LA REPUBBLICA FONDATA SUL GRUPPO MISTO: ROSATELLUM PER TE, HO APPROVATO STASERA…

“Plotone, attenti!”
Caricare!”
“Puntare!”
“Fuoco!”

Si fa sempre più nutrito il drappello di costituzionalisti italiani con la carabina puntata sul Rosatellum “Bis”, la stra-discussa legge elettorale col nome che rimanda a un vinello delle Venezia-Giulia (Ettore Rosato, che almeno sulla carta ne è l’ispiratore, è triestino) licenziata la scorsa settimana dalla Camera tra sorrisi allo xIlitolo nella maggioranza (rimpinzata dal disco verde di Carroccio e ciurma berlusconiana) e coliche renali plurime nell’opposizione, ridotta in questa circostanza agli isolotti della sinistra, a Fratelli d’Italia e ai 5 Stelle. Se era prevedibile trovare come capo-fuciliere l’immarcescibile Zagrebelsky, svariati altri cattedratici della Costituzione come Villone, Azzariti e Carlassarre, oltre all’ex presidente della Consulta Valerio Onida, alimentano il fuoco di fila contro il sistemone col quale, salvo inciampi, dovremmo presentarci alle urne nel 2018. Tra gli italiani non va meglio, visto che l’iper-algebrico sondaggione di Piepoli dice che il 66% dell’elettorato passerebbe il plico del Rosatellum 2.0 nel tritacarte seduta stante.Del resto lo abbiamo ripetuto in loop: disquisire di legge elettorale per i cittadini è interessante quanto osservare la vernice che si asciuga su una parete. Ma tant’è: secondo analisti e mangia-pandette, questo accrocco è una perfetta sintesi del peggio dei meccanismi del passato, del presente e forse persino del futuro, visto che in molti pronosticano malignamente che già all’alba del giorno dopo le elezioni ricomincerà la cantilena del “c’è da rifare la legge elettorale”.

Vediamo. Il Rosatellum “Bis” non garantisce la pura rappresentanza dei sistemi proporzionali, considerato che ci sono partiti che piglieranno più seggi dei loro reali voti, ma non dà alcuna garanzia di governabilità come da prerogativa dei sistemi maggioritari, visto che non c’è (la Meloni, ad esempio, si è sfiatata nel chiederlo) alcun premio di maggioranza. Non prevede preferenze: sarebbe il male minore, visto che da sempre porcherie clientelari e voti di scambio hanno il brodo di coltura ideale proprio nella possibilità di scrivere un nome sulla scheda. Però, da lì al congegno scostumato che ci darà il 75% dei parlamentari già certi dello scranno color mogano la sera prima del voto, ce ne corre. I bookmakers inglesi, che piazzano quote su tutto (persino sul meteo), con le elezioni politiche del Belpaese hanno perso la speranza: il grosso si saprà già. Ancora: il Rosatellum 2.0 favorisce le coalizioni. Vero, e anche qui non sarebbe un’ideaccia (a meno che non siate cugini alla lontana di Di Maio). Non fosse però che le prevede variabili e… “di comodo”. Esempio: ti puoi alleare in Lombardia con Pisapia e in Sicilia con Alfano (ogni riferimento a persona e partito è puramente casuale), oppure convolare a nozze con qualche ras locale in grado di portare in un collegio decine di migliaia di voti (Mastella, ancora lui, ha confessato di avere l’acquolina in bocca al pensiero di votare con sto meccanismo qua). Naturalmente matrimoni di interesse, per poi divorziare due mesi dopo il voto e ingrassare il reggimento del Gruppo Misto.

A seguire. “Si rischia il proliferare di liste civetta” – è la tiritera di detrattori e malpancisti. Non è un rischio: è già realtà. Tra cagnolini accarezzati, agnellini allattati e “pennuti” strappati all’efferato viaggio in mattatoio, il Partito Animalista della Brambilla è l’escrescenza perfetta di Forza Italia per toccare le corde sensibili dei tantissimi che (legittimamente) adorano la specie animale. E guadagnare così mezzo milione di voti (sono stime loro) senza colpo ferire. Perciò potremmo veder germogliare l’Udp (Unione difesa pizzoccheri) in Valtellina, la lista “Peperoncino, ‘nduja e libertà” nella locride, il cartello elettorale “Alternativa ovina” nella Marsica e magari il movimento “Amici del maloreddus” nel Sopramonte sardo: non proprio il massimo della vita. Infine: addio voto disgiunto. Male: in un sistema misto, buon senso vuole che se nell’uninominale mi piace un candidato io possa votarlo senza che il mio voto premi la lista (o la coalizione) a lui legata, che magari aborro. Così non sarà: plurinominale e uninominale andranno a braccetto. Con l’alibi del “non complichiamo le cose che i vecchietti non ci capiscono una mazza”, via con la furbata. Seconda solo a quella delle pluricandidature, anch’esse vituperate a destra e a mancina.

Spiegato il marchingegno un po’ come lo illustrerei alla mia amata nonnina 87enne, risparmiamoci il pippone sulla costituzionalità: a quella penserà, appunto, la Corte Costituzionale. L’interrogativo quindi è uno solo: a chi conviene ingollarsi il Rosatellum? Chi danneggia? Lo scenario ancora è sfumato, e in molti stanno tentando di prendere le misure. Partiamo da due personaggi: Denis Verdini e Gianni Letta, rispettivamente braccio e mente di vent’anni di berlusconismo arrembante. Entrambi hanno fiuto politico fuori dal comune e sono fuoriclasse assoluti delle dinamiche di palazzo: infatti il Rosatellum lo hanno capito meglio e prima di tutti. Il dominus di Ala, che non è un partito ma più un puntello parlamentare (o accolita di mutuo soccorso), sa che con un sistema di coalizioni formato “muccio selvaggio” può farsi altre sei-sette legislature: il Rosatellum, del resto, nasce sulle ceneri del Verdinellum. L’ex direttore de “Il Tempo”, invece, per la prima volta dopo vent’anni non è riuscito a convincere il Berlusca. E a fargli capire che Forza Italia si sta dando la marra sui piedi. I motivi? Semplici. Non è vero nemmeno un po’ che “il centrodestra unito con questa legge vince”, come ripete imperterrita la corale gracchiante dei Brunetta, Gasparri, Romani, Santanché e via dicendo. Una simulazione fatta dall’Istituto Cattaneo dice che il centrodestra unito col Rosatellum ha il 4% di chance di maggioranza: per ora solo la Meloni lo ha capito. Al contrario, nonostante i pizzicotti di Letta, Silvio si accinge a fare un assist col contagiri a Salvini. La Lega è il partito che più si avvantaggia dai collegi, che in regioni come quelle del Nord sono tanti, quindi è la forza che più di ogni altra avrà più seggi di quanto in realtà i voti dicano. FI, al contrario, i collegi se li dovrà sudare al Centro contro il Pd e nelle tonnare del Sud contro tutti. Se la Lega dovesse prendere anche dieci voti in più di FI, ce lo vedete l’ex Cavaliere appoggiare un governo Salvini? Neanche con una Calibro 38 puntata alla tempia.
Così si torna al vecchio schema tipico del Belpaese: l’ammucchiata al centro. Meglio nota come “larghe intese”. Cioè Pd, Ap, pulviscolo centrista e, appunto, FI. Il patto del Nazareno “reloaded”, in soldoni, è secondo ogni esperto di meccanismi di voto l’unico sbocco possibile, perché è l’unico che può avere il 51% dei parlamentari dalla sua. I maggiori contraenti non ne parlano, altrimenti nei rispettivi elettorati si moltiplicherebbero le ulcere, ma è così. Il PD si giova del Rosatellum: con qualsiasi altro sistema alla Camera avrebbe ridotto di quasi due terzi il battaglione dei deputati. Con questo limiterà l’emorragia. Ap brinda e se la gode: Alfano, Lorenzin e Lupi da dieci giorni fanno trenini e macarene di gaudio estremo. Col tedesco a primavera erano pronti all’estrema unzione, invece con la soglia al 3%, le coalizioni a uso e consumo, oltre alla possibilità di candidarsi nei collegi all’estero, per loro è tutto un lunedì dell’Angelo (o dell’Angelino).

Veniamo ai probabili vinti. E’ chiaro che il M5s ci perde più di tutti, perché se anche dovesse fare il botto nella quota proporzionale, nei collegi uninominali potrebbe non toccare palla. Però sfatiamo un mito: anche col modello tedesco, che la truppa grillina appoggiò con squilli di fanfare a maggio, le probabilità di vedere Di Maio entrare col trolley a Palazzo Chigi erano nulle. L’unico “viale della vittoria” per loro era ed è un sistema a doppio turno, come l’Italicum architettato da Renzi tre anni fa, osteggiato però in ogni sede possibile da Dibba e soci (senza un perché preciso). Non allearsi è scelta legittima, ma non c’è proporzionale o maggioritario (il quale funziona in un sistema bipolare: il nostro dal 2013 non lo è più) che tenga: sei destinato a soccombere. Poi c’è la sinistra, dispersa in mille rivoli. I partitini gridano allo scandalo perché le urne premierebbero le tante compagini “rosse” solo in caso di alleanza col Pd. Se riusciranno in qualche modo a unirsi, secondo gli statistici del Cattaneo possono puntare al massimo a 50-55 deputati e a 25 senatori. Se si presentano sparpagliati, invece, si estingueranno come lemuri del Madagascar.

Tra le pieghe del testo di legge un vincitore solo c’è, unico e indiscutibile: il Gruppo Misto. Quel calderone da emiciclo con dentro bianchi, rossicci, nericci, giallognoli, violetti e marroncini, ma anche mammiferi da scranno, volponi da catafalco e faine da buvette. Il Rosatellum ha una sola certezza: tanti matrimoni, cartelli, “pacs da urna”, fidanzamenti partitici e “crasi” di loghi che vedremo nei prossimi mesi dureranno il tempo di una campagna elettorale. Ad agosto 2018 tana libera tutti. Per dare nuova linfa alla repubblica parlamentare fondata sul… Gruppo Misto.

Valerio Mingarelli

 

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