News

Lavoro: L’intervista al consulente e formatore Franco Ferrazza

Spazio di approfondimento dedicato al mondo del lavoro con il dottor Franco Ferrazza, che da circa vent’anni collabora con le aziende a migliorare le risorse umane, supportandole dalla selezione alla formazione. Consulente HR con esperienza pluridecennale, è stato manager delle HR e direttore del personale in aziende multinazionali come Siemens Medical Solution, New Century, Shard, Medical System.  Classe 1965, dal 2000 svolge con passione l’attività di libero professionista come consulente di direzione e formatore. Collabora e ha collaborato, tra gli altri, con realtà come: Indesit Company, Huntsman Spa, Tecnologie Galvaniche Innocenti, C2C, Gi Group, Università di Camerino, Camplus, Cometa Formazione, HC Training, l’Ordine degli Ingegneri di Milano. Dal 2022 è membro dell’Associazione Italiana Formatori e dell’Associazione Italiana Coach Professionisti e tra i cofondatori del Centro Sviluppo Occupazione (CSO), associazione a sostegno delle persone nella ricerca del lavoro, e presidente della sede di Roma. Nel ruolo di Coach Lazio supporta il coordinamento e lo sviluppo delle sedi su tutto il territorio nazionale.

Dottor Ferrazza, il distretto industriale fabrianese sta vivendo momenti drammatici con le crisi della società “Giano” e Beko. Cosa possiamo dire ai lavoratori che stanno affrontando questa difficile fase della loro vita lavorativa?

La situazione che vivono i lavoratori colpiti da queste crisi è oggettivamente difficile, e non serve edulcorarla. Ma proprio nei momenti più duri è importante che emerga la forza di una comunità. Lo abbiamo visto anche nel caso della cartiera: un evento doloroso, ma che ha aperto a un piano di supporto e ricollocamento che ancora oggi è in atto. Non è automatico, serve il coinvolgimento della comunità, delle istituzioni, del tessuto imprenditoriale, del volontariato, del no profit. Come è emerso chiaramente durante il convegno “Lavoro &Dignità”, organizzato dalla Diocesi e Caritas di Fabriano Matelica con l’Ambito 10, non basta indignarsi: occorre lavorare insieme. Il Vescovo Massara ha usato un’immagine chiara: è la montagna che lavora insieme che può affrontare la salita. E anche se “l’albero che cade fa più rumore della foresta che cresce”, è nella foresta che dobbiamo investire, perché è lì che sta il futuro.

In base alla sua esperienza e visione, cosa non ha funzionato a livello occupazionale nel nostro comprensorio?

Ci siamo un po’seduti sulla storia. Abbiamo pensato che la forza industriale del territorio sarebbe bastata da sola. E invece, in un mondo che cambia alla velocità che vediamo, se non ti trasformi, vieni travolto. Ci sono stati errori di pianificazione industriale, di visione, ma soprattutto è mancata una regia territoriale. Le singole imprese, pur con tutte le difficoltà, non possono reggere da sole. Oggi serve un disegno collettivo, una corresponsabilità tra imprese, istituzioni, scuola, mondo del volontariato e cittadinanza. Il lavoro non si crea per decreto: si genera da relazioni vere, da investimenti condivisi, da visioni lunghe.

Lei si occupa di organizzazione del lavoro e formazione. Quanto contano l’orientamento ed il metodo nella ricerca del lavoro?

Contano tutto. Cercare lavoro è un lavoro. E va fatto con metodo, accompagnamento e lucidità. Non si può affrontare la transizione lavorativa con strumenti di vent’anni fa o con l’illusione che basti mandare qualche curriculum. La persona va aiutata a conoscere sé stessa, a leggere il contesto, a immaginarsi dentro un cambiamento. Durante il convegno “Lavoro & Dignità”, abbiamo presentato un questionario, elaborato insieme alla Caritas, rivolto alle aziende del territorio: volevamo capire se, come e quanto fossero disponibili a fare la loro parte nell’accompagnamento di persone disoccupate. Le risposte ricevute mostrano che non mancano le opportunità, ma servono ponti, accompagnamenti, azioni concrete. Come dice un aforisma attribuito a San Francesco “Inizia a fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso ti sorprenderai a fare l’impossibile”.

L’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale impatterà sul mercato del lavoro? Sarà possibile una convivenza?

Impatterà, e lo sta già facendo. Ma l’IA non è un mostro da combattere, è una trasformazione da comprendere e accompagnare. Lo scenario futuro è quello di una convivenza, se ci attrezziamo. Le competenze richieste cambieranno, alcune professioni spariranno, ma ne nasceranno altre. Serve una formazione continua, serve una mentalità aperta. Il territorio fabrianese ha una base culturale e operosa che può cogliere questa sfida, se mette insieme scuola, impresa, giovani e adulti. Anche qui: serve una visione e un metodo.

È attivo nel volontariato presso il CSO, offrendo supporto a chi cerca occupazione. Quali sono le difficoltà che le vengono rappresentate da chi non riesce a trovare un’occupazione nel territorio fabrianese e non solo?

La prima difficoltà è il disorientamento. La seconda è la solitudine. La terza è la perdita di fiducia. Chi perde il lavoro spesso non sa da dove ripartire, e fatica a raccontarsi. Ma quando trova uno spazio di ascolto, si riattiva. Non è retorica. Basta poco: un incontro vero, un suggerimento giusto, una porta aperta. Mipermetto di citarmi con un’immagine che uso spesso: “Se vuoi un minestrone perfetto servono 18 verdure. Ma se vuoi mangiarlo tutto l’anno, usa le verdure che hai: potresti sorprenderti di sapori inaspettati”. La bellezza sta nel fare bene con ciò che si ha. Anche nel lavoro.

Lo scorso novembre ha partecipato appunto al convegno “Lavoro &Dignità” sulla situazione del lavoro a partire dal Rapporto delle Povertà 2023. Un suo pensiero in merito ai risultati di questo rapporto?

Il rapporto ci ha restituito un dato semplice e grave: la povertà è sempre meno visibile e sempre più diffusa. Ma il dato più importante è che, anche davanti a questo, il territorio sta reagendo. Il convegno ha mostrato come realtà diverse, con storie e approcci differenti, possano costruire risposte comuni. L’immagine che mi porto a casa è proprio questa: una comunità che non si gira dall’altra parte. Che ascolta, propone, coinvolge. La Caritas, le istituzioni, le imprese, le associazioni: tutte insieme per dire che nessuno deve essere lasciato solo.

La preoccupazione di molti lavoratori, che vedono a rischio il loro posto di lavoro ad un’età non più giovane, è la difficoltà di non riuscire a ricollocarsi dal punto di vista lavorativo. In che modo è possibile rimanere impiegabili?

Rimanere impiegabili vuol dire restare docili al cambiamento. La parola può suonare strana, ma è potente: docilità vuol dire disponibilità ad apprendere. Chi si mette in gioco, anche a 50 o 60 anni, ha molte più possibilità di chi si chiude. Certo, serve accompagnamento, serve una formazione accessibile, serve che le imprese investano. Ma c’è anche una responsabilità personale: non si tratta di aspettare che qualcosa accada, ma di mettersi in movimento. E quando ci si mette in cammino, si scopre che qualcuno è pronto a camminare con te.

I giovani si formano spesso lontano dalla loro terra di origine e raramente ritornano a causa della mancanza di prospettive lavorative. Come si può arginare la cosiddetta “fuga di cervelli” ed auspicare un’emigrazione al contrario?

Bisogna tornare a costruire motivi per restare. O per tornare. La fuga non si argina con la nostalgia, ma con la proposta. Se un giovane vede che nel territorio si può lavorare, crescere, costruire qualcosa, resta. O torna. Serve un’alleanza educativa, formativa e produttiva. Servono imprese che investano e istituzioni che facilitino. Serve un racconto diverso del territorio: non solo quello della crisi, ma anche quello della possibilità.

Apprendistato e borse lavoro. Possono essere visti come strumenti di potenziamento nell’ottica della strategia di impresa e del potenziamento delle competenze?

Non solo possono: devono esserlo. Se strutturati bene, con regole chiare e tutoraggio serio, apprendistati e borse lavoro sono ponti concreti tra scuola e lavoro, tra disoccupazione e impiego. Devono diventare parte integrante della strategia d’impresa, non un favore o un riempitivo. Sono strumenti importanti quanto i tirocini e tutto ciò che aiuta ad accompagnare i giovani, ma non solo. Perché il cambiamento riguarda tutti, e quindi anche la necessità di guardare al life long learning come uno zaino da portare con sé lungo il viaggio del lavoro e della vita. La mia storia con Fabriano nasce proprio da un progetto realizzato con Indesit nei primi anni Duemila: accompagnamento, formazione, orientamento. Da lì è nato un legame che è cresciuto negli anni con la collaborazione con il CSO, con Elica su un progetto per gli apprendisti, e oggi con le aziende del territorio e la Caritas. Un legame fatto di incontri e lavoro comune, che mi ha restituito molto più di quanto abbia dato. La mia esperienza mi dice che solo accompagnando bene un apprendista, una persona, un disoccupato, possiamo generare vero cambiamento. E dignità.

Gigliola Marinelli