DONNE ED INFORMAZIONE: A TU PER TU CON LA GIORNALISTA CRISTINA GREGORI
Una delle più belle voci radiofoniche cittadine e non solo, giornalista, coordinatrice di uffici stampa, sempre presente negli eventi di rilievo con garbo e professionalità. In occasione della ricorrenza dell’8 marzo, giornata dedicata alle donne, ho desiderato incontrare la collega Cristina Gregori con la quale ho avuto il piacere di condividere spazi radiofonici ed esperienze professionali. Una riflessione tra donne, ma soprattutto giornaliste, sul nuovo modo di interpretare la nostra professione in un momento storico in cui l’eccesso di informazione, la molteplicità dei canali informativi e l’abuso dei mezzi social stanno seriamente mettendo alla prova il nostro ruolo di operatori dell’informazione.
Cristina, registriamo un nuovo modo di comunicare con i giornalisti, le conferenze stampa sono sempre più spesso on line, enti ed istituzioni comunicano a mezzo social, quanto questi nuovi metodi stanno inaridendo la nostra professione ed il nostro ruolo di servizio pubblico informativo?
Direi molto. Sono cambiati i mezzi ma il giornalismo deve sempre raccontare la realtà. Oggi siamo sommersi da informazioni. A differenza del passato, dove si organizzava il lavoro pensando ai giornali e alle tv, oggi è necessario sapersi districare e soprattutto gestire i diversi media. Ma direi che la sostanza non cambia: bisogna sempre saper scrivere per saper raccontare. Oggi gli strumenti rispetto al passato si sono moltiplicati, leggevo che secondo il Rapporto Censis del 2021 sulla comunicazione, il 30,1% della popolazione utilizza Facebook per informarsi e la percentuale arriva al 39,5% nella fascia dei 30-48enni.Tutti più o meno usano i social, tutti scrivono, postano, leggono. Possiamo dunque dire che si può fare giornalismo ovunque e chiunque alla fine è un giornalista. Ma, c’è sempre un ma nella vita! La differenza la fa la qualità, l’autorevolezza, la modalità del racconto, la verifica delle fonti. I social sono una bella sfida che il giornalismo deve saper cogliere anche se è urgente recuperare il rapporto di fiducia con i fruitori delle notizie. Ci sono molti esempi on line di giornalismo serio, scrupoloso, attento.
Spesso per motivi di voci in bilancio si rinuncia alla nomina di un giornalista, regolarmente iscritto all’ordine, come portavoce. Quanto conta il ruolo dell’addetto stampa, sia nelle pubbliche amministrazioni che nell’organizzazione interna di altri enti, istituzioni, associazioni ed affini?
Conta molto e la pandemia lo ha dimostrato. Ricorderai quanta confusione nelle informazioni. Lo ricordi anche perché con il tuo gruppo di lavoro avete reso un servizio prezioso alla città. Gli enti pubblici in quel periodo gestivano un passaparola di informazioni allarmanti più veloci della comunicazione istituzionale. Una confusione totale che si riscontra anche in situazioni decisamente meno drammatiche. E’ dall’addetto stampa, che dovrebbe essere un giornalista regolarmente iscritto all’Albo, che parte la strategia di comunicazione in stretta collaborazione con la dirigenza e con il social media manager. L’ufficio stampa nelle pubbliche amministrazioni non dovrebbe lavorare in solitudine ma essere affiancato da un social media manager che segue i profili social. Il giornalista deve comunque monitorare cosa succede in rete. Oltre ai giornali, alle radio, alle tv, bisogna gestire i contatti in tempo reale sui diversi canali. Ad ogni pubblico il suo messaggio. In radio ti arrivano, immagino, molti comunicati di Enti, aziende, associazioni e quotidianamente puoi verificare la differenza colossale che si evince tra chi ha una strategia e chi no. Se non comunichi non esisti ma se comunichi male fai solo danni.
Sei da tanti anni giornalista, hai spaziato su diversi ambiti della comunicazione. Visto che ci avviciniamo all’8 marzo, come è cambiato il ruolo e l’approccio della giornalista, in un mondo prevalentemente maschile?
Come diceva una persona a me cara, il giornalista “sta lì tutto il giorno” in redazione! o “sul pezzo” per intenderci e per noi donne soprattutto per quelle che fanno la libera professione, non è sempre facile. E’ una questione di organizzazione. Per rispondere alla tua domanda direi che noi donne non siamo migliori degli uomini e viceversa naturalmente, abbiamo comunque una sensibilità diversa su alcuni argomenti. Avere donne ai posti di comando aiuta a togliere incrostazioni mentali e atteggiamenti “vecchi” su molte questioni. Siamo diverse dagli uomini e dobbiamo fare la differenza con il nostro modo di essere, di sentire, di “comandare”! Emulare gli uomini è un errore. C’è poi un altro fatto che considero importante che riguarda le donne che lavorano ai vertici del giornalismo e non solo: avere a che fare col potere, una questione che per le donne è ancora complicata. Almeno per me lo è stato. Le cose comunque stanno cambiando e io sono molto fiduciosa.
Entriamo in un campo che ci accomuna e che amiamo alla follia, la radio. Siamo entrambe giornaliste radiofoniche, hai vissuto la nascita delle radio libere, come ti ritrovi nel mondo radiofonico di oggi?
Invecchiata. Ho iniziato nel secolo scorso nel 1977! Una vita fa. La radio è stato il mio primo amore e come si dice il primo amore non si scorda mai. L’amore cambia, cresce, muta, ma è sempre amore. La radio, come sai bene, negli anni è molto cambiata, ha attraversato crisi profonde, molte radio sono “morte” lasciando spazio ai network che sono omologate ad uno stile comune. Le radio libere, il loro spirito, hanno lasciato il posto ad aziende commerciali dove far quadrare i conti. Ma quando si accende il famoso segnale rosso di “On Air” torna la magia, la capacità di raccontare, di immaginare e di far immaginare. Lasciami dire viva la radio forever! Viva la fantasia, l’immaginazione, l’emozione e la ricerca delle parole, viva lo stile radiofonico!
Oggi tutti i grandi network radiofonici sono anche presenti con format televisivi. Come vivi questo passaggio tra una radio che “si ascolta” ad una radio che “si vede”? L’immagine riduce od amplifica il potere della parola, strumento principe del nostro mestiere?
Io sono contraria alla “radiovisione” non mi piace, mi annoia. Un matrimonio infelice che risponde a logiche di mercato che comunque non premiano. Sono mezzi diversi e a mio parere, come tali vanno rispettati. L’immagine, nel caso della radiovisione, mortifica entrambi i mezzi. Un ibrido che proprio non mi convince.
Nei nostri dialoghi ricorre spesso la necessità della formazione, intesa non solo nell’alzare un cursore del microfono e parlare ma che sottende una preparazione nel modo di esprimersi, a partire dalla dizione. Da docente di dizione, credi sia necessario inserire questa disciplina nei programmi scolastici e formativi in genere, anche applicabili alla politica?
Domanda difficile. La scuola e la formazione sono fondamentali nella vita di ciascuno di noi. La scuola primaria si propone l’obiettivo di assicurare una buona competenza della lingua (lettura e scrittura): gli alunni devono saper leggere e capire il significato dei testi, raccogliere informazioni, sviluppare uno spirito critico. Mi sembra molto! Insegnare dizione sarebbe utile e forse qualche dirigente scolastico già ha pensato di inserire la materia nei programmi! Io “insegno” agli adulti a “parlare bene” diciamo così, ad avere una buona prosodia, a farsi ascoltare, ad avere una buona emissione vocale a non essere noiosi in caso di uno speech davanti ad un pubblico, ad avere un proprio stile. La mia è una formazione molto pratica. Tanti esercizi, molto divertimento. Alla base c’è la voglia e la necessità di mettersi in gioco. Insomma aiuto le persone a trovare un proprio stile, a liberarsi dagli stereotipi, ad ascoltare il loro bambino interiore! Ci divertiamo!
Da Cristina alle donne ed alle tue colleghe giornaliste un tuo messaggio, auspicio ed augurio in occasione dell’8 marzo?
Alle donne e alle colleghe direi, come dice la mia amica comica Adalgisa Palpacelli, di “andare sempre avanti come il becco dell’oche”; di non permettere a nessuno di spegnere i sogni o le ambizioni, di lottare con passione, di amare sempre, di sperimentare veramente la sorellanza, di non tacere davanti alle ingiustizie, di non perdere mai la speranza e la curiosità, di sperimentare la libertà e, soprattutto, di ricordare sempre le donne che ci hanno aperto porte e strade perché solo grazie a loro possiamo permetterci di essere oggi come siamo!
Gigliola Marinelli

