Fondazione Carifac, gli otto anni di presidenza di Marco Ottaviani

Fabriano – All’avvicinarsi della scadenza del mandato da Presidente della Fondazione Carifac, dopo otto anni di attività, il dottor Marco Ottaviani racconta ai nostri lettori questo percorso impegnativo ma anche molto gratificante a livello personale.  Una presidenza giunta in un difficile momento di transizione, in cui la vicenda Veneto Banca ha inciso profondamente, lascia il timone di una Fondazione rinnovata, non più soltanto ente erogatore passivo ma parte attiva nel panorama sociale, economico e culturale di Fabriano e del comprensorio in cui canalizza da decenni la propria attività.

Presidente, tra qualche mese scadrà il suo mandato alla guida della Fondazione Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana. Ha tracciato un personale bilancio riguardo il suo operato in seno alla Fondazione?

È stata un’esperienza bellissima per la quale ringrazio tutto il personale e gli organi statutari della Fondazione che mi hanno supportato e direi, sopportato, in questi otto anni d’attività. Sono arrivato nel momento più difficile della Fondazione, subendo impotenti, per le note vicende di Veneto Banca, il dimezzamento del patrimonio ma forse, anche per questo, la sfida è stata un’esperienza ancor più coinvolgente. Oggi penso che lasciamo, nonostante tutto, una Fondazione con una sua precisa identità, garantendo anche un minimo di capacità erogativa sul nostro territorio. Da una parte le economie operate con la riduzione del Consiglio d’Amministrazione da 9 a 6 componenti; dell’Organo d’Indirizzo da 18 a 12, dell’Assemblea dei soci da 120 a 90, la soppressione dei gettoni di presenza per il CdA, la riduzione delle medaglie per l’ODI. Dall’altro, l’implementazione di procedure gestionali e linee guida erogative che hanno introdotto la proporzionalità del nostro sostegno alla rendicontazione delle attività proposte ed agli indicatori di esito. Una Fondazione non più mero erogatore passivo di risorse, ma proattiva, che ha proposto e condiviso una sua visione del nostro territorio provando a strutturare e guidare un nuovo percorso. Aperta a tutta la città e soprattutto con una recuperata identità nelle relazioni nazionali. Due direttrici prevalenti d’azione: il sistema formativo delle nostre future generazioni e il brand Fabriano, mai abbandonando il welfare.

Durante il suo mandato la Fondazione ha vissuto anche il felice momento dell’Annual Meeeting delle Città Creative Unesco 2019. A più di un anno di distanza, ritiene che la città di Fabriano abbia saputo cogliere l’importanza ed il valore di questa importante vetrina internazionale?

La Città Creativa dell’Unesco è una filosofia di sviluppo di una Comunità. Fabriano è stata la seconda Città italiana, dopo Bologna, ad avere questo prezioso riconoscimento e ciò grazie agli sforzi operati da Francesca Merloni e dalla sua famiglia. Per essere efficace, deve essere condivisa con tutti gli attori del territorio ed in particolare con gli enti pubblici ed il tessuto produttivo. La potenzialità del brand UNESCO è impressionante ma questo, penso, sia stato poco compreso. Porre in rete quasi 250 città del mondo che hanno identificato la creatività come elemento strategico per lo sviluppo urbano sostenibile è un’opportunità in campo relazionale che non ha eguali. E l’Annual Meeting 2019 è stato sicuramente in tal senso, la consacrazione internazionale. È il Comune, ora, che non deve disperdere questo valore.

Parliamo del progetto che ha visto la luce durante la sua presidenza, Carifac’Arte srl, società strumentale della Fondazione Carifac. Come è stata la genesi e quali gli sviluppi nel tempo di questa società operativa nel settore della promozione e valorizzazione delle diverse iniziative culturali del territorio?

La Carta è il brand principale della nostra Città. Forse lo sanno tutti meno che i fabrianesi. O forse è così invalso nella nostra tradizione da darlo semplicemente per assodato. Da qui la necessità di reinvestire nella nostra storia. Carifac’Arte è la società strumentale creata con tale proposito. E perché la memoria si traduca in progetto è indispensabile la trasmissione culturale generazionale; da qui la Scuola Internazionale di Antichi Mestieri per il recupero di figure artigianali del mastro cartaio e del filigranista. Saper fare ha necessità di essere poi declinato con il poter fare. Quindi una rete di relazioni internazionali con attività commerciali per il sostegno alla produzione con accordi con i principali musei del mondo e di realtà nazionali quali ad esempio l’Ente Fiera Internazionale del Tartufo. Poter fare va infine declinato anche nell’accezione di dover fare conoscere e di qui il sostegno alla Pia Università dei Cartai per concorrere all’iscrizione del saper fare filigrana nel registro del patrimonio culturale immateriale dell’Umanità dell’Unesco.

Progetto Zona Conce, uno spazio storico restituito dalla Fondazione alla città di Fabriano attraverso un intervento di recupero e valorizzazione architettonica. Come si sostanzia questo recupero di Zona Conce e con quale mission?

Zona Conce vuol essere uno spazio logistico di posizione nella nostra Città che va in sinergia con il recupero del fiume Giano e che tenta di ampliare il perimetro del centro storico. È la traduzione del senso che è base dell’essere Città Creativa. Ma è anche il superamento della semplice conservatoria che prevale in ambito culturale. Si fa a gara a recuperare complessi e palazzi storici di cui però poi si getta la chiave. Uno spazio espositivo per celebrare gli artisti locali, uno spazio di sperimentazione creativa con l’officina di Carifac’Arte, un centro formativo con l’aula multimediale ed infine, uno spazio di aggregazione e di socializzazione aperto a tutti ed impreziosito dalla recettività enogastronomica curata da RistorArt. Ecco il perché di una Zona.

Fabriano in questi ultimi anni ha subito un profondo cambiamento. Oltre alla crisi economica ed occupazionale che ha stretto in una morsa il comprensorio, anche a livello politico gli elettori hanno scelto il cambiamento. Dapprima con un’Amministrazione cittadina a guida Movimento Cinque Stelle, fino ad approdare ai risultati delle ultime elezioni regionali in cui abbiamo assistito alla vittoria del Centro-Destra con il nuovo Governatore Francesco Acquaroli.  In base alla sua esperienza politica, ha dato una chiave di lettura a questo cambiamento?

La chiave di lettura, purtroppo, la danno i numeri. Quelli dell’occupazione, quelli del calo demografico, quelli del valore delle unità immobiliari. Numeri che hanno condotto le Marche a Regione di transizione. L’alternanza è la base della democrazia e quindi, leggendo proprio quei numeri, è normale che si sia cercato il cambio di passo. La vedo semplicemente come una cosa naturale fintanto cha saremo noi, popolo, a votare.

E’ stato fondatore del Movimento politico Polo 3.0, ha ricoperto la carica di consigliere di opposizione nella pubblica assise cittadina. Come è cambiato secondo lei il modo di fare politica e quanto l’avvento dei social ha contribuito in questo “processo di mutazione” della comunicazione politica stessa?

Il Polo 3.0 era ed è un movimento civico con idee innovative per la Città che ha declinato, forse unico fra tutti i partiti, non solo una vera vision ma anche le modalità per applicarla attraverso l’affermazione della Comunità. E mi piace constatare che quasi dopo dieci anni, sia quanto mai attuale. E la politica, al contrario di quanto si possa pensare, è sempre la stessa. Paga il pegno della dinamicità sociale dell’oggi e degli strumenti di nuova acquisizione che hanno livellato verso il basso il livello del confronto. Ma i veri poteri restano immutati. Come diceva Stewart Brent “Molti di noi volevano cambiare il mondo cambiando la testa della gente ma è una perdita di tempo. Cambiate gli strumenti che la gente ha in mano e cambierete il mondo». Il Polo 3.0 ha un solo peccato originale. Non aver mai parlato direttamente alle pance dei cittadini; ma per far ciò avrebbe dovuto rinunciare alla propria missione. Non ha detto, come hanno fatto altri, ciò che i cittadini volevano che gli venisse detto, bensì ha sempre declinato ciò che, nella propria visione, sarebbe stato il meglio per la propria Comunità. Sta di fatto che di tutte le belle promesse, le verità etiche sventolate da altri, oggi non v’è più traccia. Se prometto di andare a Roma in un’ora ma poi ho solo il monopattino a disposizione, traetene voi le conclusioni. Forse c’era e c’è ancora bisogno di sola illusione.

Il dottor Marco Ottaviani tornerà a fare politica attiva al termine del suo mandato da Presidente della Fondazione Carifac?

Scusi, ma quando avrei smesso di fare politica?

Gigliola Marinelli

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