QUANDO SI DICE A FAGIUOLO – di Laura Trappetti

Da un paio d’anni ho il privilegio di coltivare un orto familiare di discrete dimensioni  e assicurarmi frutta e verdura più sane e fresche. Essendo io cittadina, poco avrei potuto fare senza il prezioso supporto di conoscenza dei vecchi di casa. Un giorno sono venuta a contatto con i legumi da semina (fagioli, fave, piselli) e con sorpresa ho scoperto che sono fucsia!  Non è qualcosa legato alla natura, il colore è dato da una polverina purpurea che tinge anche le mani. Per gli anziani nessun rischio,  così, anche per non voler fare la saputella,  ho pensato a qualcosa di simile all’acqua ramata per le viti e mi sono tranquillizzata. Per caso, navigando qua e là, ho letto di semi trattati e semi non trattati e mi sono incuriosita. Quando scorgo la possibilità di una scelta, mi incuriosisco sempre: se esiste una scelta, allora necessariamente ci deve essere una possibilità che è migliore di un’altra. Così ho scoperto che la polverina rossa si chiama Thiram ed è un fungicida che risparmia le neonate piantine da possibili marcescenze. Quello che è interessante è che le sementi in eccedenza trattate non possono essere mangiate e devono essere smaltite come rifiuti tossici. Tossico dunque. Superfluo dire che ora che lo so, cercherò di utilizzare semi non trattati, ma già so che la cosa più complicata sarà convincere i miei anziani maestri ortolani che la mia scelta non è un’esagerazione fanatica. Ingenuamente spesso si pensa a stili di vita più sani rivolgendosi ai saperi degli anziani; attenzione perché per molte cose non è così. Le generazioni che ci precedono spesso sono state vittime del falso mito della modernità che dal dopo guerra ad oggi, non solo ha convinto i più che tutto il progresso è buono, ma che per progredire bisognava affrancarsi da un’idea del mondo agricolo che voleva i “terrones” nostrani come arcaici e pezzenti. Eppure a pensarci bene, escludendo lo sfruttamento e la mezzadria, l’autonomia alimentare dei contadini poteva essere e talvolta è stata, presidio di libertà. Credo che la questione sia proprio questa: risorse e libertà, coltivare entrambe le cose. Perché non seminare anche un modello di democrazia che riveda l’accesso ad acqua, cibo, energia, salute e dignità? Attendo vigorosi germogli di beni comuni.

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