Coldiretti, rinnovato il consiglio di zona: l’intervista al presidente Massimiliano Morri

Confermato presidente nel consiglio di zona di Fabriano della Coldiretti, Massimiliano Morri questa settimana farà il punto sulla situazione in cui versa il comparto agricolo del territorio, alla luce di quanto discusso nell’assemblea tenutasi nel mese di febbraio.

Presidente, prima di entrare nel merito degli argomenti che sono a cuore di tutti gli imprenditori agricoli, ci racconti da quanto tempo è in attività la sua azienda e di cosa si occupa?

Le mie origini da agricoltore risalgono sin da piccolino. Mio padre, anche lui agricoltore, con il duro lavoro nei campi ci faceva mangiare il cibo genuino ottenuto con sudore ma sempre fiero del futuro che poteva darci. Nel 2004 ho dato una svolta alla mia vita, consapevole delle sane e genuine origini, ho deciso di rilevare la piccola azienda, costruendo stalle per allevare bovini e suini destinati all’ alimentazione. Coltivo la terra e produco cereali come grano, favino, orzo, e foraggio, quest’ultimo destinato all’alimentazione degli stessi animali. Il nostro è un lavoro osteggiato da molte avversità, ma ritengo che sia un lavoro che guarda al futuro assicurando il fabbisogno primario per la nostra vita ossia “il cibo salutare”.

L’imprenditoria agricola è purtroppo esposta ad importanti rischi d’impresa: quanto incidono i cambiamenti climatici, a cui stiamo assistendo in questi ultimi anni, in termini di produzione e raccolto?

Credo che il problema principale sia la siccità che in questi ultimi anni sta pregiudicando le produzioni di cibo. Volendo citare quanto già detto dal nostro Presidente Prandini, sono circa 300mila le imprese agricole che si trovano nelle aree più colpite dall’emergenza siccità, che si estende anche alle aree urbane per effetto della caduta del 30% di precipitazioni in meno nell’ultimo anno, con la percentuale che sale al 40% per il nord Italia. Dalla disponibilità idrica dipende la produzione degli alimenti base della dieta mediterranea, dal grano duro per la pasta alla salsa di pomodoro, dalla frutta alla verdura fino al mais per alimentare gli animali. A rischio sono l’ambiente, l’economia, l’occupazione e la stessa sovranità alimentare in una situazione già difficile per gli effetti della guerra in Ucraina.

I coltivatori del territorio montano sono da anni penalizzati da una vera e propria “invasione” di cinghiali. Come Coldiretti, siete riusciti a stimare i danni produttivi causati dagli ungulati e, soprattutto, sono sufficienti le misure adottate per contenere la riproduzione degli stessi?

Partendo dalla seconda domanda, posso subito dire che le misure messe in campo dalla Regione non garantiscono un corretto controllo della popolazione dei cinghiali ma, oserei dire, della fauna selvatica in generale, tanto da pregiudicare le coltivazioni e quindi i raccolti, con risarcimenti quasi sempre non congrui con il danno subito. Si stima circa 1milione di euro di danni al nostro settore e molte sono state le proposte della nostra organizzazione alla regione Marche, per ora rimaste inascoltate, pur continuando il dialogo anche con il nuovo assessore Antonini, in merito a quelle che secondo noi sono le riforme necessarie per portare un giusto equilibro nelle aree rurali, fra animali selvatici e imprese agricole. Sotto la lente di ingrandimento c’è la riforma della legge sulla caccia ovvero la numero 7 del 1995; garantire la piena applicazione della DGR 1469/18 (modificata con DGR n. 832 del 29 giugno 2020), che consente il controllo da parte di proprietari/conduttori di fondi, degli animali selvatici e fino ad ora tale norma è sempre stata osteggiata; fondamentale è anche l’adozione di uno Statuto Unico Regionale per gli Ambiti Territoriali di Caccia, in modo da uniformare comportamenti e attività di questi ambiti, su tutto il territorio regionale; il corretto risarcimento dei danni arrecati dalla fauna selvatica e dall’esercizio dell’attività venatoria con garanzia politica circa la copertura finanziaria dei danni stessi; garanzie di un “serio” e costante censimento della popolazione faunistica ungulata. In effetti i censimenti sono il primo elemento di conoscenza essenziale per non sbagliare la programmazione della gestione della fauna in soprannumero, è importante quindi garantire la “terzietà” rispetto a potenziali interessi sulla specie da prelevare, in ultimo promuovere progetti di filiera sulla carne da selezione, in modo da mettere in evidenza l’attività di caccia su tutto il territorio.

I Piani di Sviluppo Rurale, soprattutto rivolti ai giovani, stanno avvicinando all’imprenditoria agricola nuove figure professionali volte anche a garantire il naturale ricambio generazionale, anche nelle aziende agricole a conduzione familiare?

In effetti stiamo vivendo un crescente avvicinamento dei giovani al settore agricolo, con una positiva concezione imprenditoriale dell’attività, ma anche una profonda conoscenza delle nostre radici, permettendo a questi ragazzi di radicarsi fortemente sul territorio. Purtroppo la Regione con i bandi del PSR non ha saputo intercettare le esigenze di questi giovani, come anche quelle delle aziende già avviate, dimostrato dal fatto che le Marche è l’ultima Regione in Italia come capacità di spesa di questi fondi. Molto c’è da fare, a partire da una reale semplificazione dei bandi, a garanzia di un maggior facile accesso e che possano fungere da vera leva per lo sviluppo di queste nuove imprese giovani.

Nell’assemblea tenutasi lo scorso febbraio quali problematiche sono state poste all’attenzione di Coldiretti da parte degli imprenditori agricoli del territorio?

L’assemblea ha potuto affrontare molte esigenze delle imprese agricole che sono state portate all’attenzione del neo consiglio di zona. In primis è stato affrontato il tema della nuova PAC e collegata ad essa il sempre crescente problema del cambiamento climatico e la possibilità di gestire l’acqua. Abbiamo anche affrontato le politiche agricole comunitarie per capire cosa sta accadendo e dove sta andando il nostro continente e analizzato come la nuova finanziaria nazionale, in merito al nostro settore, possa aver ricevuto e tramutato in provvedimenti per l’agricoltura. Devo riconoscere a questo governo una corretta attenzione al mondo agricolo, grazie a delle azioni che sono state messe in campo e che attendevamo da tempo, come la semplificazione in materia di lavoro stagionale.

Proprio riguardo la nuova PAC (Politica Agricola Europea), si susseguono notizie poco rassicuranti per il mondo dell’imprenditoria agricola. Cosa può rispondere oggi Coldiretti a chi teme una possibile riduzione del valore delle quote agricole dei propri terreni?

La nuova PAC comporterà una piccola rivoluzione ma dai risvolti importanti. La vecchia politica lascia il posto a delle azioni che il singolo produttore può decidere di attuare o meno, formando il proprio concetto di azienda e quindi di contributo che, in termini di valore economico, a volte supera quello della vecchia PAC. Le nuove norme sono rivolte ad una maggiore sostenibilità ambientale ed a un maggior benessere degli animali. Siamo contenti che si sia intrapresa questa strada, perchè i riflessi si ripercuotono positivamente anche sulla nostra salute e il nostro settore vuole essere protagonista di questo cambiamento green, perché pensiamo che l’agricoltura può fattivamente contribuire alla conversione, secondo quanto avviato dalle politiche della comunità europea. Occorre però fare un appunto in merito, ovvero quello di crearne parimenti i presupposti per questa inversione di marcia, cioè dare gli strumenti alle imprese agricole al fine di garantire alle stesse la giusta remunerazione per lo svolgimento di una attività imprenditoriale e soprattutto la possibilità di continuare a produrre cibo. La guerra ha messo in evidenza quanto sia importante la sovranità alimentare di ogni singolo stato e quindi dobbiamo fare in modo che la produzione di alimenti possa essere il primo scopo dell’attività agricola, come anche la protezione a tutti i costi del nostro patrimonio enogastronomico.

Un antico proverbio contadino recita” La terra è bassa”, a significare la difficoltà nello svolgere il mestiere agricolo che, fra tutti i lavori possibili, richiede un forte impegno fisico a fronte di un incerto rendimento economico. E’ ancora così?

No, direi che non è più così, pur confermando la necessità di un impegno costante, specialmente per chi alleva. La tecnologia ha positivamente invaso il nostro settore, permettendoci di utilizzare strumentazioni e attrezzature in tecnologia 4.0, ovvero quasi autonome. Il settore ha potuto beneficiare di attente politiche di contribuzione al fine di rinnovare il proprio parco macchine, con attrezzature sostenibili, che possono alleviare il lavoro fisico e fortemente informatizzate. E’ ovvio che ci sono settori maggiormente coinvolti da questa rivoluzione, rispetto ad altri dove il lavoro dell’uomo è sempre la parte preponderante.

Si parla molto di agricoltura biologica, che risposta abbiamo nel territorio e quante aziende attualmente hanno adottato la transizione al bio? Ci sono ancora degli agricoltori non favorevoli a questo passaggio?

Il biologico è sicuramente una tipologia di coltivazione che necessita di un approccio completamente diverso dall’agricoltura convenzionale, pur mantenendone i principi base che le accomuna. Nell’area di Fabriano è abbastanza praticata, molto rivolta alla coltivazione di foraggere da destinare all’alimentazione degli animali. Le aziende di Coldiretti della zona di Fabriano che ad oggi coltivano secondo i metodi biologici sono circa una sessantina mentre, a livello regionale, sono circa 3200 senza considerare gli operatori di tutta la filiera, portando la regione Marche ai vertici italiani come una delle regioni più BIO. In questo caso la regione contribuisce con delle buone politiche a supporto delle imprese. Crediamo che tutte le tipologie di coltivazione, se correttamente attuate, grazie anche all’ausilio della tecnologia come detto prima, possano garantire il rispetto dell’ambiente e delle persone che lo vivono.

Gigliola Marinelli

 

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