BANCHE, ANVEDI COME BALLA… PIERFERDINANDO: IL SICARIO SILENTE PER FREDDARE LA COMMISSIONE (GIA’ MORTA)

Se in base a un’invettiva molto rimasticata dalle telescriventi dell’epoca a firma del mai banale Gianni Baget Bozzo “Andreotti in vita sua fece tutto e il contrario di tutto, Forlani niente e il contrario di niente”, per l’ultimo rampollo germogliato nelle viscere della balena bianca, Pierferdinando Casini, si può asserire che nella sua ormai pluridecennale sgroppata politica (oddio, scampagnata è meglio) “è stato con tutti e con il contrario di tutti”. Alla nona legislatura consecutiva (se passerà il Rosatellum 2.0 il tassametro continuerà a correre) il felsineo “Pierferdi” è stato per la politica nostrana come le salviette umidificate al limone nei ristoranti di pesce: sempre a fianco al piatto. Da quando, bellimbusto 28enne, fu eletto per la prima volta deputato con lo scudocrociato (proprio in quota Forlani) nel lontano 1983. Col disfacimento della Prima Repubblica, e in particolar modo del grande cetaceo democristiano, Casini ha sempre saputo tramutarsi in “plancton” centrista: CCD, CDU, UDC, Centristi per l’Italia e quindi Centristi per l’Europa, in un ancheggiante “Meneito” (oggi Despacito) tra destra e sinistra, sempre pronto a immolarsi come cavicchio puntellante per governi barcollanti e maggioranze striminzite. Tanta indispensabilità lo ha portato a ruoli di blasone, su tutti quello di presidente della Camera nell’apogeo berlusconiano di inizio millennio, e addirittura ad essere tra i “nomi in circolazione” per la corsa al Quirinale (i retroscenisti a volte sono sprezzanti del ridicolo) che poco meno di tre anni fa incoronò Mattarella.

Detto ciò, a parte qualche amicizia poco raccomandabile (fece eleggere Totò Cuffaro in Senato mettendo su di lui “non una ma due mani sul fuoco”), “Pier di su” o “Pier di giù” ha per anni continuato a tessere la tela in Transatlantico. Sempre decisivo nell’imporre ministri, caldeggiò e non poco a Monti l’avvocata di suo suocero (ora ex) Francesco Paolo Caltagirone, quella Paola Severino che poi scrisse la legge che al momento tiene Silvione fuori dal Parlamento. Ingiunse D’Alia a Letta e successivamente raccomandò Galletti, tra i pochissimi fidi scudieri rimastigli a fianco, a Renzi. In particolar modo, Casini è maestro nel rallentare iter di palazzo e nel frenare scatti in avanti di leggi, decreti, pandette e precetti. Da sempre contrario a Pacs, Dico e matrimoni gay ma senza mai esporsi troppo, non tifosissimo di testamenti biologici e leggi sul fine vita evitando però accuratamente di stracciarsi le vesti, grande istigatore di zizzanie quando c’è da fare una riforma elettorale, l’Erik Forrester nato ai piedi delle due torri sa come ci si muove sui tappeti rosso carminio. Con la nonchalance del “comunque vada sarà un successo”: tanto una scialuppa che lo tenga sul bastimento la trova sempre.

Ed è proprio per questo suo talento nel “rompere le trame” dei lavori parlamentari (e nel rompere pure qualcos’altro) che è stato messo a capo della commissione d’inchiesta sul sistema bancario, diligenza tanto voluta da tutti quanto temuta, alla luce dei crac degli istituti di credito che da un quinquennio si succedono con la frequenza dei gol di Cristiano Ronaldo. Un “killer” silenzioso, quasi infallibile, per pilotare su un binario morto un carrozzone che altrimenti rischia di diventare una pericolosa “treggia” in vista della campagna elettorale. Qui però è necessario un rewind. Di questa benedetta commissione d’inchiesta si parla ormai dal 2013, da quando il M5S attaccò la filippica ben spalleggiato (soprattutto al Senato) dal Pd, da Forza Italia, da SEL (ora SI) e da vario pulviscolo del gruppo misto. Fra i pochi a fare orecchie da mercante a Palazzo Madama, appunto, Pierferdi. Poi arrivò il tifone più grande col tracollo di Banca Marche, Banca Etruria, CariFerrara, CariChieti e a seguire la ciambella di salvataggio renziana col decretone domenicale, i risparmiatori che si ritrovarono con obbligazioni e azioni del valore di tanti fazzoletti da naso, la ministra giovenca con lo sterco fino al collo coinvolta con tutto il parentado e, infine, la consapevolezza che tanti “white collar” del credito per anni l’hanno probabilmente fatta fuori dal vaso nel turlupinare la povera gente.

Da lì un crescendo rossiniano, con la tromba d’aria abbattutasi su Montepaschi e il collasso, frutto di gestioni scellerate e tutt’altro che parsimoniose, di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza, sbolognate poi in omaggio con tanto di coccarda a Banca Intesa. Tra decreti scritti e approvati alla velocità della luce e miliardi di euro (pubblici) elargiti col caterpillar, le banche sono man mano diventate terreno di battaglia politica e nervo scoperto della popolazione che adesso, vedendo i loro risparmi (o quelli di nonne, zie, amici o dirimpettai) bruciare come frasche, per sfiducia allo sportello di una banca non romperebbero più nemmeno un salvadanaio. Nelle sale stampa di Senato e Camera così pian piano è diventato tutto un crepitio: “Senza commissione d’inchiesta qui non si campa più!” – hanno tuonato un po’ tutti, anche se nella maggioranza (e nel Pd in particolar modo) si è sudato freddo che non c’è male. Pierferdi però sempre fermissimo, tanto da bollare l’idea della commissione come un “mix di demagogia e pressappochismo”.

Cincischia qui e rimanda là, la cosa però va a dama, anche se si arriva ad avere i fantastici 40 solo in pieno vendemmia-time. E udite udite, tra essi c’è lui: Pierferdi. Ma come (pensano in parecchi)… E la demagogia? E il pressappochismo? Acqua passata. Anzi: l’ex pupillo forlaniano, archiviata in casa Dem l’ipotesi Bruno Tabacci (troppo vicino all’ondivago Pisapia), viene strattonato sulla poltrona di presidente. Appena eletto, col solito tono baritonale, ecco un solfeggio di modestia: “E’ una carica che non ho cercato, per lavorare bene serve un patto tra galantuomini, faremo un calendario serio, sgobberemo sodo anche il lunedì pomeriggio o il venerdì mattina (eggià, quando gli italiani saranno invece a spassarsela zebedei all’aria), saremo rigorosi, non faremo di questa commissione un palcoscenico da campagna elettorale, opereremo con serenità e senza forzature”. Già. Manca solo un “non sporcheremo, non faremo troppo chiasso, non ci metteremo le dita nel naso e la sera tutti a letto presto dopo esserci lavati i piedini” e siamo a cavallo.

Dunque: alla fine della legislatura mancano sei, massimo sette mesi. Ciò vuol dire che questa commissione d’inchiesta potrà lavorare al massimo fino ai primi di febbraio: con intere settimane d’autunno che se ne andranno per le sessioni di bilancio e nel mezzo pure l’estenuante tiritera sulla legge elettorale, praticamente parte già boccheggiante e mezza morta. Una grossa messinscena dunque, che difficilmente potrà mettere a segno risultati degni di nota. Per tale motivo, tanto valeva non dare troppo nell’occhio. Invece no: nella maggioranza si è mandato avanti l’unico che non ha mai fatto mistero di ritenere la commissione una mezza puttanata, quello che tra i mille parlamentari ha il ventaglio più ampio di amici (da Geronzi in giù) nel mondo della finanza, oltretutto socio di una fondazione prestigiosa come la Carisbo e con un ex suocero che in Montepaschi ci è dentro con le scarpe e tutto. Il sicario migliore per portare all’eutanasia ogni inchiesta e lo spazzino più volitivo per buttare tutta la polvere sotto il tappeto qualora si dovesse scovare qualcosa. Pierferdi: l’uomo dei bastoni tra le ruote. Poi qualcuno, alle solite, cadrà dal pero e dirà: ma perché gli italiani sono così incazzati? Eggià. Anvedi come balla… Pierferdinando.

Valerio Mingarelli

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