I LAUREATI STANNO A CASA – di Alessandro Moscè

I recenti dati Eurostat non lasciano spazio all’immaginazione: la situazione occupazionale dei più giovani, in Italia, resta assolutamente difficoltosa. Anzi, a livello europeo, il nostro paese occupa le posizioni più basse della classifica per laureati e diplomati. Poco più di metà dei laureati italiani (52,9%), infatti, ha un lavoro entro tre anni dalla laurea: il dato peggiore nell’Unione europea dopo la Grecia. E’ quanto risulta dalla statistica Eurostat secondo la quale la media dell’Ue nel 2014 è dell’80,5%. Per i diplomati la situazione è peggiore con solo il 30,5% che risulta occupato a tre anni dal titolo (40,2% nei diplomi professionali). Nel complesso le persone tra i 20 e i 34 anni uscite dal percorso formativo e occupate, nel 2014 erano il 45% contro il 76% medio in Europa. In particolare il dato complessivo è lontano da quello tedesco (90%) e britannico (83,2%), ma anche da quello francese (75,2%). L’Italia è in ritardo sia sull’occupazione dei diplomati (per i diplomi non professionali si registra appena il 30,5% di occupati a tre anni dal titolo contro il 59,8% medio Ue e il 67% della Germania) che su quella dei laureati. E’ colpa del sistema, della recessione o delle università? C’è stata sempre una distanza evidente tra il mondo della formazione e quello dell’occupazione, realtà spesso inconciliabili. Ma il dramma è che la fase recessiva del modello economico-imprenditoriale italiano, da dieci anni, non consente più un’offerta consona alla domanda. Dunque raddoppia il tasso di disoccupazione. Le cose potrebbero migliorare in un mercato del lavoro con tempi lunghi di inserimento e valorizzazione del capitale umano, ma intanto la percezione della laurea inutile prende piede tra i 19enni: solo 3 su 10 si iscrivono all’università e uno su 6 abbandona dopo il primo anno. La deteriorata situazione finanziaria delle famiglie italiane rischia di scoraggiare i giovani dall’intraprendere gli studi. In un contesto del genere, oltre ad un’efficace politica di orientamento, occorre che il sistema torni ad investire in un settore strategico come quello dell’istruzione e delle politiche per il diritto allo studio. Ma nel 2016 sembra di parlare una lingua incomprensibile.

Alessandro Moscè

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