PER IL CICLO “ALTA ASTENSIONE”: DAL CAVALLO DI TROIA A QUELLO DI INGROIA

Rieccoci qui a scomodare il buon Ennio Flaiano. E’ grave, la situazione politica in Italia. Di certo però non è seria: più procede accelerato il “countdown” verso le elezioni, più il viottolo che conduce ad esse somiglia a una sorta di sentiero boschivo reduce da piovaschi reiterati, ai cui lati sbucano specie fungine di ogni colore, gusto e ramo filogenetico. Una selva di miceti ingrovigliata, variopinta, parzialmente velenosa e totalmente avvelenata. Sarà forse per questo che le fumanti calcolatrici dei sondaggisti, per le politiche 2018, danno come partito di maggioranza relativa quello degli “astenuti per gonadi frantumate”: a Ostia, che di certo non sarà il rione italiano dove “Il Principe” di Machiavelli è tra i bestseller più letti, domenica scorsa hanno votato in 49 mila su quasi 186 mila possessori di scheda elettorale. E al di là della corale della “disaffezione” e del salmo responsoriale in base al quale “è una sconfitta per tutti”, la verità è che sono tanti i cittadini con tutti i sentimenti al loro posto che continuano a decidere coscientemente di tenersi almeno a un km di distanza dal seggio. Nemmeno pendesse su di loro un daspo, optano per questa soluzione estrema proprio per il disgusto nel vedere l’agone politico ridotto a perenne babele inconcludente. Dedita esclusivamente a ciarle sguaiate, macchinazioni callide, trame losche e congiurette di palazzo. Mai o quasi, invece, alle cose concrete. Di fronte ad essa, perciò, l’astensionismo consapevole si fa pura scelta di voto, punitiva e luciferina quanto si voglia, ma difficilmente biasimabile.

Torniamo a Flaiano. Che l’agone nostrano non sia serio, ma al contrario punti a diventare una specie di carnevalata permanente, ci sono tanti indizi a dimostrarlo. Uno piuttosto lampante ci si è dischiuso davanti agli occhi pochi giorni fa nella sala stampa di Montecitorio, quando un ex Pubblico Ministero, Antonio Ingroia, e un giornalista-scrittore-narratore-malato cronico di logorrea, Giulietto Chiesa, hanno fatto capolino per presentare la loro nuova esilarante (nonché delirante) creatura politica. Fermo restando che libertà di associazione ed espressione restano (si spera) capisaldi incrollabili nel nostro paese, per una surreale e kafkiana mezzora siamo stati catapultati in una puntata di Zelig del 2002. E per un attimo ci è parso di rivedere Palmiro Cangini, l’assessore alle “varie ed eventuali” del comune di Roncofritto interpretato dal romagnolo Paolo Cevoli.

Prima di immergerci come apneisti in cotanto avanspettacolo, è necessario un rewind. Ingroia, nei terribili anni ’80 siciliani insanguinati da quel Totò Riina passato a miglior vita giusto pochi giorni fa, era l’enfant prodige della magistratura anti-mafia. Un giovinastro sveglio. Bravo a districarsi fra casi nauseabondi di lupare bianche, traffici di droga, estorsioni e cadaveri eccellenti, tanto da diventare il pupillo di Paolo Borsellino e da raccoglierne in parte il testimone dopo il massacro di via D’Amelio. Per vent’anni ha imperversato nella procura di Palermo come pm. Poi, nel 2013 (non sappiamo se dopo aver picchiato la testa su qualche spigolo vivo o meno: il sospetto c’è), la scelta di ergersi a subcomandante Marcos e tentare un’impresa praticamente titanica (attraversare l’Atlantico a nuoto è una quisquilia, a confronto): unire sotto lo stesso tetto la crème del giustizialismo dipietrista, gli arancioni di Giggino De Magistris, i comunisti senza olio di palma di Diliberto e quelli con olio al peperoncino di Ferrero (Rifondazione, per capirci), la Rete di Leoluca Orlando e persino il Partito d’Azione (tranquilli: Giuseppe Mazzini è morto nel 1872, alle medie non v’hanno mentito). Mancavano soltanto i due liocorni, in pratica. Ebbene: quest’arca di Noè anarco-insurrezionalista, dal nome “Rivoluzione Civile”, racimolò il 2,2% alla Camera e l’1,7% al Senato. Cifre da partito di casalinghe disperate: a Ingroia fu rimessa subito la toga, e con una pedata lì dove il sole batte poco fu spedito ad Aosta a timbrare multe contestate.

Dopo cotanta legnata, immaginavamo di rivederlo solo nei documentari celebrativi del duo Falcone-Borsellino. E invece no: per un Dibba che saluta la curva e esce dal palazzo per fare (legittimamente) i pipi suoi, riecco un Ingroia risbucare come una Amanita Phalloides, più velenoso che mai, al fianco del turbo-complottista dal baffo staliniano “Giuliettone”. Per dare polso di quanto le colonne d’Ercole del ridicolo siano poste sempre più lontano dall’occhio umano, bisogna partire dal nome di questo nuovo soggetto politico: “La mossa del cavallo”.

Ora: nei primi ’60, con Leone presidente della Camera, per una facezia simile si poteva anche finire al “neurodeliri” con una camicia di forza addosso. Invece oggi le vie della comicità sono infinite. Ingroia e Chiesa sono entrambi appassionati di scacchi, e il cavallo, com’è noto, è l’unica pedina che può muoversi a piacimento sulla scacchiera. Quell’equino, loro vogliono utilizzarlo come “cavallo di Troia” per incunearsi nello stantio ordine politico e scardinarlo. Attenzione però: sta “mossa” (come specificato dall’ex togato) non è un partito. Né un movimento come il M5s. E neanche un cartello elettorale. “Sarà un team di scopone scientifico”, ci siamo chiesti un po’ tutti. No: “Una lista del popolo” – ha annunciato Chiesa a petto gonfio. “Per tutto quel popolo che non sa più chi votare”. E ancora: non è ovviamente una forza di destra, né un tentativo di ricostruire la sinistra, né una compagine da mettere al centro. Quasi come a dire (citando un vecchio spot): la nostra non è proprio fame, è più voglia di qualcosa di buono. Magari si collocherà a sud-ovest, come il libeccio, ma per ora nulla. E, dulcis in fundo (qui sono volati in alto i calici di Don Perignon dall’emozione), potrebbe presentarsi alle elezioni come no. Già, perché questa lista sta talmente avanti che non si può neppure votarla.

Del resto, a parte una spruzzatina di dietrologia manettara e qualche venatura cospirazionista, la nuova accolita ha un programma sobrissimo e per nulla ambizioso. Un piano per la piena occupazione (illuminante: abolire la disoccupazione per legge. Perché nessuno ci ha pensato prima?); l’introduzione di una moneta fiscale a totale controllo statale (in pole position ci sono le banconote di “Hotel”, in alternativa i “soldini” del Mulino Bianco); lanciare una class action di massa contro le oligarchie finanziarie (e quando meno se lo aspettano, anche un assalto alla baionetta o col super-liquidator); creare una costituente continentale che crei una nuova Europa (più fedele al tabellone del Risiko Più); liberare i cittadini da ogni spesa sanitaria (e magari debellare le sinusiti, alluci valghi, unghie incarnite e persino caccole dal naso). Una figata irripetibile. Un brivido che attraversa la spina dorsale da cima a fondo. Un odore fragrante di successo sicuro.

Ora: di fronte a una roba del genere, capite perché la gente pur di non andare al seggio preferirebbe guardare in loop tutte le partite dell’Italia di Ventura in ginocchio sui ceci?

Valerio Mingarelli

 

 

 

 

 

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