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Marco Lebel: Vi racconto il mio primo cortometraggio

Nato a Fabriano, ma ha vissuto anche a Parigi, Marco Lebel è operaio in Cartiera, anche se attualmente in cassa integrazione. La grande passione per il cinema lo ha portato nel 2022 a fondare una casa di produzione audiovisiva e cinematografica indipendente, la “Marco Lebel Production”. Ci racconta oggi il suo percorso e avremo anche qualche anticipazione sul suo primo cortometraggio che sta girando proprio in questi giorni.

Come è nata la tua passione per il cinema e i cortometraggi?

Negli ultimi anni ho scoperto una nuova dimensione della mia vita: il cinema. Non è stato un amore a prima vista con la macchina da presa. Mi piaceva guardare film, come tanti, ma non avevo idea di cosa ci fosse dietro. A farmi scoprire questo mondo è stata la mia compagna, Claudia – attrice teatrale e cinematografica, nonché regista teatrale – che mi ha introdotto al montaggio video. Da lì è nato tutto: io mi sono appassionato sempre di più, fino ad approfondire alcuni aspetti del linguaggio cinematografico – a partire dalla scrittura, passando per la regia, l’anima tecnica ed emotiva del racconto per immagini, arrivando al montaggio e alla produzione. Ho frequentato corsi di regia cinematografica e montaggio video presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, oltre a un corso di regia cinematografica e uno di scrittura creativa qui nelle Marche. In quegli stessi anni, ho seguito anche un corso universitario all’Università di Urbino, dal titolo Idee in Azione, che mi ha aperto la mente su un altro aspetto fondamentale: come strutturare e avviare un progetto culturale in modo sostenibile. È lì che ho capito quanto fosse importante affiancare alla passione e alla creatività anche una base solida, capace di sostenere economicamente la produzione. Questo percorso mi ha dato lo stimolo per fondare la mia casa di produzione cinematografica indipendente nel 2022. Perché puoi avere talento, puoi avere idee forti e una visione chiara… ma senza le risorse giuste non potrai mai trasformarle in opere di qualità. E io volevo, fin da subito, creare cortometraggi che fossero non solo sentiti, ma anche tecnicamente e artisticamente curati. Credo nella forza delle immagini, nella poesia del montaggio e nel potere evocativo dei silenzi. Il mio sogno è riuscire a vivere di cinema, portando avanti progetti che nascono dal cuore, ma che siano anche tecnicamente e artisticamente di alto livello. La mia passione per il cinema è nata proprio grazie a questo percorso. Non avevo pianificato nulla, ma è bastato un primo contatto per far scattare qualcosa. Ho cominciato dal montaggio, poi la scrittura, la regia e la produzione. Ogni tappa ha acceso in me una curiosità sempre più forte. Con il tempo ho scoperto anche i cortometraggi, che per me sono una vera palestra: ti costringono ad andare dritto al punto, senza fronzoli. Amo il corto perché ti obbliga ad arrivare al cuore della storia e ti mette subito alla prova come autore.

Nel 2022 hai fondato una casa di produzione cinematografica indipendente. Quali servizi offre questa tua attività?

Nel 2022 ho fondato Marco Lebel Productions, una casa di produzione audiovisiva e cinematografica indipendente, che si articola in due rami distinti: Lebel Films, dedicata esclusivamente al settore cinematografico, e Marco Lebel Productions, che abbraccia anche altri progetti audiovisivi. Attualmente il focus principale è sul cinema. Offro servizi che coprono tutte le fasi della produzione cinematografica, dalla scrittura alla regia, passando per la direzione della fotografia e tutti gli altri comparti tecnici e artistici coinvolti. L’obiettivo è quello di realizzare cortometraggi, mediometraggi e lungometraggi, nonché progetti narrativi curati in ogni dettaglio, lavorando in modo professionale su ogni aspetto creativo e produttivo. In prospettiva, sto lavorando per costruire una rete solida legata alla distribuzione, in modo da dare alle opere prodotte una vita completa: dalla creazione alla diffusione.

Quanto sacrificio si nasconde dietro la parola “indipendente”?

Tanto. E non solo da parte mia, ma anche da parte dei miei collaboratori. Essere indipendenti significa fare tutto da soli: tentare di trovare fondi, organizzare i progetti, costruire relazioni, formarsi, superare ostacoli tecnici… e spesso, senza alcuna certezza in cambio. Uno degli aspetti più complessi è il rapporto con la società stessa. Quando si parla di arte, tutti la definiscono “bella”, “affascinante”, “interessante”… ma difficilmente viene riconosciuta come un vero e proprio lavoro. Eppure dietro ogni opera, nel mio caso audiovisiva, anche la più semplice, c’è un’enorme quantità di lavoro: scrittura, preparazione, prove, riprese, post-produzione, logistica, organizzazione, persone coinvolte, responsabilità, imprevisti. La cultura non è un passatempo: è un settore che vive e produce valore, ma troppo spesso viene trattato con superficialità. E trovare sponsor, fondi o sostenitori, in un contesto dove l’arte non è considerata una priorità, diventa una sfida ancora più grande.  Noi siamo una start up, una realtà in partenza. Se dovessi usare una metafora, direi che siamo come un aereo che ha appena lasciato la pista e si sta alzando in volo: siamo nella fase di salita e le turbolenze si sentono tutte. Ma se resisti e tieni la rotta, prima o poi arrivi in quota. E noi siamo determinati ad arrivarci.

Parlaci del tuo cortometraggio. Che storia racconta e quando sarà presentato?

Sto girando proprio in questi giorni il mio primo cortometraggio in assoluto. È il punto di partenza ufficiale del mio percorso come regista e produttore, ed è anche il primo episodio di una trilogia di corti che ho intitolato Delitti Assurdi. Il titolo di questo primo lavoro è Sette Otto Ore (SOO), un thriller psicologico che unisce mistero e tensione, con un linguaggio visivo che cerca di rompere gli schemi. È un progetto che sento profondamente mio, perché lo vivo dall’inizio alla fine in ogni sua fase, ma è anche il frutto di un lavoro condiviso con i miei collaboratori, che ogni giorno mettono passione e professionalità al mio fianco. Rappresenta il mio modo di vedere il cinema e la vita: una continua ricerca tra il reale e l’assurdo. Per quanto riguarda la presentazione ufficiale, non ho ancora fissato una data precisa, ma il mio sogno era quello di mostrarlo prima a Valentina Tomada, e poi magari dare la prima al Fabriano Film Fest, se il progetto fosse stato di suo gradimento.

Parlando di cortometraggi il pensiero va appunto al Fabriano Film Fest ed alla sua direttrice artistica Valentina Tomada. Che ricordi hai di Valentina?

Valentina è venuta a mancare poco tempo fa, un grande dolore per me e per molti altri. Per questo motivo, dedicherò questo mio primo cortometraggio a lei e a Romina Pantanetti, altra grande artista. Due donne che hanno lasciato un segno profondo nel mondo culturale e nella mia crescita personale. Ho ricordi molto belli e vivi di Valentina. Ci siamo conosciuti nel 2022, non a Fabriano – che lei amava profondamente – ma in un luogo completamente diverso: Torrette di Fano, al mare, durante una splendida mattinata di sole, con una leggera brezza che rendeva tutto ancora più leggero. Mi aveva cercato tramite un amico in comune, e ci siamo incontrati direttamente lì, in spiaggia. Me la ricordo benissimo: una ragazza bionda, occhi azzurri, bella, sorridente, solare. Da quel giorno è nata una profonda amicizia. Ci sentivamo molto frequentemente, a volte anche due o tre volte al giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese. Aveva una presenza luminosa, un modo di fare che metteva subito a proprio agio, e uno sguardo attento e curioso verso il mondo e verso le persone. Da subito mi colpì la sua intelligenza sensibile, la sua dedizione all’arte e la sua capacità di ascoltare davvero chi aveva davanti. Portava avanti, insieme a suo marito Eugenio, ad altri collaboratori – me compreso, dal 2022, quando mi era possibile – il Fabriano Film Fest, con passione e amore. Un festival importante, credibile e umano, che ha dato visibilità a tanti autori e artisti, più o meno famosi e che ha fatto crescere l’intera comunità. Per me Valentina resta un esempio, un punto di riferimento e un ricordo che custodisco con gratitudine, affetto e una nota di amarezza, perché purtroppo oggi non c’è più.

Hai un tuo sogno nel cassetto o un progetto che vorresti realizzare, magari a Fabriano?

Il mio sogno è riuscire a vivere di cinema. Non solo lavorare nel settore, ma farlo in modo autentico, libero, creando progetti che raccontino storie vere, con stile, anima e qualità. Vorrei costruire qualcosa che non sia solo mio, ma che abbia un valore anche per il territorio in cui vivo. Fabriano è la mia città, il luogo in cui sono nato, cresciuto e dove – nonostante le difficoltà – ho deciso di restare. Ed è proprio qui che vorrei realizzare un progetto importante, che unisca creatività, cultura, produzione e formazione, coinvolgendo giovani talenti, professionisti e realtà locali. Un’idea a cui sto lavorando da tempo, e che tengo ancora riservata nei dettagli, ma che ha un potenziale enorme per il futuro di questo territorio. Se qualcuno, anni fa, quando ho iniziato a studiare, mi avesse detto che un giorno avrei fondato una casa di produzione, che ora avrei girato il mio primo cortometraggio, e che avrei avuto accanto una rete di collaboratori appassionati… gli avrei riso in faccia. Non ci avrei creduto. E invece oggi sono qui. Determinato, con i piedi per terra e le idee chiare. E soprattutto voglio restare qui, con quelli che hanno scelto di restare, per costruire qualcosa che valga. Perché il cinema, quando è fatto bene e con amore, non è solo arte: è lavoro, è cultura, è futuro. E io voglio costruirlo proprio qui, dove tutti mi dicevano che era impossibile.

Edoardo Patassi