UN TEOLOGO ROMANO IN CATTEDRALE A FABRIANO. L’INTERVISTA A DON ARMANDO MATTEO

Don Armando Matteo è in Cattedrale San Venanzio tutti i giorni per la novena alla Madonna del Buon Gesù ed arriva direttamente da Roma. Classe 1970, è nato a Catanzaro. Dopo la laurea in filosofia l’ingresso in seminario. Tra i suoi incarici, don Armando è stato assistente ecclestiastico della Federazione Universitaria Cattolica Italiana e dell’Assiciazione Italiana maestri Cattolici. Attualmente insegna alla Pontificia Università Urbaniana. Marco Antonini l’ha incontrato proprio nei giorni della Novena in Cattedrale.

Armando e la vocazione: cosa ti ha spinto ad entrare in Seminario?
C’è un momento nella vita in cui capisci qual è la tua strada, il tuo compito, la tua vocazione, il tuo servizio in questo mondo e in questa storia. Questo per me è coinciso con il termine degli studi universitari. Allora mi fu chiaro che mettere la mia povera vita a servizio del Vangelo era una cosa bella ed una cosa che mi dava tanta consolazione interiore. Poi il resto l’ho capito e compreso meglio con l’aiuto del direttore spirituale del Seminario. Tutti, specialmente quando si è giovani, dovrebbero averne uno, di direttore spirituale: è una grazia davvero preziosa poter essere aiutati a leggere la propria vita da persone sagge e devote.

Oggi insegni in una facoltà teologica: perché molti si allontanano da Dio e assistiamo ad una diminuzione di vocazioni? Colpa anche dei sacerdoti?
Queste sono domande enormi. Sono in atto mutazioni culturali assai profonde nel nostro tempo che mettono in questione elementi ed esigenze fondamentali dell’esistenza umana, come quella del riferimento ad un orizzonte più vasto del semplicemente visibile e contabilizzabile, proprio per poter dare il giusto peso e prezzo a ciò che è semplicemente visibile e contabilizzabile. Non è più pertanto scontato che si possa partire da un naturale desiderio di Dio per poter proporre la fede cristiana. Per questo il compito oggi per la Chiesa è quello di creare comunità davvero ospitali, gioiose, animate da spirito di autentica fraternità, capaci di porsi come elemento di rottura rispetto ai discorsi e alla pratiche tanto in voga del godimento, del divertimento, dell’individualismo, dell’autopromozione, del narcisismo, che alla fine dei conti producono solo molta tristezza. E qui il compito dei preti è decisivo: forse negli ultimi tempi abbiamo un po’ temporeggiato e non ci siamo impegnati a dare un maggiore impulso missionario alla nostra azione pastorale. Alle nostre parrocchie. Su tale impegno, ora, però, papa Francesco non smette di richiamare la nostra attenzione.

L’ultimo libro da te scritto – Il cammino del giovane, Qiqajon 2012 – parla dei giovani. Come far conoscere Gesù Cristo alle nuove generazioni?
Sia papa Benedetto XVI che papa Francesco hanno spesso ricordato che il cristianesimo non cresce per proselitismo, ma per attrazione. Questo implica un grande lavoro, da parte delle comunità cristiane, soprattutto sugli adulti: è dalla loro convinta e contenta testimonianza di cristiani che passa soprattutto l’annuncio della bellezza della fede alle nuove generazioni. Si deve perciò lavorare molto con e per i giovani e qui penso all’oratorio, all’impegno dei docenti di religione, ad un modello di catechesi innovativo, alle Giornate Mondiali della Gioventù, alle tante cose belle organizzate da tanti movimenti e associazioni, ma si deve pure lavorare di più con gli adulti: molte volte proprio la loro esperienza di fede è rimasta poco approfondita, superficiale, scarsamente alimentata da una pratica di preghiera e di meditazione della Bibbia. Ed in verità il luogo più appropriato dove i ragazzi e i giovani possono comprendere sino in fondo quanto la parola di Gesù abbia a che fare con la custodia e lo sviluppo della propria umanità sono esattamente gli occhi dei genitori. Gli occhi di noi adulti.

Ascoltando il Tg emerge che la società odierna è indifferente ai valori del cristianesimo e questo sembrerebbe assurdo…
Rispondo con un’espressione di papa Francesco: il cristianesimo “dà fastidio”. Dà fastidio alle logiche imperanti del mercato, al discorso pubblicitario, al modello della sub cultura massmediale, che scommettono tutto sulla competitività, sul successo, sul mito della giovinezza, sull’apparire, sul possedere, sull’io. Queste cose hanno molta presa su di noi e facilmente ci rendono insensibili a quell’appello alla prossimità, all’amore, alla fraternità, all’inclusione, che costituisce uno dei cardini del messaggio di Gesù.

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