SILVIO SE NE E’ ANDATO E NON RITORNA PIU’: IL LUNGO ADDIO A PALAZZO GRAZIOLI

Nel giorno dell’investitura ufficiale di Stefano Parisi come nuova “archistar” chiamata a rimettere insieme i frantumi  del castello del centrodestra (notizia che ha scatenato un boom di coliti nervose in Forza Italia) sul castello vero, quello in muratura, scorrono i titoli di coda. Fa un certo effetto (specie per chi scrive che ci passa davanti ogni giorno) vedere i primi furgoncini in azione a Palazzo Grazioli, dimora cinquecentesca che per quasi due decenni ha rappresentato la cattedrale del berlusconismo.  Mentre ad Arcore si prepara il calcestruzzo per la ricostruzione “azzurra”, a Roma, in un’atmosfera dolente da fine impero, a capo chino garzoni, ciambellani e lacchè del grande capo iniziano a sbaraccare i vani classicheggianti che hanno segnato la seconda repubblica. Troppi i 40 testoni  (40 mila euro, ndr) d’affitto che ogni mese l’ormai ex Cavaliere scuce agli eredi del conte Grazioli. Soprattutto, troppo claudicanti le sue condizioni di salute dopo la recente operazione per poter continuare a fare pentole e coperchi nella sua ciurma politica lì, a cento passi da quell’altro palazzo (Chigi) che per quattro volte lo ha visto nocchiero del Belpaese. A settembre sarà sgombero definitivo, con buona pace della manciata di dipendenti già scaraventati in cassa integrazione (sic!).

Checché se ne dica di Berlusconi, si chiude un’era. Palazzo Grazioli, nell’universo berlusconiano, è stato il luogo simbolo di quel potentato che ha traghettato (non proprio col vento in poppa) l’Italia nel terzo millennio. E’ stata insieme la “basilica” delle decisioni importanti e l’harem delle notti brave del sultano.  L’arena del giubilo elettorale e del “Meno male che Silvio c’è” (oltre al ricettacolo di tutti i fidi scudieri e dei cortigiani lecca-lato B), ma anche il teatro dei tradimenti tolstojani e delle vendette shakespeariane consumatesi all’interno della guardia pretoriana del leader maximo. Dal mai troppo amato Casini all’esuberante giovincello Fitto, passando per il delfino Alfano e per il grande manovratore Verdini, tutti gli “strappi” e gli allontanamenti dalla casa madre del centrodestra si sono consumati sotto gli occhi della gatta in marmo (dedicata alla dea Iside) situata su uno dei cornicioni del palazzo. Parliamo del tempio che, più di ogni altro, ha incarnato il “culto della persona” instaurato dal prodotto dei salotti buoni della finanza milanese sceso nell’Urbe per farsi re. Impossibile dimenticare, per chi come il sottoscritto era lì appostato nella vana attesa di una telegrafica dichiarazione a favore di telecamera, la schiera di signore di mezza età (griffate PDL dalla testa ai piedi) in lacrime per la definitiva condanna del “dominus” in Cassazione nel processo Mediaset (agosto di tre anni fa). Altresì l’eremo “grazoliano” è stato anche il luogo dove si è maggiormente concentrato l’odio popolare nei (molteplici) giorni di maretta antiberlusconiana: sit-in, cortei e manifestazioni si sono susseguiti negli anni senza soluzione di continuità, con la chicca del carretto di letame rovesciato dagli antagonisti nel 2003 eludendo la sorveglianza proprio dinanzi all’ingresso di via del Plebiscito n°102 (era uno dei “millemila” periodi in cui si è invocata la sua cacciata dalla plancia di comando del paese).

Anche sull’aneddotica germogliata nel “parlamentino” a fianco alle stanze private del boss, autentico “ring” degli incontri e degli scontri tra le varie anime pidiellino-forziste, ci si potrebbe scrivere un libro. E’ lì dentro che Alfano e Verdini quasi vennero alle mani (era il 2013) quando il rampollo siciliano annunciò ai suoi padri politici che neppure con un AK47 puntato alla tempia avrebbe lasciato i galloni di ministro dell’Interno nel governo Letta. E fu sempre lì che qualche anno prima (nel 2005), due giorni dopo una sonora legnata presa dai “destri” alle amministrative, il Cavaliere accolse senza cavallo ma in vestaglia l’assonnato ministro leghista delle Riforme Calderoli in piena notte, ordinandogli di tirar giù in fretta e furia una nuova legge elettorale. La fretta e la furia furono tali che una volta terminato il “parto”, lo stesso compositore definì il provvedimento “una porcata”. Da lì il nome “Porcellum” e dieci anni di sconquassi ogni volta che gli italiani sono stati chiamati al seggio per impugnare la matita.

Non mancano gli spunti di colore. I soporiferi video da irradiare nel tubo catodico per i bombardamenti mediatici sono stati girati tutti là dentro. Nessuno escluso: dall’annuncio dell’abolizione dell’Ici un mese prima delle elezioni del 2006 (poi perse di un soffio) al fantomatico milione di posti di lavoro annunciati nel trionfo del 2008. E’ ancora lì la stanza adibita a mini-studio televisivo per fabbricare la “reclame” esecutiva. Di sala stampa per i giornalisti però neanche l’ombra: c’è chi si è preso i reumatismi a forza di attendere il faraone sotto la pioggia presidiando con la coda dell’occhio tutte le uscite del castello. E ancora: c’è il noto ufficio dei lunghi conciliaboli con “Richelieu” Gianni Letta, mai avaro nel rimpinguare le scorte della cambusa berlusconiana di peperoncini, spezie rare e soprattutto delle celeberrime crostate preparate dalla sua signora. Eppure, c’è chi non ha mai gradito troppo i manicaretti di casa Grazioli. Noti i borbottii di Bossi a ogni pranzo o colazione di lavoro, più avvezzo a “polenta e usei” che alla nouvelle cuisine dei blasonati chef del capo. Così come i languori degli ex colonnelli di AN Matteoli e Gasparri, in più di un’occasione visti filare dritti alla buvette di Montecitorio per compensare con focacce e panini farciti le striminzite porzioni dei pranzi dal “deus ex machina”. Ci sarebbe poi il capitolo a parte delle visite dell’amico Putin, dalla volta che si soffermò a giocare a palla per i “tappetati” corridoi con Dudù a quella in cui si presentò senza preavviso bloccando il traffico da Piazza Venezia  fino al Tevere con le sue 10-12 auto di scorta.

Storie semiserie e di costume di vent’anni di politica italiana, giunte ormai malinconicamente al crepuscolo. Per carità, tarme, macchie, aloni e falle sulla tela politica tessuta da Berlusconi sono tante e restano. Però fa specie, soprattutto per chi ha seguito le cronache marziane di questo mondo dorato e sguaiato (e fintino, ndr), vedere il trasloco già in atto (anche se il capitano ora è in tutte altre faccende affaccendato, visto il voltafaccia di Bollorè nell’acquisizione di Mediaset). Rimarrà soltanto la fermata dell’autobus, la più discussa della storia d’Italia, tolta d’imperio dal capo dei capi negli anni dei radiosi governi, e ripristinata subito tre giorni dopo la caduta forzata per far spazio ai professoroni di Monti. Anche queste sono cronache (meste) dell’impero che fu.

Valerio Mingarelli

 

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