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MATTARELLA E IL CUBO DI RUBIK DELLE MAGGIORANZE (IM)POSSIBILI

Gialloverdi, gialloazzurri, rossoazzurri, giallorossi, rossoverdiazzurri: Mattarella gira già vorticosamente il cubo di Rubik in vista del 3 aprile. Giorno in cui, passati i gavazzamenti e le strafogate pasquali, prenderà il via la girandola delle consultazioni sul più alto dei sette colli romani. Intanto impazza la pretattica e da Transatlantico fino ai profili Twitter dei capibastone partitici si registrano schermaglie a go go. Sembra già passata un’era geologica dai melensi “volemose bene” tra M5S e centrodestra, che solo pochi giorni fa hanno portato il “pragmatico” Fico (diventato nel frattempo testimonial di Atac dopo il caso “autobus”) sullo scranno più alto di Montecitorio e l’avvocatessa Alberti Casellati (Serbelloni Mazzanti Viendalmare, per i più spiritosi) su quello di palazzo Madama. Una luna di miele mordi e fuggi, durata il tempo di un week-end: fioretti e buoni propositi hanno lasciato presto il campo al tourbillon di telefonate, riunioni carbonare, bluff e labirintiche compute aritmetiche per trovare maggioranze (o pseudo-tali) volte a spedire qualche malcapitato a Palazzo Chigi prima che maggio venga. Tra chi la vuole cotta e chi cruda, chi calda e chi tiepida, si gioca un po’ tutti al cubo di Rubik con “spiegoni” capziosi e convincimenti faziosi. Al momento, neanche un alpino alla trentasettesima grappa barrique riuscirebbe a scommettere sul fatto che questa diciottesima legislatura, germogliata già nel pantano, possa durare più di un anno o un anno e mezzo massimo. Per esperienza però, rimembro che nel marzo del 2013 avevamo le stesse cose anche durante il lungo travaglio che portò, con Napolitano nel ruolo di ostetrica principale, alla nascita del governo Letta: com’è finita la storiella sappiamo. Vediamo un po’ dunque, a quasi un mese dallo spoglio del 4 marzo, le combinazioni che il “twisty puzzle”.

GOVERNO M5S-LEGA. E’ l’opzione su cui tanti, forse troppi, in questi giorni si sono letteralmente fatti le “pippe” (specie nel Pd, dove si registrano bruschi cali di diottrie). Il flirt tra Di Maio e Salvini, effigiato con un murales a metà strada tra Camera e Senato, ha fatto gridare allo scacco matto generalizzato. L’essenziale sarà pure invisibile agli occhi, ma qui è grande come una casa: allo stato attuale i due “runners” della Terza Repubblica (espressione che fa venire il latte alle rotule, lo so, ma ormai tanto cara ai giornaloni) sanno che c’è un cratere a dividerli. E le “scornate” via Twitter, con tanto di auguri nel cercare luce là dove il sole non batte più (cioè in casa Pd), ne sono la dimostrazione lampante. Le chiacchiere stanno a zero, e i distinguo sono tanti: un asse organico M5S-Lega sarebbe commestibile sì per l’elettorato del Carroccio, che in fondo sa di dover “abbozzare” e coabitare per poter annusare il potere. Assai meno, però, per quello grillino: Di Maio e banda in questa tornata hanno intercettato una gragnola di voti in uscita dal Pd e, in generale, dalla sinistra ridotta in sfacelo. Quegli elettori hanno di Salvini un’opinione nota, che rimanda al turpiloquio da balera più becero. Inoltre, a sud del Tevere un cittadino su due ha votato M5S: anche se Salvini ha “sbianchettato” il morfema “Nord” dal simbolo della Lega, si sa che non è proprio l’idolo scalda-ventricoli nell’ex regno delle due Sicilie ora tinto di giallo. Infine, c’è una questione prettamente numerica: alla Camera M5S più Lega contano 345 deputati, vale a dire maggioranza solidina. Al Senato, invece, i senatori pentastellati sono 109 e quelli del Carroccio 58 e la linea rossa nella “camera alta” è a 161. Basta un lieve smottamento (simile a quello del drappello grillino di espulsi e fuoriusciti nella scorsa legislatura) e ciaone. Per stare tranquilli, servirebbe almeno il mutuo soccorso della Meloni e dei suoi Fratelli d’Italia, gente però che quando parla del M5S quasi mai molla la sciabola a favore del fioretto. Insomma: l’è irta la salita, per dirla alla Bartali.

GOVERNO CENTRODESTRA-M5S. E’ l’ipotesi Grillusconi, ed è probabile quanto vedere il Crotone soverchiare il Real Madrid al Bernabeu con una “manita” in Champions League. Il caso Casellati (perdonate lo scioglilingua) ha fatto credere a tanti che gli asini potessero volare. Ma in cielo non vedremo né somari né ronzini: gli strali di disgusto verso Berlusconi sono il calcestruzzo con cui una decina d’anni fa Grillo gettò le basi per la sua creatura. Se il M5S dovesse allearsi con gli azzurri, in 48 ore precipiterebbe a percentuali vicine a quelle del partito “petaloso” della Lorenzin, cioè zero virgola nulla. E oltretutto, immaginatevi Brunetta che battibecca con Bonafede a un consiglio dei Ministri o la Prestigiacomo a braccetto con la Taverna a giurare al Quirinale: scene davvero commedia corale di Neri Parenti. Senza dimenticare che l’opzione richiederebbe un premier terzo, con ballottaggio ridotto a Silvan e David Copperfield probabilmente. Siamo nell’iperuranio della boiata, per capirci.

GOVERNO M5S-LEGA CON PREMIER TERZO A SCADENZA. Senza raccontarci troppe frottole: è tra le poche opzioni su cui si potrebbe puntare mezza fiche. Un esecutivo con una figura a metà strada tra Di Maio e Salvini come frontman, loro due vice-premier con due ministeri “strong” e uno stuolo di altri tecnici che faccia carne di porco del Rosatellum rivedendolo in nome della governabilità e porti a casa quelle due tre cose che consentano di tenere alta l’asticella del consenso ad entrambi (sforbiciatona ai vitalizi per i 5 Stelle, azioni poliziottesche verso i migranti per i leghisti), e tutti di nuovo beatamente con la matita in mano ad ottobre o al più tardi a febbraio 2019. Con un obbiettivo più o meno simile: per Salvini pigliarsi definitivamente la nave del centrodestra con relativa plancia di comando, per Di Maio finire l’opera di demolizione del rudere del Pd.

GOVERNO M5S-PD. Sa di ossimoro solo a scriverlo. Se anche su alcuni aspetti potrebbero trovare pure unità di intenti, le due fazioni vengono però da 5 anni passati a prendersi a sganassoni e sprangate “verbali” su ogni minima puttanata. Mercoledì sono riusciti a imbastire un pomeriggio di gazzarra nelle rispettive trincee anche sulle elezioni di vicepresidenti, questori e segretari d’aula del Senato: baruffe che neanche per l’elezione dei rappresentanti d’istituto di un liceo nel Monferrato. Gli uni sono repellenti per gli altri e viceversa: tra i Dem solo l’ala vicina Emiliano è convinta che si possa appoggiare un governo Di Maio. Il guaio però è che i parlamentari vicini al governatore pugliese sono così pochi che fanno fatica a trovare il quarto per il tresette alle riunioni di corrente. Per carità, Renzi dopo la legnata del 4 marzo si è portato via non solo il pallone ma anche le porte e la polvere per fare le righe del campo. Però pure nella minoranza  vicina a Orlando (alla Cirinnà viene una parestesia solo a sentir nominare Taverna o Lezzi) nessuno vuole andare a remare sul gondolone grillino. In tanti ci sperano perché se si rivota tra pochi mesi il Pd rischia di estinguersi come il leopardo dell’Amur in Manciuria, ma serve oltretutto l’apporto di tutto il Pd e per puntellare bene la faccenda pure  i voti di LeU, quindi non accadrà. E se dovesse accadere, rischiamo di mangiare pop corn sei volte al dì.

GOVERNO CENTRODESTRA-CENTROSINISTRA. Anche qui, le probabilità sono ridotte persino al di sotto del lumicino: si andrebbe a formare un puffo informe che regalerebbe alla prossima tornata elettorale percentuali da Oblast bulgaro al M5S. Questa è l’opzione preferita dalle parti di palazzo Grazioli: per tenere incollate le due parti della mela, tutti sanno che non può essere Salvini premier il “Vinavil”. Ci vorrebbe una figura più terza e melliflua, una di quelle tagliate dal sarto per far salire ulteriormente l’incazzatura diffusa nel paese: non gioverebbe a nessuno politicamente. E poi sai che palle.

GOVERNO PD CON L’ASTENSIONE DI TUTTI GLI ALTRI. E’ palesemente una cazzata, ma farebbe ridere. E poi nel flusso ininterrotto di cazzate che si sentono nei palazzi e nelle zone limitrofe, sai mai: il prode Paoletto Gentiloni per un attimo forse ci ha pure pensato.

Valerio Mingarelli