LO STRAZIO CHE BISOGNA VEDERE – di Alessandro Moscè
Molti quotidiani, non solo in Italia, hanno pubblicato in prima pagina la foto del corpo di Aylan Kurdi, il bambino siriano di tre anni trovato morto su una spiaggia della Turchia in seguito al naufragio della barca che lo stava portando, con la famiglia, verso la Grecia. All’estero la fotografia è stata pubblicata sulle prime pagine di giornali come “El Mundo” (Spagna), “Le Soir” (Belgio), “Irish Examiner” (Irlanda), “Publico” (Portogallo), “The Independent” (Inghilterra). Anche in Italia “Il manifesto” e “La Stampa” hanno optato per il sì. La domanda che ha travagliato l’animo dei direttori di giornale e dei lettori, in questi giorni, non fa che rincorrerci. Si può pubblicare la foto di un bambino morto atrocemente e risucchiato sulla riva? Questo infante sembra riposare come farebbe nel letto di casa, protetto dalla madre, dai familiari. C’è un dato inequivocabile dal quale partire. Quell’immagine fa di certo orrore, ma siamo entrati in una civiltà imperante delle immagini, una sorta di sottocultura mediatica, dove il peso di una fotografia, sic et simpliciter, è di gran lunga superiore rispetto all’uso della parola, specie se scritta. Per capire la tragedia dei profughi, per immedesimarsi nello strazio comune, per acuire un sentimento generale, quel riquadro era necessario. Tanto è vero che l’effetto domino ha riportato prepotentemente al centro il dibattito su come affrontare la fuga di povera gente in cerca di una via salvezza. La stessa storia, nei dettagli, è stata amplificata dalla fotografia sulla spiaggia. Aylan è morto insieme al fratello Galip, 5 anni. Su Twitter sono circolate anche delle immagini dei due bambini vivi e sorridenti. In mezzo a loro un orsacchiotto bianco. I quotidiani britannici sono quelli che hanno insistito di più sull’atrocità della condizione dei migranti, costretti a tentare il tutto per tutto pur di salvarsi dalla guerra. Non dimentichiamo che in questi mesi il flusso di persone che scappano dalla Siria attraverso la Grecia è aumentato a dismisura toccando la quota di 205 mila rifugiati solo nel 2015 (sono 4 milioni dall’inizio della guerra, nel 2011), secondo i dati dell’Alto commissariato per i rifugiati. Di questi la maggioranza sono siriani. In particolare, Kobane, negli ultimi due anni, è stata teatro di combattimenti violentissimi che hanno visto contrapporsi le milizie curde ai jihadisti di Isis. Ma non solo. I rifugiati siriani scappano anche dalle bombe di Assad che dal 2012 colpiscono duramente la popolazione con ogni tipo di arma per soffocare l’ascesa dell’opposizione. Il piccolo Aylan testimonia, simbolicamente, tutto questo, e purtroppo nel modo peggiore. Non dimenticheremo facilmente il povero martire, il senso di giustizia per gli innocenti, l’inerzia di un popolo e la follia collettiva di chi produce morte. Il mondo, adesso, è più consapevole e più indignato.
Alessandro Moscè
