcher, i centravanti della politica d’Oltremanica nel nostro scanzonato immaginario italico hanno avuto sempre una percezione, appunto, “British”. Decisionisti ed eruditi, paludati e impacchettati quasi sempre in tessuti di grido, per anni ci siamo cuccati la menata sull’autorevolezza britannica, specie quando la politica si fa azione e concione. Per noi, abituati agli “scleri” del lillipuziano Amintore Fanfani, alle filippiche alla valeriana di Aldo Moro, ai sermoni baritonali di Bettino Craxi, alle violenze sintattiche di De Mita fino ai sussurri di Romano Prodi e alle guasconerie (vabbeh, chiamiamole così) del folletto di Arcore, le leadership della “City” ci sono sempre parse di un’altra galassia.

Con la Brexit è cambiato tutto: tra personalismi, smargiassate e stupefacenti gare a chi riesce a urinare più lontano, siamo stati catapultati in un film sceneggiato dai fratelli Vanzina e girato sulle sponde del Tamigi. David Cameron, giaguaro conservatore incensato nelle cancellerie da alfieri (e baciapile) del liberismo di tutte le terre emerse, si è fatto spennare come un polletto destinato all’olio di semi in un “Chicken Hut”: il suo è il più grosso harakiri politico dai tempi di Nerone. E a poco serve bearlo per le fulminee dimissioni: se sai di non avere buone carte, a Texas Holdem non puoi giocarti la casa: passi solo per fesso. Il suo avversario di partito (dal nido giallo paglierino in testa) Boris Johnson, grande “architetto” della Brexit, è riuscito a far sventolare alla metà più uno dei britannici il fazzoletto bianco all’UE. Solo 24 ore dopo però, è finito sulle palle a tre quarti più uno dei sudditi di sua maestà. Non si aspettava di vincere, ma solo di defenestrare il nemico Cameron per sedersi sul suo sofà governativo. Ora, invece,  gli resta la sedia a dondolo della sua tenuta nello Yorkshire. Al suo posto ci finirà Teresa May: una vita passata a voler diventare la lady di ferro 2.0, ma in verità una miscellanea esplosiva tra una Giorgia Meloni e una Micaela Biancofiore (con 20 anni di più sul groppone). Sui laburisti poi, meglio non infierire: Corbyn-Fantozzi, crocefisso in sala mensa senza troppi complimenti, lascia un partito diviso in 323mila correnti: il PD nostrano a confronto per compattezza sembra la Grande Armata napoleonica.

“Colpa dei poulisti! A morte il populismo” – ripetono tutti i figliocci della regina Elisabetta ammassati sotto alla grondaia rotta con scritto “Establishment”. Se da noi il populismo è equiparato ormai al diabete come malanno, da trattare con un’insulina strana però (che spesso è altro populismo sotto mentite spoglie), la cantilena ha attecchito anche lassù. Ti si brucia il Fish&Chips? Colpa del populismo. Non esistono più le mezze stagioni? Idem. Non tutte le ciambelle vengono col buco? Maledetti populisti. Ken Loach vince a Cannes? Ok , lui non è populista, ma ha rotto gli zebedei sempre a mostrare sto popolo. I ricoverati per crisi di nervi e labirintiti non si contano. Ma sti populisti poi? Niente: Nigel Farage, capobastone proprio della frangia di diseredati anti-carrozzone e spaccamaroni numero uno sull’addio all’Europa, ha mollato la politica. Troppo “sbatti”, per dirla alla milanese. Un po’ come quello che sogna per una vita di copulare con una top model e la sera che finalmente ha un appuntamento va a giocare a rubamazzo con gli amici.

Non sappiamo come si dice quaquaraquà in inglese, ma di certo una baraonda felliniana (e un baratro di reputazione) così a Londra e dintorni non si erano mai visti. Così ci siamo ringalluzziti, pensando per un attimo che la nostra sgangherata e crapulona classe politica non è poi così male. Per un battito di ciglia abbiamo creduto Renzi uno statista vero, Alfano u n fine stratega, Di Maio un forbito enfant prodige e Salvini un autentico capopopolo.

L’estasi però è durata quanto un abbaio di chihuahua: ieri l’altro è arrivata la direzione del PD. Renzi: “Volete che lasci? Fate un congresso e vincetelo”. Evidentemente Fassino ora gli fa da spin-doctor suppletivo. Bersani: “Chi ignora la destra non vede la mucca in corridoio”. Al mattatoio deve aver trovato chiuso e non sapeva dove metterla. Renzi-ter: “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, non sullo stipendio ai cittadini”. Stagisti e voucheristi lo sanno benissimo, lui un po’ meno. Speranza: “Così il partito va a sbattere”. Ha paura di essere usato come manichino per il crash test. Cuperlo: “Renzi, esci da questo talent”. Già, ma sentiamo ora il parere di Arisa. Poi arriva lui, funiculì funiculà Enzo De Luca: “La Raggi è una bambolina imbambolata”. L’uomo più indicato in vista delle prossime politiche per far arrivare il M5S all’88% dei seggi, tanto che Grillo lo ha già iscritto d’ufficio sul blog e gli ha regalato anche un cofanetto con le repliche di “Fantastico 7” da lui condotto nell’86. Così è andato via ogni dubbio: a cialtronerie siamo imbattibili. Capito, cari inglesi? Per diventare veri quaquaraquà avoglia a mangiare pagnotte (o sandwich, fate voi).

Valerio Mingarelli

 

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