NICOLO’ CAROSIO: LA VOCE DEL CALCIO A TRENT’ANNI DALLA MORTE – di Alessandro Moscè

A noi radiofonici piace lo sport, e quindi non possiamo dimenticare che il calcio, in particolare, è nato per gli auditori, prima ancora che per i telespettatori. Le voci di chi trasmetteva la partita ci hanno permesso di immaginare un passaggio, un colpo di testa, un rigore, un goal: di sognare con i nostri amati campioni. Il più grande radiocronista di tutti i tempi è stato senz’altro Nicolò Carosio, ormai quasi del tutto dimenticato specie tra ne nuove generazioni che non l’hanno mai né sentito commentare un incontro, né tantomeno visto. Sono passati trent’anni dalla sua morte, avvenuta il 27 settembre del 1984. Inaugurò per la Eiar le radiocronache del campionato del mondo 1934, che l’Italia padrona di casa vinse. Fu la voce della nazionale di calcio alle Olimpiadi di Berlino nel 1936 e al campionato del mondo 1938 in Francia. In televisione, nel 1954, anno dell’inizio ufficiale delle trasmissioni, divenne famoso per il suo “quasi goal” che accompagnava un’azione da gioco conclusa di poco fuori dello specchio della porta. Fu la voce anche al campionato del mondo 1966 in Inghilterra. Dopo la parentesi di Nando Martellini che seguì l’Italia vittoriosa al campionato d’Europa 1968 (Carosio commentò la prima finale, Martellini la seconda), riprese il microfono in occasione del campionato del mondo 1970 in Messico. Durante Italia-Israele (0-0) del girone eliminatorio, su segnalazione del guardalinee etiope Seyoum Tarekegn l’arbitro dell’incontro annullò due goal italiani apparentemente regolari. Per anni a Carosio venne attribuita un’espressione denigratoria nei confronti di Tarekegn (“Ma cosa vuole quel negraccio?”) che provocò una protesta ufficiale del governo dell’Etiopia tramite il suo ambasciatore a Roma e la sostituzione, per la telecronaca successiva dei quarti di finale contro il Messico, con Nando Martellini. In realtà Carosio non fece mai alcuna affermazione di stampo razzista e la videoregistrazione della telecronaca lo testimoniò. A causa della cerimonia della Cresima del figlio, dovette rinunciare alla trasferta di Lisbona al seguito del grande Torino, circostanza che gli salvò la vita. Nel viaggio di ritorno l’aeroplano della squadra si schiantò contro la Basilica di Superga. Rimane un’icona, una leggenda del calcio parlato e fortunatamente non strillato. Voce ben scandita, imparziale, obiettivamente critica e al tempo stesso moderata, oggi Nicolò Carosio, di fronte ad un calcio sempre più isterico, non avrebbe nulla da dire. Per lui lo sport era narrazione, epica, nient’altro.

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