LA DISAFFEZIONE ALLA POLITICA – DI ALESSANDRO MOSCÈ

Gli italiani non ci credono più. Mai come in questi ultimi anni è stata tanto consistente l’astensione quando si è trattato di recarsi alle urne. Il vero partito che guida il nostro Paese è quello di chi se ne infischia delle tornate elettorali. E’ su questo dato che si dovrebbe riflettere in vista delle regionali previste il 31 maggio. Eppure nessuno parla del fenomeno e sono ben pochi coloro che ritengono opportuno recuperare la gente al voto attraverso una campagna di sensibilizzazione mirata. A vincere le elezioni regionali dello scorso anno, sia in Emilia Romagna che in Calabria, è stata appunto l’astensione. L’affluenza è crollata come mai si era visto. Soprattutto in Emilia Romagna ha avuto del clamoroso: 37,7% contro il 68,1% delle elezioni precedenti e contro il 70% delle Europee. Trenta punti percentuali in meno. In Calabria è andata un po’ meglio, ma solo perché si partiva da un dato più basso: hanno votato il 43,8% degli aventi diritto, contro il 59% del 2010 (ma in linea con il 45,8% delle Europee). Il calo rispetto a quattro anni prima è poco più del 15%, ma il dato è comunque lontano dal 50%: hanno votato meno di un elettore su due. Per capire le ragioni del no alle urne, basta rileggere quanto Piero Gobetti scriveva nell’articolo La nostra fede del 1919. “Guardate la vita politica da un punto di vista di onestà illimitata: ne provate disgusto; e il disgusto degenera in astensionismo, scherno, indifferenza per i supremi interessi”.

Loredana Sciolla, sociologa, studiosa del rapporto tra i giovani e la politica, afferma come i ragazzi si impegnino di più in una sfera allargata, trovando le ragioni della partecipazione nell’etica, nei valori di libertà, nella difesa dei diritti umani e della salvaguardia della trasparenza. Secondo la studiosa, la sfiducia nei confronti della politica, che si esprime con l’astensionismo, il rifiuto dei partiti e il calo di identificazione ideologica, più che al disimpegno conduce a un’attività dimostrativa, di denuncia, impolitica, perché non si pone nell’ottica di influenzare le élite, sostituendo alla responsabilità del governare la critica impegnata dell’opacità del potere. La chiave di lettura è condivisibile, ma c’è da registrare che il flusso verso il basso è ogni volta di più in aumento, per cui si rischia la deriva, il collasso di un diritto essenziale in una nazione democratica dell’Occidente. Per questo la politica deve cambiare radicalmente e una volta per tutte. Meno parlamentari che godono di privilegi inauditi, meno portaborse iperpagati, meno retribuzioni faraoniche per i funzionari, meno partiti, meno discussioni sterili, più concretezza e soprattutto meno corruzione. Il caso di Roma insegna: come si può credere nella politica se addirittura la mafia si è infiltrata nei piani alti del Campidoglio e la fa da padrona con il benestare di tutti? Ma l’autocritica non è ammessa, così come il concetto di “casta” viene prontamente respinto dalla politica che conta. Eppure la società civile ha sempre ragione.

Alessandro Moscè

error: Attenzione: Riproduzione delle notizie vietata - Diritti riservati !!
Contattaci al 393 000 9690
Prima di iniziare la conversazione è obbligatorio accettare la nostra privacy policy