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QUELLA ‘PORCA’ DOZZINA: I ‘TALENT’ CHE NON RIVEDREMO NEL NUOVO PARLAMENTO

Anno nuovo, dunque. E legislatura nuova: dopo il rompete le righe sancito da Mattarella a poche ore dal brindisi di Capodanno, è già tutta una “Vucciria” di strilli da campagna elettorale. Con un occhio di riguardo, ci mancherebbe, per i veri problemi strutturali del paese, come l’annoso salasso dei sacchetti biodegradabili per mele, pere, banane, tuberi e ortaglie varie. Perché della politica nostrana si può dir tutto, tranne che non abbia chiare in mente le priorità. Basti vedere il centrodestra, dove il primo punto programmatico è far digerire al bisbetico Salvini il minestrone centrista di figliol prodigi (oddio, non esageriamo) che mescola i Fitto, i Lupi, gli Zanetti e i Tosi. Oppure il M5s, il cui unico grattacapo è far sì che l’iper-hackerato sistema Rousseau non si inceppi nel cervellotico gioco di ruolo delle Parlamentarie. O lo sconsolato Pd, alle prese con un giro delle sette parrocchie in zona Cesarini per trovare un partitello, un’accolita civica, un circolo di cucito o una bocciofila col solo fine di mettere nero su bianco qualche straccio di alleanza.

A meno di sessanta giorni dal voto, quindi, la situazione da comica sta quasi sfociando nel demenziale. E qualcuno ha già annusato l’odore di tragicommedia, visto che proprio in queste ore un sondaggio pronostica tra gli under 30 un astensionismo attorno al 70%. In questa arsura desertica di certezze, partiamo dunque dalle pochissime che ci sono. Se poco si è salvato, della legislatura spedita in soffitta, tra quel poco ci sono le notevoli gag e gli innumerevoli momenti di puro spasso che il grande circo equestre parlamentare (n ambedue gli emicicli) ha saputo regalarci. Nella totale inconcludenza e dabbenaggine dei vari gruppi parlamentari, l’unica cosa che non è mai mancata è il divertimento. Ora vogliono toglierci pure quello, visto che sono tanti i personaggi clou del varietà che non ritroveremo nelle nuove camere. Qui una lista dei più rappresentativi, tra sicuri e quasi sicuri.

ALESSANDRO DI BATTISTA (M5s): è l’unico che non ci mancherà, visto che lo vedremo come prima e anche di più. La sua non ricandidatura ha destato lo scalpore di una nevicata in luglio: il parlamentare più paracesto del terzo millennio diventerà il frontman grillino fuori dal palazzo. Sobillerà le piazze con scooterone e megafono e in tv lo troveremo a tutte le ore, persino adagiato su un materasso Eminflex in qualche televendita (forse pure la domenica mattina in tonaca bianca a celebrare l’Angelus, considerato il personaggio). Farà più bagni lui nella folla che la Pellegrini in piscina: è la sua natura e ci sguazzerà.

ROSY BINDI (Pd): dopo 23 anni filati a Montecitorio, capolinea pure per la sora Rosaria. Al contrario dei D’Alema e Bersani lei non si è fatta bullizzare dal renzismo. Ha scelto di andare a perire (politicamente) in un angolo come i gatti: nel 2017 non si è mai vista. Tanto che quando ha annunciato due mesi fa lo sciopero della fame per lo Ius Soli nessuno se l’è filata di pezza. Addio dunque alla sua faccia sconsolata da insegnante di sostegno in mezzo a classi di imbecilli scalmanati.

CARLO GIOVANARDI (Gal): all’annuncio dell’addio dopo sette legislature, due usceri del Senato hanno deciso di avere un figlio mediante maternità surrogata. E il “maitre” della buvette si è acceso un cannone di pakistano puro. La zanzara testarda del bigottismo non ronzerà più: qualche suo ilare sfondone ci ha regalato attimi di gaudio. Alcune sue orripilanti frasi sui casi Aldrovandi ed Englaro, assai meno.

LUIGI COMPAGNA (Federazione della libertà): non è ancora certo al 100%, ma qui perdiamo classe cristallina. Questo addio crea sgomenti plurimi a tutti i cronisti parlamentari: se ne va il principe indiscusso dei cambi di casacca, il campione olimpico di salto del fosso, la panacea certa per tutti quei gruppi parlamentari a rischio estinzione. Nella sola legislatura n°17, dieci cambi di canotta: lascia l’emiciclo per approdare alla leggenda.

EDOARDO NESI (Misto): lo scrittore premio Strega 2011, quando si candidò con Monti, annunciò che la visione romantica della politica lo avrebbe condotto a mirabili traguardi. Cinque anni dopo sostiene che preferirebbe auto-frustarsi a ritmo di brani power metal ri-arrangiati da Arisa pur di non passare un solo altro mese nel palazzo. Vederlo là in mezzo è stato come assistere a un’impala schiaffata in una gabbia di pantere maculate.

VINCENZO D’ANNA (Ala): lacrime. Il personaggio (con Razzi) forse più irresistibile della legislatura appena conclusa. Il suo slang da commissario Winchester dei Simpson, la sua ars oratoria da film di Totò e le sue smargiassate da “sgherro” guascone ci hanno fatto sognare. Il braccio destro di Verdini, maestro di sessismo e machismo, è presidente dell’ordine nazionale dei biologici e non si ricandiderà, ma nei nostri cuori rimarrà vivo e lotterà per sempre insieme a noi.

UGO SPOSETTI (Pd): pure qui, chapeau. Ha conquistato il suo posto in Champions League: è riuscito a non far passare la legge sui vitalizi, oltretutto proposta dal suo collega di partito Richetti (che, scommettiamo, l’ex tesoriere dei Ds ignori persino chi sia). Il “baffo” di Tolentino, fiero portacolori della casta, considera Renzi una sorta di guitto viziato in deficit di sganassoni. Non se l’è sentita, però, di seguire D’Alema fuori dal recinto Dem. Alcuni suoi interventi in Aula sono prosa dadaista assoluta.

MAURIZIO SACCONI (Energie per l’Italia): l’ex ministro del Lavoro di Berlusconi, esausto dei deliri di Brunetta e delle farneticazioni di Gasparri, mollò già a inizio legislatura l’ambaradan berlusconiano. Prima per salire sulla carrozza di Alfano, poi sulla diligenza mai partita per davvero di Parisi. Nell’ultimo anno si è persino legato al suo acerrimo nemico Cesare Damiano, ministro del Lavoro di Prodi, nella crociata anti-boeriana contro l’aumento dell’età pensionabile. E’ un altro che ad oggi considera lo stare nel palazzo cosa molto simile a una colica renale: niente candidatura.

MARINO MASTRANGELO (Misto): ricordate? E’ il dinoccolato senatore che per primo fu cacciato a pedate dal M5s per aver concesso un’intervista tv, nell’epopea in cui Grillo e Casaleggio mettevano in ginocchio sui ceci chiunque prendesse anche soltanto un deca in compagnia di un giornalista. Fu memorabile quando paragonò Crimi a “Kim Jong Un” e diede della squilibrata alla Taverna. Poi però sono arrivati tre anni abbondanti di anonima salamoia.

MARIA CHIARA CARROZZA (Pd): nessuno se lo ricorda (forse neppure lei), ma fu ministro dell’Istruzione nel governo Letta. “Voglio tornare a lavorare” – ha ripetuto più volte in loop. Confermando di ritenere quello di parlamentare, appunto, un hobby alla stregua del Bridge, della Briscola o del Pilates.

MANUELA REPETTI E SANDRO BONDI (Misto): l’amoreggiare sugli scranni dei due piccioncini ex ultras di Silvio e ora fans sfegatati di Renzi è ai titoli di coda. Il poeta cantore del dioscuro di Arcore e la sua amata continueranno beati e indisturbati a limonare duro al di fuori del palazzo: la storia si incaricherà di non scomodarli mai più.

ANGELINO ALFANO: chiudiamo col più alto in grado. E’ la personificazione del “miracolo italiano”: senza alcun tipo di lampo, brillantezza, segno particolare o esperienza lavorativa pregressa degna di tale nome, come si possa essere ministro per dieci anni ininterrotti è un mistero glorioso. Nonostante l’appeal politico pari a quello di un portaombrelli, la capacità di combinare casini peggio di un Gian Burrasca 4.0 (leggi: caso Shalabayeva), la sistematicità nel condurre esperienze partitiche nel baratro (Ncd, Ap, poi lo hanno stoppato), ciò non gli ha impedito di salellare qua e là tra i tre ministeri di più alto prestigio (Giustizia, Interno, Esteri). La sua parabola ci impressiona da un lato e ci rincuora dall’altro: se ce l’ha fatta lui, ognuno di noi può ambire al ruolo di Segretario Generale delle Nazioni Unite.

Valerio Mingarelli