FIUME GIANO, “UNA VARIANTE SUBITO” di Giampaolo Ballelli

di Giampaolo Ballelli

Ho sempre pensato che un tecnico non si debba tirare indietro quando viene chiamato ad esprimere un parere su proposte e interventi che riguardano le città e il territorio. Ovvero quando questi progetti hanno attinenza con aree pubbliche che, in quanto tali, sono di tutti. Il grande architetto Louis Kahn sosteneva che, nel centro storico, anche le facciate dei palazzi privati sono “pubbliche”, in quanto elementi primari dello spazio urbano comune. Esprimo quindi delle idee non come architetto, ma da cittadino, convinto che la città sia un bene collettivo da amare e conservare. Un progetto che riguarda uno spazio pubblico deve essere – per quanto possibile – partecipato e condiviso. Seguo la questione del Piano di recupero del Giano da venti anni, ovvero da quando si concretizzò la possibilità di intervenire con un progetto e dei fondi. Il tratto di fiume che attraversa il centro storico fu “tombato” tra gli anni trenta e sessanta del secolo scorso per limitare il cattivo odore che ammorbava le zone intorno l’alveo. Questo accadeva perché nel fiume scaricavano tutte le fogne cittadine e le industrie, in primis le cartiere. Negli anni ottanta parte dei reflui degli scarichi furono convogliati direttamente al depuratore, ed anche le cartiere Miliani si dotarono di efficienti sistemi di depurazione. Le acque del nostro Giano tornarono abbastanza pulite, ma il guaio era fatto. La maggior parte dei fabrianesi, che storicamente tanto devono a questo piccolo corso d’acqua, lo considerarono poco più di una fogna e nulla o quasi sapevano di quella formidabile opera di architettura chiamata ponte dell’Aera. La città aveva smarrito il rapporto con il fiume intorno al quale era nata e cresciuta. L’evento sismico del 1997 portò lutti, danni, ma anche opportunità. Una di queste era, ed è, quel Piano di Recupero che interessa il tratto urbano del Giano. Quando il progetto vide la luce rimasi sconcertato; si prevedeva di coprire di calcestruzzo armato con fibre di carbonio tutti i ponti medioevali, compreso il ponte dell’Aera.

Il solaio di copertura del fiume veniva demolito solo per costruirne uno più solido, in calcestruzzo armato, tanto da parcheggiarci sopra le auto. Nei primi anni del duemila mi impegnai in prima persona per cambiare quel progetto, ma sembrava una lotta contro i mulini a vento. Il progetto non solo era sostenuto da una solida maggioranza in consiglio comunale, ma aveva ottenuto tutti i pareri positivi dagli enti preposti, perfino della Soprintendenza alle belle arti e paesaggio. Ci stavamo avviando verso l’ennesimo scempio del nostro centro storico quando, da una costola della associazione per il centro storico nacque, nel luglio 2012, il Comitato alla scoperta del Giano. La mia adesione alla nascita del Comitato fu convinta nei principi, scettica nelle aspettative. Il Comitato invece ribaltò la situazione, con convegni, con una capillare opera di informazione e una memorabile raccolta di firme. Una delegazione del Comitato, della quale facevo parte, si recò in Ancona in Soprintendenza. Alla riunione il Comitato espose le sue tesi e, nel giro di tre giorni, il parere favorevole fu non solo ritirato, ma si trasformò in una diffida al Comune ad intervenire con il calcestruzzo sui manufatti medioevali. Quando i lavori finalmente iniziarono si era radicata l’opinione che coprire di nuovo il fiume era sbagliato e pericoloso. Dal ponte delle Moline fino al ponte dell’Aera il Giano tornò a vedere il sole.

Il sentimento comune fu di meraviglia. Il fiume riprese subito il suo dialogo con il tessuto urbano, di nuovo si capiva il moto impresso ai volumi degli edifici. L’acqua restituì la dignità alla tipologia medioevale delle Conce. Anche i ponti tornarono al loro senso pieno di opera architettonica di alta ingegneria che da secoli unisce il quartiere Borgo di San Niccolò con il resto della città. Purtroppo del vecchio progetto rimasero le altissime ed inutili pareti laterali che hanno “incassato” il corso d’acqua in modo innaturale e divorato metri cubi su metri cubi di calcestruzzo. Muri che negano il fiume, ne rendono perfino difficile la vista con quel patetico maquillage di vernice colorata e il massiccio uso del Corten. Materiale in voga dal suono vellutato e francese, ma che rimane sempre ferro arrugginito. Una stratificazione di materiali di stile neo – neoclassico è un “top” di pietra bianca che stride con il contesto medioevale. Ma il problema ora è che gran parte di quanto si è fatto, nel bene e nel male, è orfano di una “variante urbanistica”. Abbiamo un Piano Particolareggiato Centro Storico Borgo che prevede altre cose.

Il progetto esecutivo (almeno pagato come tale) si è bloccato perché solo quando si è arrivati al ponte dell’Aera ci si è resi conto che la prevista condotta fognaria non può passare di lì. Per questo il 5 giugno del 2017 il Comitato alla Scoperta del Giano, con un blitz di attivisti, scese nel fiume per chiedere un impegno preciso a tutti i candidati a Sindaco: una variante al progetto. Ora è giunto il momento di dare alle parole, alle idee, ai convegni, ai cittadini che lo chiedono, questa variante. Ovvero il necessario supporto tecnico per non tornare indietro, per non tornare alla copertura del fiume. Una variante che sia rispettosa dell’ambiente e della città storica e riprenda l’idea di percorsi pedonali e ciclabili in un ambiente naturale intorno al fiume, un percorso verde già immaginato dall’architetto Carancini negli anni ottanta. Una variante che non guardi solo al tratto cittadino del fiume ma sostenga un progetto di più ampio respiro: un parco fluviale dalle sorgenti del Giano alla confluenza con il fiume Esino. E per cortesia non realizziamo la ruota stile “Mulino Bianco” sul fiume, è anti storico. Se proprio là si deve fare, almeno si usi il vallato cupo (quello che ne rimane) per dare senso ad ottocento anni di storia produttiva che rendono unica questa città.

Giampaolo Ballelli.

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