COME CAMBIA IL LINGUAGGIO – di Alessandro Moscè

A sentire Matteo Renzi, ma soprattutto Papa Bergoglio, rispetto ad un recente passato, quando un premier politico e un pontefice si esprimevano pubblicamente, sembrano passati secoli. Cito alcune frasi di Renzi: “Ogni angolo della città deve scatenare un sentimento in chi vuol fare il sindaco. Altrimenti ha sbagliato mestiere”; “Se passi da bischero non hai diritto neanche alla compassione”; “Se fallissi tornerei a casa. E allora? Chi se ne frega?”; “Bisogna sapersi mettere in gioco. Se vuoi una garanzia allora comprati un tostapane”. E quindi Papa Francesco: “Non fate figli come i conigli”; “Se qualcuno offende mia madre gli do un pugno in faccia”. Insomma, il linguaggio cambia, diventa temerario, sintomatico. Sono stati finalmente sconfitti il politichese e una moralità che trasudavano retorica. Era l’unico modo, nell’era della comunicazione, per parlare alla gente con schiettezza. Senza veli, senza dubbi interpretativi, senza banalità di maniera. Essere al passo con i tempi significa capire le esigenze radicali che provengono dal popolo, non da un’élite. La forma, spesso, è già sostanza. Cambia il linguaggio perché cambiano i mezzi attraverso i quali esprimerlo: è curioso sapere che i parlamentari che hanno un profilo su Twitter sono 620, ovvero il 65% del totale. I più presenti risultano i deputati (70%), mentre sono solo poco più della metà i senatori. Un fattore probabilmente legato anche all’età anagrafica. Ma non è tutto oro ciò che luccica. L’attenzione si sposta sempre di più verso i social media: siamo ormai nell’Italia del network. L’antropologo Marino Niola nel suo libro Hashstag (Bompiani 2014) afferma che “i grandi passaggi epocali hanno sempre prodotto un sobbalzo nella lingua, un cambio di regime e di destinazione delle parole, nonché del loro rapporto con la realtà. In breve le parole vengono ormai a noi, per parlare in nostra vece. La nostra mente si adegua per riformattare il senso di ciò che si intende dire su forme e spazi che diventano i motori del moderno modo di comunicare. Corpo e tecnologia, scrittura e identità collettiva imprimono una sterzata: ma tutto ciò ci migliora? Ci rende più preparati o più ignoranti? Certamente i social network non migliorano la nostra cultura e la nostra professionalità. L’impressione è che si navighi con facilità per essere in contatto con il mondo, ed è un bene, ma sottraendo tempo allo studio, all’approfondimento e al sapere. Si va poco in profondità. Oggi siamo tutti surfisti, e a volte non basta.

Alessandro Moscè

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