Raffaele La Capria, ricordo di un grande letterato

Ci ha lasciato all’età di 99 anni uno dei maggiori scrittori, saggisti del ‘900, Raffaele La Capria. Vincitore di un premio Strega nel 1961 con “Ferito a morte” e poi di un Campiello alla carriera nel 2001, oltre di tanti altri premi letterari, era stato sposato con l’attrice Ilaria Occhini, sempre forte il suo legame a Napoli, che lui definiva città bi-fronte come il Dio Giano, disperatissima e felicissima allo stesso tempo.
Fu anche sceneggiatore del film di Francesco Rosi “le mani sulla città ” del 1963. Un personaggio a dir poco interessante, e che in un’intervista, aveva raccontato: “Sono uno scrittore che non ha mai superato la linea del successo vero. Come diceva Ennio Flaiano, mi considero un minore interessante”. Raffaele La Capria oltre all’estro, alla creatività e al talento, aveva quindi una spiccata umiltà unita ad un grande senso dell’umorismo, due qualità che spesso e volentieri vanno a braccetto ma che non è facile trovare nelle persone, soprattutto ai giorni nostri.

La Capria raccontava che in lui l’idea della scrittura era nata un giorno da ragazzino, mentre tornava a casa da scuola attraversando la Villa comunale di Napoli. A un tratto un canarino si staccò ad un albero per posarsi sulla sua spalla. Fu un attimo di profonda emozione, poi l’uccello volò via. A casa, spiegò alla madre che cosa gli fosse successo, ma si accorse subito di aver pronunciato una sola frase. «Dov’era l’emozione che avevo provato e che era la sola cosa importante da dire?». Si rese conto allora che il problema era quello di riuscire a trasmetterla con le parole. «Ci pensai e ancora ci penso, ma una cosa l’ho capita. Ed è questa: per trasmettere un’emozione non bisogna essere emozionati, bisogna invece con la freddezza di uno stratega e un calcolo ben ragionato, scegliere bene le parole, ordinarle in un contesto che produca una chiara immagine del momento in cui il fatto che ha prodotto l’emozione è accaduto, e dirigerle, come un generale dirige le sue truppe, alla conquista del castello dell’emozione». Mi colpì molto anche questa sua riflessione sulla città di Napoli e sulla napoletanità:

” A Napoli? E chi, di che s’è mai scandalizzato a Napoli? Dove lo metti il gusto della spregiudicatezza?
(…)
Il napoletano che vive nella psicologia del miracolo, sempre nell’attesa di un fatto straordinario tale da mutare di punto in bianco la sua situazione.. L’aspetto ambiguo dell’umanità del napoletano con la sua antitesi di miseria e commedia, di vita e teatro.. Le due Napoli, una la montatura e l’altra quella vera. La Napoli bagnata dal mare e quella che il mare non bagna (…)

Ne approfitto anche per ricordare un’esperienza personale legata allo scrittore: lo conobbi anni fa a Fabriano, in occasione del festival Poiesis, cui era stato invitato per un intervento letterario. Era davvero un personaggio, ricordo il suo apprezzamento al centro storico della città e anche una piacevole conversazione con lui, parlammo di Roma, città in cui lui viveva, che lui vedeva persa e purtroppo mal tenuta e ne era rattristato con la speranza che ritornasse alla sua bellezza eterna senza eguali, di Napoli, qui aveva la gioia negli occhi, l’amore per la napoletanità e le meraviglie di una capitale millenaria con le sue diverse facce, ma anche di tematiche attuali, di argomenti vari, era arguto, intelligente, i suoi giudizi erano attente osservazioni, a volte pungenti e ironiche con quel pizzico di umorismo raffinato e di buon senso che lo rendeva piacevole all’ascolto. Ricordo di un grande della letteratura italiana.

Francesco Fantini

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