BALLOTTAGGI 2016: DALL’EUROPA ALLE MARCHE, CAMBIA TUTTO – di Manfredi Mangano

Il prossimo weekend un importante numero di elettori italiani sarà chiamato a votare ai ballottaggi delle elezioni amministrative. Il primo turno ha riservato importanti sorprese: il Movimento 5 Stelle ha conquistato il ballottaggio a Torino e Roma, mentre il PD si scontrerà col centrodestra classico a Bologna e a Milano. L’analisi dei flussi elettorali, libera da condizionamenti reciproci ci mostra alcuni dati: il centrodestra, quando si unisce, rimane uno sfidante competitivo, come a Bologna e a Milano; il Partito Democratico rimane il primo partito ma senza vincere da solo, il Movimento 5 Stelle è un fenomeno destinato a durare nella politica italiana. Il successo dei grillini nasce in larga parte da due fattori: da un lato, riescono meglio del PD a intercettare le zone di disagio delle grandi città, che abbandonano i Dem e non vengono convinte dalla nuova sinistra di Fascina e Airaudo. Dall’altro, riescono a pescare anche a destra, laddove questa non riesce a unirsi: Salvini in versione “Marine Le Pen” non convince al di fuori del Veneto, dove Zaia mantiene un profilo molto più moderato,e la crisi di Forza Italia libera elettori.

La lezione delle regionali Marche 2015: essere “competenti” non basta più

A queste elezioni si è andato rafforzando un trend già visto da noi nelle precedenti elezioni regionali delle Marche, che hanno visto il boom del Movimento 5 Stelle e della coalizione Fratelli d’Italia – Lega Nord di Francesco Acquaroli. Avere una lunga esperienza di governo non basta più: nelle Marche è stato proprio il PD a chiudere, con la candidatura di Ceriscioli, con un modello amministrativo basato sul rapporto forte con tecnici e organizzazioni sociali; a Milano, Bologna, Torino, gli amministratori uscenti o i nuovi candidati che si presentano come “competenti e capaci” faticano o vengono puniti nelle urne.

L’Europa e la crisi delle classi dirigenti

Nelle Marche come nelle grandi città, in Italia come in Europa, le classi dirigenti sono vittima di una forte crisi di legittimità: i 5 Stelle in Italia, il voto in Austria, l’ascesa della Le Pen in Francia, il rischio Brexit, il caos politico che ha colpito la Spagna, l’ascesa di nuovi governi di sinistra radicale in Portogallo e Grecia e dell’AFD in Germania sono sintomi chiari. I politici sono visti come lontani dai nuovi problemi di abitabilità, lavoro e servizi sociali, e vengono visti come prigionieri di equilibri decisi ad altrove: il richiamo contro i “barbari” populisti funziona sempre di meno, quando a convergere nel rifiuto di una classe dirigente sono sia i ceti più poveri che i giovani formati e competitivi, ma bloccati dai “tappi” dell’economia e della società.