“Ci si adoperi per ricercare soluzioni reali al problema del lavoro”

Pubblichiamo l’omelia che ieri pomeriggio il vescovo diocesano, mons. Francesco Massara, ha pronunciato in Cattedrale, a Fabriano, nel corso del pontificale in onore del patrono, San Giovanni Battista. 

di mons. Massara

Carissimi fratelli e sorelle, distinte autorità civile e militari,
in questo difficile periodo in cui dobbiamo ancora rispettare alcune norme per evitare che la pandemia di cui il mondo è vittima prenda di nuovo il sopravvento, siamo contenti di trovarci insieme come comunità cristiana per vivere questo momento di festa certamente con una forma diversa, ma non per questo meno significativa.
Quest’Eucarestia quindi, indipendentemente dal contesto, diventa tuttavia un momento di grazia che vede insieme, seppur ancora in modo contingentato, l’intera realtà della Città e della Diocesi di Fabriano, che nella celebrazione della natività di San Giovanni Battista, venerato come patrono, trova un’occasione privilegiata per risvegliare la propria appartenenza ecclesiale e l’identità civile.

Pertanto, accompagnato dalla figura di san Giovanni Battista e stimolato dalla Liturgia della Parola, mi sono domandato: chi è Giovanni Battista per la chiesa di Fabriano che, nonostante il periodo così delicato e fragile che sta attraversando, si è riunita per far festa? Chi è e cosa rappresenta per i sacerdoti e i fedeli, per le autorità civili e militari, per i priori e i “portantini” dell’ente Palio di San Giovanni Battista?
Egli è una sorta di “preparatore atletico della fede”, è uno che ci aiuta a vincere le battaglie della vita, è uno che raddrizza le coscienze e i cuori, che crea i presupposti affinché possa accadere l’incontro con Cristo, con Colui che è il senso della nostra esistenza.

San Giovanni ricorda a ciascuno di noi che, forse, ci sono posizioni del cuore in cui potremmo correre il rischio di sprecare questo incontro. Dio può passare dentro la nostra vita e noi possiamo anche non accorgercene: è l’esperienza che spesso accade nel nostro quotidiano. Molte cose accadono nella nostra vita, ma a volte le sprechiamo nonostante siano belle, nonostante siano “doni” per noi.

Giovanni Battista ha questo ruolo fondamentale: non è Dio, non è Gesù Cristo, non è il senso della vita, ma è colui che educa all’incontro. Rappresenta un po’ il ruolo della Chiesa, ma riproduce anche il compito di ciascuno di noi: quando si ama qualcuno si è un po’ Giovanni Battista. Il nostro amore dovrebbe raddrizzare i cuori e le coscienze di chi frequentiamo, dovrebbe favorire l’essenziale incontro con Dio in Gesù Cristo. La nostra vita dovrebbe essere così: un indice puntato verso Cristo.

Pertanto, se come comunità cristiana vogliamo diventare “segnalatori” dell’amore di Dio presente nel mondo, abbiamo la responsabilità di compiere una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa. Come ci ricorda Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium: «le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale» (27).
Nel Vangelo che abbiamo ascoltato si richiama l’attenzione sul fatto che Giovanni è un nome nuovo. Volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria: è il nome che rientra nella tradizione di famiglia! Ciò che fuoriesce dallo schema che ingabbia l’opera di Dio nei binari del passato reca scandalo: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome» (Lc 1,61). Invece, il nome deve essere nuovo perché quel bambino non è semplicemente il prodotto della storia familiare di Zaccaria, ma è soprattutto il segno dell’irruzione di Dio che realizza una speranza attesa da secoli.

Ogni comunità cristiana è chiamata a introdurre continuamente nella storia quella novità che genera passione per il presente e lo apre alla speranza del futuro. La sua festa ci ricorda che la nostra vita è tutta e sempre “relativa” a Cristo e si realizza accogliendo Lui, Parola, Luce e Sposo. Come cristiani, nella società siamo chiamati ad essere voce che non teme di denunciare, d’indicare la strada verso il vero bene e la strada che Dio ha aperto verso ogni essere umano. Probabilmente, a nessuno di noi sarà chiesto – come a Giovanni – di donare la vita in maniera cruenta, ma a ogni battezzato è chiesto nello specifico della sua vocazione di annunciare Cristo e il suo Vangelo con la forza della parola e con la testimonianza della vita affinché, nel “deserto” della nostra città, si apra la fonte inesauribile della Parola del Signore che sostiene ogni speranza.

Con l’aiuto di Giovanni, il grande testimone, agiamo affinché la nostra Chiesa locale sia sempre più consapevole di non aver missione più grande che quella di essere voce che richiama, che prepara, che indica al mondo una Presenza, quella di Gesù Cristo, inviato da Dio Padre, perché l’uomo trovi in lui il senso della sua vita.

Lavoriamo in favore delle vocazioni poiché, prima di essere significative nel numero, lo siano con la santità della vita nella capacità di testimoniare i valori del Vangelo con parole e gesti che portano luce, che generano gioia, che suscitano legami di fraternità e di solidarietà, che aprono ad un futuro di speranza. Sosteniamo le istituzioni civili perché, ispirate ai valori evangelici, sappiano indicare vie concrete per rispondere alla grave emergenza educativa che la società vive. Ci si adoperi con instancabile senso di responsabilità per ricercare soluzioni reali al problema del lavoro perché, secondo la logica di un’economia inclusiva basata su giustizia, verità e solidarietà, la dignità dei lavoratori venga sempre tutelata contro ogni forma d’interesse personale. San Giovanni Battista, precursore della Verità e dell’Amore, con la sua intercessione ci renda persone capaci di speranza e gesti di carità e la nostra testimonianza, nei luoghi della nostra esistenza, sappia essere segno tangibile della vita e del “nome nuovo” che il Signore ci ha donato.

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