LA POLITICA DELLE RISSE E DELLE SPESE PAZZE- di Alessandro Moscè

Tra esponenti del Pd e di Sel scoppia la rissa in piena notte. Non siamo in mezzo ad una strada, ma nel Parlamento italiano. E’ caos sulle riforme, ma peggio ancora in aula mentre la seduta si sta svolgendo ordinariamente alla presenza di una schiera di commessi. Volano insulti, urla, qualcuno spintona, altri si prendono a cazzotti. Insomma, scontri ben oltre il lecito. Lo stesso giorno la Regione Marche piomba nella bufera per le spese pazze. I capi d’imputazione riguardano il reato di peculato e colpiscono gran parte delle frange politiche. Scontrini con cui venivano pagate sigarette, stendini, frigoriferi, libri hard, cene e quant’altro al di fuori dell’attività istituzionale, a quanto pare. La magistratura farà il suo corso. Siamo al solito ritornello della politica di casa nostra, non credibile e soprattutto sempre sopra le righe. Un evento tira l’altro, dopo il boom della “terra di mezzo” romana e un caso che ha dell’incredibile maturato all’ombra del Cupolone. Stavolta non si può nemmeno tirare in ballo l’onestà e la disonestà, la moralità, il rigore di qualcuno e il male annidato solo da una parte, come la strumentalizzazione di prassi vorrebbe. La politica uniforma anche negli atteggiamenti, da destra a sinistra. Se la capitale è infetta, anomalie si registrano un po’ dappertutto. E allora, che fare? Ripartire da capo, eliminando le mele marce. Certo, ma come? E quando procedere, come nella vicenda marchigiana, se siamo alla vigilia della tornata elettorale? La riflessione da fare, probabilmente, è più ampia. La politica è una fetta consistente dell’Italia che non va, ma il marcio annida ovunque. La corruzione, il peculato, la truffa sembrano essere un problema cronico della società. Già conosciuti e oggetto di pubblico dibattito presso i romani, non hanno mai smesso di scandire il susseguirsi delle vicende storiche del nostro paese. Ricordiamo la vendita delle indulgenze ai tempi di Papa Leone X, che generò, per ripulsa, la Riforma protestante, per passare in anni più recenti, allo scandalo della Banca Romana che travolse il governo Giolitti nel 1892-‘93 (e di cui parla anche Pirandello), per arrivare allo scandalo delle tangenti nei primi anni Novanta del Novecento, che ha coinvolto imprenditori, che ha decimato la Prima Repubblica e interi partiti di governo. Sembra che ci appartenga un male endogeno ed inestirpabile, impossibile da debellare in ogni epoca. Il virus dell’onnipotenza e dell’arroganza degenera. Giampaolo Pansa, noto giornalista, lancia una provocazione per monitorare il dramma: legalizzare le tangenti. “E’ una frase scritta per disperazione”,  afferma. Un’opzione drammatica e suicida, ma aggiunge ancora Pansa: “Se sotto un cartello che vieta di fumare si radunassero due persone, verrebbero multate. Ma se convogliassero cento persone il cartello verrebbe rimosso”.

Alessandro Moscè

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