FABRIANO, BASKET E VINCISGRASSI…

Ma questi sono i vincisgrassi o le lasagne? Nasce da questa domanda, da questa battuta, l’idea di scrivere quest’articolo discettando su un piatto tanto caro ai marchigiani, i vincisgrassi, e le emiliane lasagne, e non solo.
Il tutto su Facebook, io a Fabriano e il mio interlocutore a oltre 9000 km di distanza, a Portland, in Oregon, sulla west coast, la costa occidentale, sull’oceano Pacifico, negli Stati Uniti. L’interlocutore si chiama Vincenzo Nunzi (foto), che in gioventù, all’inizio degli anni ottanta, poco più che ventenne, Alberto Bucci volle con se proveniente dal fiorente vivaio di San Giovanni Valdarno, per costruire la squadra che poi in due anni avrebbe regalato a Fabriano la serie A1. Era la stagione 1980-81, quella della promozione in serie A1 sfuggita per un soffio.

La storiografia racconta di come fosse stato l’acquisto più costoso all’epoca dell’Honky, fu pagato, infatti, 100 milioni di vecchie lire. Vincenzo, classe 1961, nativo di Pontassieve nel fiorentino, fece un salto dalla serie C alla serie A2. In realtà Vincenzo, rientrò nell’affare tra San Giovanni Valdarno e Fabriano che vide approdare in riva al Giano, l’anno precedente il play Francesco Mannella. Era un prospetto interessante, veniva da un vivaio di altissimo livello come quello di San Giovanni Valdarno, che nel 1976 si era fregiato del titolo italiano Cadetti e scelse Fabriano, anche se c’era l’interessamento forte nei suoi confronti da parte di Verona. Poi la carriera di Nunzi dopo Fabriano è stato un susseguirsi di squadre tra l’Emilia Romagna a Forlì, dove si trasferì nel campionato 1982-83, insieme all’idolo dei tifosi fabrianesi Leonardo Sonaglia, la Toscana a Siena e le Marche a Porto Sant’Elpidio e Civitanova.

CHE RICORDI HAI DEL PERIODO DI FABRIANO?
“Abbiamo vissuto, ho avuto la fortuna di vivere un periodo d’oro per il basket italiano forse non pienamente colto all’epoca. Ho dei ricordi splendidi, meravigliosi, un grande rapporto con le persone, si viveva da Dio, anche il gruppo della squadra era cementato. Eravamo tutti amici, il buonumore accompagnava la squadra, mi ricordo ancora ad esempio le torture del professor Franco Rosei, il preparatore atletico della squadra, ma era la giusta conseguenza per gli obiettivi che volevamo raggiungere. L’obiettivo della squadra andava oltre. La squadra, il collettivo era quello che contava, Bucci sapeva tenerci sempre su di giri e avevamo una serenità di spirito che era una delle armi i più. Unico rammarico personale, dal punto di vista professionale, aver giocato nei due anni a Fabriano poco o niente, ma Alberto Bucci, grande allenatore, grande persona, aveva una visione non espansiva nei confronti di noi giovani, preferiva affidarsi ai più collaudati e navigati elementi con esperienza. La squadra era stata costruita da Alberto, con un’idea ben precisa… vincere… E così avvenne. Personalmente ho imparato a stare in un gruppo affiatato, cementato, unito tipo uno per tutti e tutti per uno, sono rimasto in contatto con Alessandro Gambelli (recentemente scomparso n.d.r.), ma anche con Maurizio Lasi, Massimo Casanova, Mark Crow, Gianni Tassi con i quali ci sentiamo spesso e volentieri”.
“Per me Fabriano, per la mia filosofia di vita, era un posto idilliaco, io amante della natura mi trovavo spesso a passeggiare sul monte Cucco, oppure sul Catria, oppure essendo amante del cibo anche a Gubbio e zone limitrofe. Ancora ricordo con grande piacere il calore dei fabrianesi, eravamo adorati perché avevamo portato l’interesse per il grande basket, in una zona che era priva di attrazioni cestistiche di alto livello”. All’epoca Fabriano era definita la Cantù dei poveri, riusciva a portare il 10% della popolazione nelle gare casalinghe e spesso e volentieri, 500 appassionati assistevano agli allenamenti della band di Bucci.
“Spesso e volentieri – ricorda Vincenzo- la domenica mattina dopo la messa facevamo la passeggiata per il corso quando si giocava in casa e mi ricordo che in più di un’occasione s’incontrava Vittorio Merloni che ti chiedeva come stavi, come andava, incredibile, veramente incredibile”.
“Una volta erano ospiti i miei genitori e a mio padre capitò di parlare con il signor Vittorio Merloni e ne rimase letteralmente entusiasta, non capitava tutti i giorni di parlare a tu per tu con quello che era all’epoca il presidente di Confindustria”.
Vincenzo oltre al basket aveva un’altra passione e un altro talento che era quello della cucina. Cosicché nel 2014 si trasferì negli Stati Uniti d’America dapprima a Dallas e poi a Portland, dove ha lavorato in ristoranti gestiti da italiani. Poi ecco il lockdown per il covid, durante la pandemia Vincenzo in quei periodi che comunque il governo americano aveva supportato economicamente, con dei ristori efficaci, decise di cambiare radicalmente il proprio mondo del lavoro e di mettersi in proprio. Lavorando per privati, per aziende, ma anche per chi vuole ed ha piacere di capire anche la cucina italiana fino in fondo. Recentemente è stato invitato in una scuola, per raccontare la cucina italiana.
Ed ecco che anche qui riaffiorano i ricordi dei periodi passati a Fabriano e nel centro Italia. “A Fabriano mangiavo spesso al ristorante La Marchigiana, esiste ancora? facevano dei vincisgrassi che me li sogno ancora la notte… Così come mi sogno il ciauscolo, ma è impossibile da importare in America per le restrizioni profonde. Vorrei provare a rifarlo per conto mio, così come faccio per le salsicce toscane, ma non è semplice trovare gli ingredienti, cercherò di farlo aggiustando i sapori”.
“Ma le cose che cerco di fare apprezzare agli americani sono anche il coniglio in porchetta, la crescia sfogliata di Urbino, la crescia con il formaggio, i ravioli alla marchigiana, il pesce come ho imparato ad apprezzare a Civitanova e a Porto Sant’Elpidio con il padellone e la matriciana, rivisitata e che ho chiamato con il nome de l’ amarchigiana”.
“Un lavoro costante e quotidiano, per cercare di far capire chi siamo e cosa è la nostra cucina, anche se non è semplice da parte degli americani capire certi piatti. D’altronde Portland è riconosciuta come la città americana del cibo, della gastronomia, tanto da essere gemellata dal 2003 con Bologna e nei supermercati di questa metropoli il cui conglomerato urbano raggiunge complessivamente i 3 milioni di anime, si possono trovare abbastanza facilmente anche dei vini italiani.
“La cucina che propongo qui in America, è connessa con la mia esperienza “baskettara” e in parte “spirituale” (Assisi/Umbria)….quel Crinale, dove si incontrano, Romagna, Toscana, Umbria e Marche….”
In pratica un ambasciatore, un divulgatore della cucina italiana e di quella fabrianese e marchigiana in America.
“Io e mia moglie Deborah, abbiamo in mente di fare un lungo viaggio in Italia, verso ottobre di quest’anno, vorrei fargli conoscere anche i luoghi in cui ho sviluppato la mia carriera di giocatore. E sicuramente una puntatina la dedicherò anche a Fabriano”.

Stefano Balestra

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