FILIPPICA OVAIE OFF E CULLE VUOTE: DUBBI DI UN NON PAPA’ 37ENNE AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO (E PRECONCETTO)
Ciclica come una rinorrea a seguito di un raffreddore e simpatica quanto un virus intestinale con consequenziale turbo-dissenteria, questa settimana nel dibattito pubblico è tornata a riecheggiare l’omelia cantilenata dell’allarme “bassa natalità”. Ornata con pathos e consueto “topping” apocalittico: “Presto ci estingueremo”, “Diverremo un paese di figli unici”, “Fra cent’anni ci conteremo sulle dita di una mano”, “Si sono sopiti gli spermatozoi”, “Si vanno intirizzendo le ovaie”, “Non si copula più”, “Si stava meglio quando si stava peggio”, “Ai tempi nostri era tutto un maggio e un fiocco rosa o azzurro” (copyrirght over 60 appenninici), “Una volta qui era tutta campagna” e giù con luoghi comuni a cadenza di monsone. Ad accendere le sirene a mille decibel della preoccupazione un rapporto Istat inoppugnabile: negli ultimi otto anni “solari” (2010-2017), come “media” stiamo sotto di centomila e più pargoli. Ciuccio più e biberon meno, circa 12.500 all’anno. E i primi a reagire al segnale acustico emergenziale sono stati, neanche a dirlo, i parlamentari di ogni colore, taglia e bandiera.
Ora: è chiaro che un paese dove le sale parto sono sempre meno frequentate, ma nel quale però l’aspettativa di vita continua a crescere, tanto da dover spingere le colonne d’Ercole della pensione fino ai 70 anni (Boeri, factotum dell’Inps, per la mia generazione ha pronosticato i 75 ma sappiamo che in tema di barzellette lo battono in pochi), l’età media è destinata a fare delle “pinne” che Valentino Rossi scansati proprio. In soldoni: l’Italia rischia di diventare un paese incartapecorito, rugoso e senile tout court. Però, da (ahimè) quasi 38enne privo di progenie quale sono, quando odo questa ondata di catastrofismo legato al crollo dei nascituri non so mai se debbo sentirmi in colpa o meno. E resto lì a chiedermi se non sia il caso di cospargermi il capo di cenere in pubblica piazza, o anche solTANTO (come si fa oggi) con un più rapido e meno dispendioso post su Facebook.
La verità, schietta e sincera come una Moretti da 66 centilitri, è che in colpa non riesco proprio a sentirmici. Beninteso: non sono di quelli che “bleah, un figlio mai: costa, frigna, sporca e quando cresce comanda”. La fase capello lungo e “fuck the system” l’ho superata da 2-3 lustri (per la capigliatura poi, adesso le variazioni sul tema si fanno assai esigue). Però ritengo la filippica sul deficit di “marmocchi” un falso problema, in parte fisiologico, in parte epilogo inappellabile di una mutazione sociale in atto ormai da vent’anni che ci ostiniamo a non voler vedere. O peggio, che proprio chi ci tira lo scappellotto per la mancata genitorialità, insiste nel non considerare, senza contare che proprio quella generazione che ora grida “oddio, stanno fuggendo i buoi”, è quella che ha aperto loro il portellone della stalla.
Innanzitutto c’è un paradigma che si è invertito. La generazione dei miei genitori ha giocato nell’infanzia con le bambole di pezza e, nel grosso dei casi, ha vissuto una fanciullezza a cinghia tirata e “austerity” forzata. Poi però, allo scoccare dei vent’anni, si è trovata su un piatto d’argento la più grande fase di “grascia” della storia del Belpaese, meglio nota come “boom economico” (erano i ’60). Gli stenti infantili sono stati ripagati da agi diffusi e rigogliosi in età adulta: che si fosse ingegneri aerospaziali o minatori in cava, c’era di che star bene. Poi siamo arrivati noi, i figli dei “baby boomers”, tirati su sin dall’infanzia con ogni sfizio, capriccio e sghiribizzo, viziati fino al midollo osseo e in larga parte protetti e salvaguardati come cristalli di Boemia. E, particolare più importante, osannati tutti come virgulti prodigio. Poi, dai 14 anni in avanti, caricati a pallettoni a più non posso. Il bimbo che giocava a calcio doveva per forza diventare un novello Van Basten, quello che suonava la chitarra era per “mammà” la risposta italiana a Eric Clapton. La fanciulla che faceva danza classica sapeva che Carla Fracci avrebbe dovuto spicciarle casa in età adulta, quella bravina nello scrivere viveva con la convinzione che avrebbe mangiato in testa a Grazia Deledda. A 19 anni, poi, università quasi obbligata. Tutti pompati come futuri principi del foro, fisici quantistici, luminari della neurochirurgia, glottologi, politologi, linci della finanza, cervelloni dell’informatica, poliglotti bi-tri-quadri-multi-lingue, cosmopoliti, creativi e destinati a un paese dei balocchi fatto di moneta sonante, figa, macchinoni, lustrini e paillettes.
Come siamo grossomodo finiti, poi, è storia nota. Stagisti, tirocinanti, apprendisti, cococo, cocopro pagati con buoni pasto e pacche sulle spalle, frustrati, incupiti, disillusi. Ovvio, senza generalizzazioni: anche tra i 30-40enni di oggi c’è chi vive in un ventre di manza. La mia però resta una generazione di precari (e i nati negli anni ’90 peggio mi sento). Non per i soldi in sé, ma per l’abitudine di vivere tutto nell’incertezza, dal lavoro ai rapporti sentimentali a quelli familiari e d’amicizia. E che non riesce a programmare una beata mazza, neppure una vacanza, con la convinzione inscalfibile di avere l’età dell’oro della propria esistenza alle spalle, al contrario di quanto accaduto a chi ci ha messo al mondo. Così, come ha detto una demografa intervistata dal Corrierone, fare un figlio è diventata una scelta tra le tante. Non la prioritaria. E si è innalzata oltremodo (in maniera direi ineluttabile e legittima) l’età della prima maternità tra le donne, aspetto che fa cadere la frottola che non si fanno i figli perché “non ce stanno i quattrini”. Se una coppia fa il primo figlio in là con gli anni, è lapalissiano che si abbassano e non poco le probabilità che ne faccia più d’uno.
Come se ne esce? Bah, difficile pensare che ci sia una ricetta. Il timore è che le file davanti agli Apple Store continueranno ad essere più lunghe di quelle ai negozi della Foppapedretti, e per parecchio. E dal punto di vista politico, a nulla serve un bonus bebè da 80 euro al mese (dal 2019 scenderanno a 40: un paio di scarpette, un bavaglino, tre barattoli di omogeneizzato Mellin e sei fuori con l’accuso). Gentiloni e Renzi, costretti a sbandierarla come grande vittoria solo per reggere il gioco a Lupi e Ap che sono i veri fondamentalisti della “paghetta” neonatale (ah: dopo la prima candelina amici come prima eh), sanno che non è con 1900 euro annui che affolli i punti nascita. Magari si potrebbe incominciare a scopiazzare un po’ dalla Francia, che Chirac a Sarkò fino a Hollande ha messo in piedi una lenzuolata di misure per le mamme giovani (pari al 4% del Pil) che a confronto il bonus bebè di Lupi pare una freddura da Colorado Cafè. Si potrebbe, che so, togliere in futuro a una multinazionale come Ikea la possibilità di licenziare una donna sola con due figli solo perché ha chiesto un cambio turno. E inoltre si potrebbero pure evitare pubblicità-regresso che invitano le donne a mettere il turbo alle tube di Falloppio e a sparare bimbi come palline da ping-pong, vedi il fu delirante “Fertility Day” lorenziniano. E visto che ci siamo (e che la campagna elettorale si avvicina), smetterla di dare quel poco che avanza solo ai pensionati per cagnolini, cataratte da togliere aggratis e dentiere “free”, solo perché sono di più e quindi i loro voti contano assai. Si potrebbero tante cose. Così, per iniziare.
Valerio Mingarelli

